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Non solo assistenza, ma relazione

Non solo assistenza, ma relazione

La banca del tempo per costruire un mondo più inclusivo

Venerdi, 13/03/2026 - Corre Monica.
Non per imprudenza, ma per tenere insieme i tempi della sua vita.
Spedita col motorino quando attraversa la città, attenta alla guida quando si destreggia con la macchina tra un impegno e l’altro. Il suo è un movimento costante, un dinamismo caratteriale necessario. Si divide tra il lavoro — i suoi alunni bambini —, la casa, gli altri figli, le incombenze quotidiane. E poi c’è l’organizzazione della vita di Cate: terapie, riabilitazione, appuntamenti, orari da rispettare, energie da dosare. Tutto va incastrato con precisione quando un componente della famiglia è in condizione di estrema fragilità.
Il tempo per Monica non sembra essere un dettaglio organizzativo, ma un’urgenza.
Ed è proprio il futuro la sua preoccupazione principale: il futuro dei nostri figli non autosufficienti. Solo a nominarlo la fa sentire stranita, come se fosse troppo grande.
Il futuro non è un concetto astratto: è una domanda che non concede tregua.
La incontro, guarda caso, in un bar che si chiama “L’Appuntamento”. Abbiamo fissato l’incontro con quasi un mese di anticipo e, a causa del traffico, cambiato il luogo in quattro e quattr’otto. Ma a Roma è così e noi ci siamo abituate: tutto finisce per incastrarsi nelle nostre vite di donne e di madri tuttofare.
Ogni volta che incontro una mamma o un padre di una persona con una disabilità o una neurodivergenza che ne compromette l’autosufficienza, mi rendo conto di quanto siamo uniti da una stessa pena: la preoccupazione.
Non è una preoccupazione astratta. Nasce da un principio di realtà. Non siamo ansiosi: lo siamo diventati.
Monica riceve un messaggio. Lo legge con estrema attenzione. Poi la sento dire a mezza bocca, sorridendo: «Quando si tratta di Cate chiamano sempre me…».
E mi viene da pensare che è proprio così. Quando si parla di figli — soprattutto di figli fragili — la società pensa immediatamente alla mamma. Il primo numero da chiamare è sempre quello della madre.
Quelle come me e Monica rifiutano questa mentalità. Ma non si sottraggono alla cura, che significa anche essere costantemente presenti, anche quando i nostri figli non sono fisicamente con noi.
Noi non stacchiamo mai. Noi siamo mamme per sempre.
E subito avverto, nell’incontro con Monica, la presenza del fattore tempo. Un tempo per sé che, nonostante il lavoro e la famiglia, è sempre ritagliato, mai completamente dedicato. Purtroppo il sistema, da questo punto di vista, non è un contenitore. Non è una struttura alla quale affidarsi.
Sembra non esserci mai tempo. Eppure un professore, una volta, mi disse: «Marina, il tempo lo troviamo per vederci, perché il tempo lo trova soprattutto chi non ne ha».
A quel punto chiedo a Monica: «Vorrei che tu pensassi, in relazione a Cate, di cosa senti il bisogno e, se ti va, poi me lo dici».
Ma lei mi risponde di getto: «Ci vorrebbe una banca del tempo».
«Cosa intendi?», le chiedo.
«Uno spazio in cui i nostri giovani possano fermarsi e conoscere davvero la realtà della neurodivergenza e della disabilità motoria e psicomotoria. Non per fare assistenza. Per condividere tempo». Poi aggiunge: «Non possiamo essere noi genitori e familiari l’unico mondo possibile per i nostri figli».
Ripenso a quello che, poco prima, sedute al bar, mi aveva detto: «Penso che Cate, se fosse messa nelle condizioni, uscirebbe volentieri dal nostro perimetro».
Io le avevo risposto che probabilmente è proprio così. Perché noi genitori siamo protezione, ma siamo anche un limite. Il bisogno di autodeterminazione è un istinto naturale in tutti.
Ha ragione Monica. I nostri figli hanno bisogno di una mediazione con il mondo esterno. Non possiamo pensare che possano adattarsi agli ingranaggi della vita così come sono: se mettiamo le cose in questi termini resteranno sempre un passo indietro.
Ma se qualcuno decide di rallentare, di condividere tempo vero, allora possiamo cominciare a parlare di momenti di incontro, di tentativi autentici di relazione.
Si potrebbe immaginare qualcosa di simile a una forma di servizio civile: un impegno dedicato alla relazione con le persone con disabilità che preveda, per chi vi partecipa, un ritorno non monetario ma sociale.

Non denaro, dunque, ma crediti.

Per i nostri figli il credito sarebbe il tempo: tempo condiviso, tempo di relazione. Per i giovani che partecipano potrebbe tradursi in opportunità concrete — alloggi universitari a prezzo ridotto, trasporti, accesso alla cultura — grazie a una rete di partner che scelgano di sostenere il progetto.
Esperienze di scambio del tempo esistono già. Le banche del tempo dimostrano che il tempo può diventare una risorsa condivisa capace di generare relazioni.
Quello che Monica immagina, però, è qualcosa di più strutturato: una possibilità reale per favorire l’incontro tra i nostri figli e il mondo esterno, spesso attraverso la mediazione dei pari.
Infatti Monica, con un certo pudore — come se avesse scoperto una ferita, la nostra ferita — mi chiede: «Sono un’illusa?»
E mi fa sorridere, perché l’ingenuità è ormai persa, così le rispondo qualcosa di cui sono profondamente convinta: che dove non si sogna non si costruisce nulla.
Allora Monica va oltre l’idea di un progetto inclusivo strutturato e immagina che esperienze di questo tipo possano diventare un vero incontro tra pari.
In fondo, come la si giri o la si volti, è sempre la relazione a stare al centro di tutto. Anche delle nostre preoccupazioni.
Marina Morelli

 

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