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Telecamere di videosorveglianza nei luoghi di assistenza alla persona fragile

Telecamere di videosorveglianza nei luoghi di assistenza alla persona fragile

La normativa sulla privacy non funziona quando si ha a che fare con persone fragili, spesso incapaci di spiegarsi o difendersi

Mercoledi, 11/02/2026 - Scrivo come madre di due donne con disturbo dello spettro autistico ad alto carico assistenziale. La mia riflessione sull’uso delle telecamere di videosorveglianza nei luoghi di assistenza non è astratta, ma riguarda la tutela concreta di chi non ha voce propria.
La normativa sulla privacy prevede che la videosorveglianza in questi contesti sia uno strumento di controllo a posteriori, attivabile solo dopo una segnalazione o una denuncia. Ma quando si ha a che fare con persone fragili, spesso incapaci di spiegarsi o difendersi, questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. Affidarsi alla sola fiducia significa ignorare che spesso non si ha la forza di denunciare e che farlo può comportare timori e conseguenze difficili da sostenere.
Le denunce più efficaci sono fondate su fatti osservabili. Esistono però situazioni in cui il sospetto che qualcosa non vada richiederebbe verifiche preventive. In molti ambiti questo limite è accettabile, ma nei luoghi di assistenza, a mio avviso, no. In questo senso le telecamere potrebbero rappresentare una forma di tutela preventiva: non interferiscono nel rapporto di cura, ma riducono il rischio che il danno si produca a carico di chi non ha difese proprie.
Ogni volta che emerge un caso di maltrattamenti in una struttura, il dibattito pubblico si accende per pochi giorni, poi si spegne. L’intervento arriva quasi sempre dopo, quando il danno è già avvenuto. Resta un vuoto preventivo che rende angosciante l’idea di affidare ed essere affidati al sistema sulla fiducia in condizioni di vulnerabilità estrema.
Il decreto “Sblocca cantieri” del 2019 ha introdotto finanziamenti per l’installazione di sistemi di videosorveglianza nelle strutture socio-assistenziali ed educative, nel rispetto dello Statuto dei Lavoratori, con accordo sindacale e autorizzazione dell’Ispettorato. I lavoratori, legittimamente, difendono i propri diritti preventivamente. La persona fragile non può autodeterminarsi e, in caso di illecito a suo danno, sarà tutelata solo se qualcuno avrà la coscienza e la forza di denunciare.
Un’evidente asimmetria, alla quale si aggiungono carenze di organico e risorse. In tale quadro le telecamere non dovrebbero essere percepite come uno strumento punitivo, ma come una garanzia aggiuntiva, regolata e trasparente per tutti. Informare, come stabilito dalla legge, della loro presenza non può far sentire spiato, ma a propria volta tutelato, chi lavora correttamente.
Quando una persona non è in grado di raccontare ciò che le accade, scegliere di non guardare significa accettare che resti senza protezione. Tutti, ma più di chiunque altro la persona fragile, dovremmo avere la certezza di essere difesi dallo Stato di diritto. Questa è la civiltà a cui non possiamo rinunciare, anche quando parlare di diritti umani sembra un’utopia.
Marina Morelli 

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