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Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te.

Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te.

Il 22 febbraio è la giornata europea delle vittime di reato: è il momento giusto per comprendere cosa può fare ciascuna e ciascuno o di noi per sradicare la violenza di genere.

Venerdi, 20/02/2026 - Rossella Ghigi – professoressa associata in Sociologia all’università di Bologna –, nelle prime pagine del suo nuovo libro “Niente scuse” (Ed. Il Mulino), si domanda se abbia ancora senso andare in giro per l’Italia a seminari, incontri, corsi, per spiegare cos’è la violenza maschile contro le donne e perché è qualcosa che ci riguarda tutte e tutti. Me lo domando anch’io, ogni volta che termino una presentazione di un mio libro, consapevole che le persone che ho davanti a me continueranno a vivere come hanno sempre vissuto nonostante la gravità delle cose che io ho raccontato loro; e prima ancora me lo domando mentre inizio a scrivere un nuovo libro; mi domando ogni giorno se la mia fatica e il mio impegno, se il mio studio e il mio racconto servano a qualcosa. Chi me lo fa fare? Interessa a qualcuno ciò che scrivo, ciò che scriviamo? Domande spesso senza risposta. O con un’unica risposta, quella che ho sentito da un’operatrice di un centro antiviolenza qualche anno fa: «Mi chiede perché ho scelto quest’ambito di volontariato? Le rispondo, lo DEVO fare, tutto qui».
Rossella Ghigi, nel suo libro, prova a spiegare perché la violenza maschile ci riguarda tutte e tutti, «non solo come vittime o aggressori, ma come testimoni, come genitori, come docenti, come amici, come comunità. È nella società che ha le sue radici, è nella società che deve trovare soluzione. Questo non vuol dire deresponsabilizzare il singolo, vuol dire fare la nostra parte per quel che possiamo». Quasi ogni giorno la stampa riporta la notizia di una donna uccisa da un uomo, da un uomo che quasi sempre conosceva bene, con cui condivideva la vita, e spesso le donne uccise sono ragazze molto giovani. Di fronte a quelle notizie, Ghigi – come me – nota che la maggior parte delle persone tende «a dare commenti mossi dalle emozioni che in qualche modo psicologizzano, fatalizzano o rendono contingente il problema, senza però trasformarlo in un possibile orizzonte di cambiamento». “Mostri”, “pazzi”, “malati”, “sprovvedute”, “troppo libere”, “provocatrici” sono le etichette che vengono attribuite al lui e alla lei di turno. «Si tratta di strade facili e autoassolutorie, perché non ci coinvolgono come comunità». Non ci riguarda, a noi non può succedere, continuano donne e uomini a rassicurarsi. Finché non capita anche a loro. «Possiamo con certezza affermare di non dare alcun contributo al terreno in cui [la violenza] fiorisce? Questo libro intende forzare questa certezza, con l’idea che, se la violenza di genere in qualche modo ci riguarda tutti e tutte, allora vuol dire anche che tutti e tutte qualcosa possiamo fare, sia a livello individuale, nel nostro quotidiano, sia a livello di comunità». Il problema che la nostra società si rifiuta di accettare pur nella sua evidenza è che le cause della violenza di genere affondano nel nostro modo di vivere, nel nostro modo di concepire le relazioni umane, e che per tale motivo quelle cause e quella violenza ci riguardano tutte e tutti sempre, anche se non siamo noi a premere il grilletto o a morire uccise. «La violenza di genere non sarebbe tale se si basasse soltanto su elementi biografici legati alla singola persona: essa si nutre di quelle attese che costruiamo socialmente intorno alla differenza sessuale».

Cosa fare dunque? Cosa può fare ciascuna e ciascuno di noi? Ghigi articola la sua risposta attraverso le parole di una vecchia filastrocca: dire, fare, baciare, lettera, testamento.

DIRE. Impariamo a nominare la violenza correttamente, a definire la violenza maschile con un soggetto – gli uomini – e un oggetto – le donne –, con una causa – i rapporti storicamente diseguali creati dalla società patriarcale che genera aspettative legate al genere -, a decifrarne le diverse tipologie tutte legate ad una stessa logica di dominio, impariamo a dire “femminicidio” anziché “raptus”, “violenza psicologica” anziché “dipendenza affettiva”, “controllo” anziché “gelosia”, “molestie” anziché “avance insistenti”. «Dire è già fare». Perciò impariamo a dire che la violenza maschile contro le donne «non è un evento eccezionale o deviante, ma un’espressione ordinaria e sistemica di un ordine relazionale ancora segnato dalla disuguaglianza tra i generi».

FARE. Agire sull’educazione, su una nuova educazione che rifiuti il sistema di credenze che Elena Gianini Belotti denunciava già nel 1973: educare bambine e bambini alle stesse opportunità e al rispetto, smettere di istruire i bambini a diventare “veri maschi” e le bambine a diventare “brave bambine”, smettere di reprimere le emozioni nei maschi e l’audacia nelle femmine, smettere di crescere i figli in azzurro e le figlie in rosa, smettere di crescere i maschi come supereroi e le femmine come principesse, smettere di credere che esista solo un certo modo di essere uomini e un certo modo di essere donne appellandosi ad una inesistente natura, e cominciare ad insegnare la libertà. «Non neghiamo [ai e alle giovani] i lucchetti sui ponti, ma insegniamo che è bene conservarne sempre la chiave».

BACIARE. Convinciamoci che la violenza maschile contro le donne può capitare a chiunque, può essere agita da qualunque uomo nei confronti di qualunque donna. Impariamo a decodificare correttamente i comportamenti che ci vengono spacciati per romantici: la gelosia non è amore, è possesso. E impariamo a non esercitare forme di possesso su altre persone, regalandoci reciprocamente libertà e rispetto. Impariamo a colpevolizzare solo i colpevoli e non le vittime. Smettiamo di chiederci “perché lei non lo lascia?” e cominciamo a chiederci “perché lui non smette di maltrattarla?” Impariamo a concepire il consenso non come la firma su un contratto ma come una forma di «cooperazione in corso», un processo comunicativo dinamico e reciproco.

LETTERA. Rossella Ghigi racconta che alla fine dei suoi corsi – all’interno della laurea in “Educatore sociale e culturale” - chiede alle studentesse e agli studenti di scrivere su un foglietto in forma anonima qualche riflessione che ha suscitato in loro: “Taci, anzi parla” è il compito, insomma. In tanti di quei foglietti ci sono storie di violenza, a dimostrazione che la violenza maschile ci riguarda tutte e tutti.

TESTAMENTO. «La violenza non è solo un fatto privato, ma una costruzione culturale e collettiva, che passa anche attraverso le parole, i titoli, le immagini, le scelte narrative. Cambiare sguardo significa imparare a leggere criticamente ciò che ci viene raccontato». Per questo nel mio libro “Parole e pregiudizi” (Ed. LuoghInteriori, 2021) ho dimostrato la gravissima responsabilità che hanno la stampa e i/le giornalisti/e nel raccontare in modo distorto i femminicidi, perché quel modo distorto diventa il modo di pensare di chi legge e ascolta, e quel modo distorto contribuisce a perpetuare il problema. «Dire è già fare». E allora sta anche a noi, oltre che alla stampa, cambiare il modo in cui leggiamo e raccontiamo il problema nelle nostre conversazioni e sui social. «Dire è già fare».

«La violenza di genere non nasce dal nulla, è il prodotto di un ordine sociale». Sta a ciascuna/o di noi scalfire e cambiare quell’ordine sociale. Il cambiamento non può essere prodotto da Rossella Ghigi da sola o da me da sola, o da poche donne e uomini da sole, il cambiamento culturale richiede che molte persone decidano di cambiare. Insieme si può. E si deve. Ora sta a voi: scegliete di rimanere parte del problema o di diventare anche parte della soluzione?

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