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Quarant’anni di “Rinascimento privato” e ottanta del Premio Strega

Quarant’anni di “Rinascimento privato” e ottanta del Premio Strega

Un ricordo di Maria Bellonci, studiosa, saggista, romanziera e del suo best-seller. E un breve racconto di come nacque il premio letterario che ricorda il liquore Strega di Benevento

Sabato, 21/02/2026 - Quest’anno ricorrono gli ottant’anni dalla nascita del Premio Strega. Ma ricorrono anche i quarant’anni dalla scomparsa della sua fondatrice, Maria Bellonci, spentasi nel 1986 in una clinica romana.
Insieme all’industriale Guido Alberti, titolare di una ditta che a Benevento produce il liquore “Strega”, ebbe l’intuizione di fondare questo premio, che nasce all’interno del suo salotto letterario denominato “Gli Amici della domenica”, per l’abitudine di riunirsi in quel giorno della settimana nella casa dei coniugi Bellonci, a Viale Liegi a Roma. È il 1946. Il primo vincitore del premio fu un giovane ancora poco conosciuto: Ennio Flaiano, con il romanzo “Tempo di uccidere”.
Sono anche quarant’anni dalla vittoria del romanzo “Rinascimento privato”, edito da Mondadori, che è considerato il capolavoro della Bellonci e che fu insignito del Premio Strega appena poche settimane dopo la scomparsa della sua autrice. Appena due giorni prima, era entrato nella rosa dei finalisti.
A ritirare il premio fu l’editore.
Il romanzo continua, ancora oggi, a vendere moltissimo. Come aveva già venduto la biografia di Lucrezia Borgia, della quale Maria Bellonci era la massima esperta nel nostro Paese. Il libro vinse il Premio Viareggio e fu tradotto in molte lingue.
Figura sempre molto discreta e appartata, studiosa di razza, intenta a setacciare archivi storici e manoscritti originali in tutta Italia, Maria Bellonci è stata sempre una figura inclassificabile, non legata ad alcuna corrente letteraria, e sempre molto appartata rispetto alle dinamiche del mondo editoriale. Aveva creato il più importante premio letterario della penisola, eppure, durante la sua vita, rimase nell’ombra anche rispetto alla sua creatura.
Ma perché, ad un certo momento, decide di partecipare con un suo romanzo?
Anzi, con “il” romanzo, in quanto fu l’unico scritto da Bellonci nel corso della sua vita di studiosa e scrittrice di saggi storici.
C’erano almeno un paio di motivi.
Il primo era di carattere puramente economico. Lei e Goffredo Bellonci, suo marito, non navigavano di certo nell’oro (la coppia non aveva figli ma nipoti a cui provvedevano) ed una eventuale vittoria le avrebbe permesso di sistemare varie cose.
Il secondo era l’ambizione di entrare nel novero dei grandi scrittori del Novecento, essendo considerata una scrittrice di cassetta, ovvero di creare delle opere di grande successo commerciale, di mero intrattenimento, e non veri capolavori.
Non era di certo così, data la minuziosità con cui Maria raccoglieva notizie storiche sui personaggi che studiava e data la sua ineguagliabile capacità di tradurre le loro vicende storiche in pagine dense e precise dal punto di vista storico, con una caratterizzazione emotiva dei personaggi e la capacità di farne divulgazione per il vasto pubblico.
  Il suo “Lucrezia Borgia, la sua vita, i suoi tempi”, pubblicato una prima volta nel 1939, divenne un successo planetario quando il regista Vittorio Sermonti le suggerì di eliminare il sottotitolo troppo accademico e di intitolare il suo libro semplicemente “Lucrezia Borgia”.
In “Rinascimento privato”, che parla della vita di Isabella d’Este, la figura di Lucrezia Borgia, che insidia il suo matrimonio con Francesco II Gonzaga, Marchese di Mantova, diviene invece secondaria, quasi marginale. È come se Maria abbia scritto tutto quello che poteva sulla figura di Lucrezia ed arrivi il momento di passare ad altro.
Nel libro, Isabella, ormai sessantenne, si trova nella sua stanza degli orologi (in effetti mai esistita, in quanto Isabella, da grande collezionista qual era, li teneva sparsi nelle stanze del suo castello) e ripercorre gli avvenimenti della sua vita. Donna di potere, amante delle arti e protettrice degli artisti, Isabella diviene reggente del marchesato di Mantova per quasi un anno durante l'assenza del marito Francesco II Gonzaga e per due anni durante la minorità del figlio Federico. Tiene con mano salda le redini del potere, in uno Stato piccolo ma oggetto delle mire di tutti gli Stati e staterelli circostanti.
Ludovico Ariosto la chiama “Isabella liberale e magnanima”. Il vescovo Matteo Bandello la ritiene “suprema tra le donne”. Il condottiero Nicola da Correggio la saluta come “La prima donna del mondo”.
La sequenza del romanzo è senza dubbio cinematografica, per cui c’è da meravigliarsi che nessun regista o produttore abbia finora pensato di farne un film o una fiction.
In effetti, l’idea di dedicare un lavoro a Isabella d’Este nasce sotto forma di copione teatrale che Maria Bellonci propone alla Rai, che, dopo dieci anni e più, decide di accantonare il progetto.
La Bellonci riprende quindi il lavoro dandogli una forma diversa ed in effetti il copione e il romanzo hanno veramente poco a che fare l’uno con l’altro.
Il romanzo viene scritto in due anni. Maria è già avanti con l’età, è ultraottantenne, è piuttosto malandata e teme di non riuscire a finirlo in tempo. Per questa ragione, si chiude in casa e lavora accanitamente e incessantemente all’opera, usando un linguaggio che è senza dubbio moderno, addirittura sontuoso, ma che immediatamente ci trascina in un’epoca lontana quattro secoli prima.
Uno degli elementi di fantasia usato come espediente letterario di maggior successo, riguarda la storia del prete che invia lettere a Isabella d’Este, raccontando fatti e aspetti dell’epoca che Rinascimento, che vanno così a mescolarsi con le vicende private della nobildonna.
Il prete nel romanzo si chiama Robert de la Pole, un “anglico”. Le scrive dodici lettere, alle quali Isabella non risponde mai.
In effetti, Maria Bellonci trae ispirazione da una vicenda personale, che ha come protagonista il giovane prete canadese André Desjardins, il quale, durante il suo soggiorno presso il convento di Santo Spirito a Roma, decide un giorno di andare a farle visita. Senza annunciarsi prima. Senza prendere appuntamento. Desjardins è un ammiratore entusiasta del romanzo su Lucrezia Borgia, che ha letto in Canada, e vuole assolutamente conoscere l’autrice.
Dopo un po’ di tempo, tornato in Canada, egli invia una lettera a Maria, rivelando di essere un sacerdote e scusandosi di non averglielo detto prima. Aggiunge che, in segno di riparazione, lei potrà anche non rispondergli mai. E così sarà. Maria per qualche anno riceverà alcune lettere di Desjardins e non risponderà mai. E così farà Isabella nel romanzo, con don de la Pole.
Per l’organizzazione complessiva del romanzo, l’espediente delle lettere tra Isabella e don Robert de la Pole, personaggio di mera fantasia, è perfettamente funzionale a quell’incastro tra pubblico e privato che emerge da queste pagine e le permette di rendere verosimili i fatti storici, in quanto le corrispondenze che Isabella intrattenne realmente in vita con personaggi del suo tempo furono sterminate. Tra queste, vi furono lettere scambiate con il cardinale e arcivescovo cattolico Reginald Pole, che fu colui il quale tentò inutilmente di restaurare il cattolicesimo nell’Inghilterra anglicana. Il nome di Pole diventò “de la Pole” nella finzione letteraria.
La storia racconta che Maria, negli ultimi giorni di vita, abbia lasciato un biglietto sul comodino accanto al suo letto nella clinica. Il biglietto era indirizzato a Desjardins, ed esprimeva il rimpianto di non avergli mai risposto e di non averlo più rivisto.
“Rinascimento privato”, come detto, contiene, oltre ai fatti storici raccontati con mirabile precisione e con una scrittura che ci immerge completamente in un’epoca lontana, anche ritratti molto vividi del temperamento di ciascun personaggio, resi con ineguagliabile pathos.
Vi si parla, ad esempio, del complesso rapporto di Isabella con Ludovico il Moro, duca di Milano, il quale, poi, preferisce sposare la di lei sorella, Beatrice, molto, ma molto più bella. Infatti, a quanto pare, Isabella non fu una gran bellezza ed il ritratto di Tiziano che compare nelle edizioni di “Rinascimento privato” oggi sul mercato è quello forse più falso relativo alla nostra nobildonna.
Maria Bellonci non avrebbe probabilmente gradito che sulla copertina del suo libro comparisse il volto di Isabella, per il semplice fatto che Isabella, anche se la protagonista principale del romanzo, non è certamente l’unico di cui si parla nel libro, il quale è, invece, attraverso lo sguardo di Isabella, il grande affresco di un’epoca.
Infatti, la copertina che Maria scelse per la prima edizione fu di colore rosso con delle striature scure. Si trattava semplicemente della foto di una tenda scattata all’interno di un palazzo romano. Il rosso aveva un significato fortemente evocativo: rappresentava passione e potere, ovvero le due cifre dell’esistenza di Isabella. Inoltre, era il colore che meglio esprimeva il contrasto tra l’apparenza pubblica e rinascimentale del personaggio di Isabella e la sua vita interiore.

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