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Rebecca, la mia guida: il filo misterioso che ha intessuto la vita di Ilaria

Rebecca, la mia guida: il filo misterioso che ha intessuto la vita di Ilaria

Una maternità che sembrava impossibile, l'arrivo di Rebecca e una vita che, tra cura e battaglie per i diritti, prende una direzione inattesa

Lunedi, 14/09/2026

A volte il senso di una storia si riconosce soltanto dopo. Quando gli anni sono passati e avvenimenti lontani, apparentemente casuali, iniziano a ricomporsi come se fossero stati guidati da un filo invisibile.
Ilaria Ceccarelli aveva trent’anni quando la scienza le disse che non avrebbe potuto avere figli. Insieme a quello che allora era suo marito intraprese il percorso dell’adozione. Rebecca era nata a Roma nel febbraio del 1994, prematura, appena ottocento grammi, dopo gravissime sofferenze neonatali che avevano provocato lesioni cerebrali. La madre biologica l’aveva lasciata in ospedale.
Il 13 maggio arrivò la telefonata del giudice. A giugno Ilaria vide Rebecca per la prima volta: «Quando riguardo quelle foto rivivo quell’emozione enorme di amore incondizionato.»
Le loro strade si erano incontrate in un momento in cui tutto sembrava già scritto: una maternità ritenuta impossibile, una bambina fragile, diagnosi che lasciavano poco spazio alle aspettative.
Eppure, da quell’incontro, la storia avrebbe preso una direzione diversa.
I medici avevano detto che Rebecca non avrebbe camminato, parlato, forse non avrebbe avuto modo di comunicare. Ilaria oggi guarda alla donna trentenne che era allora e parla del proprio coraggio, ma subito si corregge: «Forse non era coraggio, forse era solo tanto amore.»
Rebecca oggi ha trentadue anni.
Ilaria la descrive prima di tutto come una donna dal carattere forte, decisa, capace di sapere perfettamente ciò che vuole.
Una delle sue difficoltà è riuscire a comunicare, mentre per chi non la conosce profondamente può essere difficile comprenderne desideri e scelte.
Fin dall’inizio Ilaria e le persone che hanno accompagnato Rebecca hanno lavorato perché potesse esprimere il massimo delle proprie possibilità, senza trasformare quel “massimo” in un modello imposto dall’esterno: «Dare a Rebecca il massimo, affinché Rebecca potesse dare il massimo, nel rispetto della sua condizione», racconta. Una strada indicata loro dal professor Giorgio Albertini, che Ilaria dice di non avere mai abbandonato. Ma al di là delle scelte compiute consapevolmente da Ilaria, nella storia di Rebecca qualcosa sfugge alla sola dimensione della cura e della riabilitazione. C’è un mistero.
Quando Rebecca venne adottata, l’identità della madre biologica avrebbe dovuto restare riservata. Eppure, quando Ilaria la vide per la prima volta in ospedale, sul lettino della bambina c’era il nome della donna che l’aveva messa al mondo. Qualche tempo dopo, nel periodo in cui l’AIDS rendeva particolarmente importante conoscere alcune informazioni sanitarie, il medico di famiglia suggerì a Ilaria di richiedere la cartella clinica di Rebecca e lì accadde nuovamente qualcosa di inatteso: comparivano il nome della madre biologica, la sua provenienza e altre informazioni sulla sua storia: «Non so perché», dice Ilaria.
A me piace credere che ciò che accadde dopo appartenga a quella parte della vita che può essere raccontata ma non completamente spiegata.
E la vita continua: la donna che a trent’anni era stata considerata sterile, dopo l’adozione definitiva di Rebecca si separa dal primo marito, incontra un altro uomo e diventa madre altre due volte, nel giro di pochi anni.
Intorno a Rebecca nacque quella che Ilaria chiama la sua «tribù». Come se quella bambina arrivata quando la maternità sembrava impossibile, anziché rappresentare la conclusione di una strada, ne avesse aperte altre: «Rebecca è venuta su questa terra per me e non il contrario.»
Rebecca non è per Ilaria soltanto la figlia di cui si prende cura da trentadue anni: nelle sue parole, è colei che le ha indicato una direzione. Una direzione che dalla vita privata è entrata nel lavoro e poi nell’impegno dentro le istituzioni.
Ilaria, docente di scuola secondaria di secondo grado, si è specializzata sul sostegno e ha scelto di lavorare con ragazzi spesso molto complessi. Parallelamente ha deciso di impegnarsi politicamente: «Ho capito che bisognava entrare nelle istituzioni per cercare di cambiare le cose.»
È qui che il suo racconto di madre diventa inevitabilmente anche una riflessione sui diritti, perché Ilaria non nasconde ciò che trentadue anni da caregiver comportano: «Essere madre di una persona con una disabilità grave significa anche fare continuamente i conti con la propria libertà», e lo racconta con una frase ironica, ma solo fino a un certo punto: «Quando non arriva l’operatrice di mia figlia al pomeriggio sono agli arresti domiciliari.»
Una riunione può essere annullata, così come un impegno di lavoro, una passeggiata, la palestra o semplicemente un caffè con un’amica. Ma su una cosa Ilaria è categorica: «Non è colpa di Rebecca.»
Non sono le persone con disabilità a privare della libertà chi vive accanto a loro. Il problema nasce quando intorno alla persona e alla sua famiglia manca una rete di servizi capace di rispondere ai bisogni reali di quel particolare nucleo familiare. Ed è proprio qui che la sua esperienza personale si fonde con un carattere che non può che tradursi in politica. La sua lettura dei bisogni delle persone con disabilità e delle loro famiglie è chiara: «Una famiglia può avere necessità completamente diverse da un’altra. Occorrono servizi capaci non soltanto di erogare prestazioni, ma di conoscere, ascoltare, valutare le singole situazioni e intervenire anche quando la solitudine, l’isolamento e una fatica protratta nel tempo rischiano di diventare insostenibili. La presenza dei servizi diventa allora anche prevenzione.»
Per Ilaria la responsabilità non può essere scaricata interamente sulle famiglie. È una responsabilità delle istituzioni, ma in senso più ampio è anche una responsabilità collettiva. E quando per ottenere un diritto riconosciuto dall’ordinamento una persona con disabilità è costretta a rivolgersi a un tribunale, per Ilaria significa che qualcosa si è spezzato prima: «Abbiamo fallito come politici, abbiamo fallito come società.»
Rebecca, però, sembra avere il dono di trasformare gli ostacoli incontrati lungo la propria strada in strade percorribili anche da altri. Nel 2017 ha conseguito il diploma. Successivamente ha iniziato a frequentare l’Università La Sapienza di Roma, un’esperienza che per lei rappresenta una grande soddisfazione. Quando l’Ateneo ha ritenuto che non potesse più usufruire dell’assistenza psicologica che le consentiva di frequentare, la famiglia ha presentato ricorso al TAR. E ha vinto. La vicenda individuale di Rebecca è diventata così qualcosa che può indicare una possibilità anche ad altre persone con grave disabilità e alle loro famiglie. Ancora una volta, una strada: «Niente è impossibile per i nostri ragazzi», dice Ilaria.
Ma sarebbe sbagliato leggere questa frase come la negazione dei limiti o come l’ennesima retorica secondo cui basta volerlo. Tutta la storia di Rebecca racconta il contrario: occorrono sostegni, persone competenti, servizi, diritti concretamente esigibili e la possibilità per ciascuno di arrivare al proprio massimo, qualunque esso sia.
Intorno a Rebecca, nel frattempo, quella tribù è cresciuta. Ilaria ha sempre detto agli altri suoi due figli che la sorella non dovrà essere per loro una preoccupazione né un destino già scritto. Vorrebbe piuttosto che fosse uno stimolo a guardare verso gli altri e a battersi per i diritti delle persone più fragili. Anche l’uomo entrato nella vita di Ilaria dopo l’adozione e diventato padre dei suoi altri due figli sente Rebecca come parte di qualcosa che lo precedeva: «Rebecca era nel mio destino. Rebecca era nel destino di ognuno di noi, per farci vivere una vita che vada verso gli altri e verso l’amore», dice con profonda dolcezza, ma anche con la passione che a me pare la contraddistingua.
È difficile ascoltare Ilaria pronunciare queste parole senza tornare con il pensiero a quella donna di trent’anni alla quale era stato detto che non avrebbe avuto figli. Non poteva sapere che da qualche parte, a Roma, sarebbe nata una bambina di ottocento grammi, che pochi mesi dopo un giudice avrebbe telefonato, che avrebbe pronunciato per quella bambina un sì destinato a cambiare entrambe e, certamente, non poteva sapere che dopo Rebecca sarebbero arrivati altri due figli e che intorno a quella prima figlia si sarebbe costruita la famiglia che oggi chiama “la sua tribù”.
Forse è questo che Ilaria intende quando parla di destino: non la cancellazione della fatica o l’idea che la disabilità debba essere trasformata in qualcosa di necessariamente bello, perché la fatica esiste e Ilaria la racconta senza nasconderla, riconoscendo però in essa una direzione.
Quando le chiedo che cosa significhi per lei la parola cura, torna inevitabilmente all’amore: «Cura è amore, perché sennò non ce la fai.» Poi però porta quella parola giù, nella vita concreta: «Cura è lavorare, dedicarsi agli altri: è il mio lavoro di docente, l’impegno politico, è battersi per un diritto, tornare a casa stremata e preparare comunque una buona cena. La cura è il fulcro dell’amore.»
Ilaria dice di essere fiera della propria vita. Non perché sia stata perfetta. Parla degli errori, della fatica, delle delusioni, ma anche della speranza. Alla domanda se alcune cose, nella nostra vita, sembrino destinate ad accadere, Ilaria non esita neppure per un istante: «Assolutamente sì. Io ero destinata a Rebecca.»
Forse non sapremo mai se esistano davvero fili capaci di tenere insieme le nostre vite prima ancora che possiamo vederli, ma qualche volta accade di voltarsi indietro e riconoscere una trama. Per Ilaria quel filo che sembra aver attraversato e intessuto la sua vita ha un nome: Rebecca, la sua guida.
Marina Morelli

Ilaria Ceccarelli, 62 anni, è romana, madre di tre figli e docente di scuola secondaria di secondo grado, specializzata sul sostegno. È presidente della Commissione Sociale e Politiche Abitative del Municipio XIV di Roma Capitale. Il suo percorso politico è iniziato nel 2001, dopo gli anni di impegno nel sindacato e nell’associazionismo.
 

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