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Vita autonoma adulta: perché l’uscita di casa non può significare perdita di autonomia

Vita autonoma adulta: perché l’uscita di casa non può significare perdita di autonomia

"...L’abitudine può sembrare solo routine. Ma per qualcuno è orientamento, è possibilità concreta di fare da sé..."

Lunedi, 16/02/2026 - Spero che si senta che sto parlando di vita vissuta, di osservazioni quotidiane, di fatica di ogni giorno. L’urgenza di esprimermi sulla non autosufficienza nasce da un dolore vero, non da una riflessione teorica.

Mi sembra che la maggioranza delle nostre competenze si esprima dentro l’abitudine. Sappiamo tutti che si impara per emulazione, per ripetizione, per continuità. È nel contesto conosciuto che diventiamo capaci e che, interiorizzando i gesti quotidiani, costruiamo quella sicurezza che ci permette di stare nel mondo con maggiore stabilità.

Nel ripetersi dei gesti si consolida il significato profondo dell’autonomia: sentirsi presenti, riconosciuti, padroni di una parte del proprio spazio.

Pensiamo alla colazione al proprio posto, con una bella tazza tra le mani. Alla familiarità, al senso di casa che una situazione simile può suscitare, senza artifici. A quel calore ricevuto che non vogliamo perdere, perché insieme a esso rischieremmo di smarrire parte di ciò che abbiamo conquistato con fatica. Anche senza una piena consapevolezza razionale, lo sentiremmo comunque dentro di noi.

L’abitudine può sembrare solo routine. Ma per qualcuno è orientamento, è possibilità concreta di fare da sé.

Pensiamo a chi si vestiva da solo perché sapeva dove trovare i propri abiti, o perché qualcuno li preparava con discrezione. In un contesto dove “bisogna fare presto” o dove i programmi cambiano continuamente, può accadere che qualcuno intervenga per accelerare o sottovaluti la cura necessaria in questo senso. Dopo un po’ quella persona smette di provarci.

Non è perdita di capacità. È perdita di coordinate.

Una casa non è un servizio. Implica tempi, privacy, margini di scelta. Se l’organizzazione prevale sul senso di casa, la persona non abita quel luogo: lo occupa.

Preparare all’imprevisto è necessario. Ma preparare non significa destabilizzare continuamente. Significa offrire strumenti, non togliere appoggi. La presa in carico deve essere flessibile: adattarsi alla persona, non il contrario.

Non possiamo trascinarci dietro qualcuno solo perché una certificazione dice che non è in grado di intendere e di volere. L’incapacità riguarda l’impossibilità di esprimere la propria volontà, non l’assenza di volontà.

Esistono strumenti capaci di intercettarla e di darle forma. Funzionano, ma richiedono tempo, lavoro, accettazione del nuovo.

Parlare di qualità della vita e di dare voce alle persone con gravi disabilità, soprattutto intellettiva, non può essere uno slogan. Deve esserci un pensiero dietro le parole. Oltre alla formazione degli operatori, esistono strumenti che possono aiutare: sistemi valutativi ad approccio olistico, Comunicazione Aumentativa Alternativa, tecnologia. Non sostituiscono la relazione, la rendono più attenta.

So che il lavoro si svolge dentro limiti concreti, spesso con risorse ridotte. Proprio per questo è essenziale che le scelte organizzative tengano al centro la persona.

Ogni persona è diversa. Ho due figlie con un disturbo autistico, diverse per competenze e bisogni. La maggiore vuole che le venga chiesto il permesso prima di essere aiutata. La più piccola chiede un “tocco finale”, non per incapacità, ma per bisogno emotivo. Ognuno si muove dentro un proprio spettro di autonomie, pratiche ed emotive. Conoscerlo è decisivo per la serenità dentro una casa.

Non possiamo prendere in carico una persona fragile e inserirla in un gioco delle parti, facendone una pedina da spostare secondo le nostre esigenze.

Una casa non è una scacchiera. Una persona non è una pedina.

A volte non è questione di strategia, ma di tattica. E quando si trascura l’equilibrio di uno, ne risente l’intero insieme.

Marina Morelli 

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