«La Nadia di oggi non è nata forte: è diventata forte attraverso le difficoltà, imparando ad accettarsi, ad amarsi e a riconoscere il proprio valore», mi scrive Nadia.
È un gigante Nadia Lauricella. Così appare ai miei occhi.
Non per i riconoscimenti ricevuti. Non perché sia diventata un’atleta, una content creator seguita da migliaia di persone o perché il Presidente della Repubblica l’abbia insignita dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, ma per la profondità del percorso che emerge dalle sue parole.
Quando ho ricevuto il contatto di Iron Nadia per poterla intervistare, in realtà non la conoscevo. Tra quel primo messaggio e il momento in cui mi ha inviato le sue risposte è passato del tempo. Un tempo che mi ha dato la possibilità di conoscerla un po’ attraverso i social.
Ho seguito i suoi allenamenti, i suoi viaggi, la sua ironia, la sua femminilità, il suo modo di abitare il mondo senza mai lasciare che sia la disabilità a occupare tutto lo spazio, ma sono state le sue risposte a farmi incontrare Nadia.
Le sue parole mi sono arrivate come l’eco profonda di una parte di sé che raramente riusciamo a esprimere con altrettanta chiarezza. Non vi ho trovato il desiderio di dimostrare qualcosa, né quello di suscitare ammirazione. Ho incontrato una donna che sa guardarsi dentro con una lucidità rara e dare finalmente un nome al proprio cammino.
Tra le tante cose che mi ha raccontato, una in particolare mi è rimasta dentro.
«Quando sono stata contattata e informata telefonicamente che avrei ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, la prima reazione è stata di incredulità. Pensavo si trattasse di uno scherzo».
Una telefonata inattesa del Quirinale le annunciava un riconoscimento importantissimo, eppure, leggendo oggi le sue parole, ho la sensazione che il traguardo più grande Nadia lo avesse raggiunto molto prima.
A un certo punto della nostra intervista scrive:
«Per molti anni ho guardato più ciò che mi mancava che tutto ciò che avevo».
Credo che questa frase racchiuda il cuore della sua testimonianza.
Mentre la leggevo, la mia mente è corsa a una lezione universitaria durante la quale un professore, parlando di cosa fosse per lui la libertà dell’essere, fece riferimento a Joë Bousquet, il poeta di Carcassonne, costretto a vivere immobilizzato a letto dopo una ferita riportata durante la Prima guerra mondiale. Anche lui, come Nadia, ha compiuto un percorso creativo e profondamente umano che va ben oltre la propria condizione fisica. Non perché l’abbia superata o cancellata, ma perché ha imparato a non permettere che fosse quella a definire interamente chi era.
Non è la loro storia ad accomunarli, così diversa per tempo, circostanze e vissuto. È lo sguardo con cui hanno scelto di attraversare la vita. Entrambi hanno compreso che il limite non esaurisce una persona e che la vera trasformazione avviene quando smettiamo di identificarci con ciò che ci manca.
Così è Nadia: una donna esemplare.
Non perché non conosca la sofferenza, ma perché ha imparato a non lasciare che sia la sofferenza a raccontare chi è.
C’è un altro aspetto che mi ha profondamente colpita: Nadia mi appare come una donna profondamente volitiva, una donna che non contempla la rinuncia. Non nel senso ingenuo di credere che tutto sia possibile, ma nel senso più autentico di non rinunciare mai a tutto ciò che è realmente in suo potere fare. È una differenza sostanziale. Perché significa scegliere ogni giorno di abitare la propria vita fino in fondo, continuando a spostare il proprio sguardo da ciò che manca a tutto ciò che, invece, è ancora possibile costruire.
Quelle di Nadia non sono risposte costruite per impressionare. Non cercano l’effetto. Nascono da un lavoro interiore che si percepisce in ogni riga. Leggendole, mi sono chiesta quale fosse il filo che le univa tutte. Alla fine ho capito che era uno solo: la libertà.
Non è dunque un caso che abbia scelto proprio questa parola per concludere la sua testimonianza.
«Per me oggi la libertà significa poter scegliere. Scegliere chi essere, dove andare, cosa sognare e come vivere la mia vita senza lasciare che siano i limiti, i pregiudizi o la paura a decidere per me.»
Nadia Lauricella ci insegna che la vera libertà risiede proprio in questo: nel profondo senso di responsabilità nei confronti della propria vita. Una responsabilità che riguarda certamente le conseguenze delle nostre scelte, ma anche tutto ciò che non abbiamo scelto e che, improvvisamente, può irrompere nella nostra esistenza: una grave disabilità, una malattia, un lutto, una perdita, un evento capace di cambiarne per sempre il corso. È proprio lì che Nadia ci mostra come si giochi un’esistenza intera: nel momento in cui comprendiamo che non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade ma possiamo scegliere il modo in cui decidiamo di attraversarlo.
Nonostante le enormi difficoltà che la sua disabilità fisica le riserva quotidianamente, Nadia continua a cercare con una forza di volontà straordinaria tutta l’autonomia possibile. Sceglie di autodeterminarsi, di vivere pienamente la propria vita, affrontando ciò che per molti apparirebbe impossibile. Ed è proprio questa, forse, la sua forza più grande: non quella di chi nega il limite, ma quella di chi sceglie ogni giorno di non identificarsi con esso. Forse è proprio per questo che la sua testimonianza continua a risuonare anche dopo aver terminato di leggerla.
Ognuno porta con sé qualcosa che gli è mancato: una ferita, una perdita, una fragilità, un limite. Nadia non nega nulla di tutto questo. Semplicemente, ci mostra che esiste un momento in cui possiamo smettere di lasciare che siano quelle mancanze a raccontare chi siamo.
Forse è questo il motivo per cui, leggendo Nadia, non si ha la sensazione di incontrare una donna che ha sconfitto i propri limiti. Si ha piuttosto la sensazione di incontrare una donna che ha imparato a non lasciare che siano i limiti a definire chi è.
Marina Morelli
Nadia Lauricella ha 32 anni e vive a Racalmuto, in provincia di Agrigento. È stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica.