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L'ombra di Perseo: intervista a Daniela Mencarelli Hofmann

L'ombra di Perseo: intervista a Daniela Mencarelli Hofmann

La violenza di genere raccontata non attraverso l’atto in sé, ma indagandone le radici psicologiche, culturali e relazionali. L'autrice pone il lettore di fronte a domande scomode

Lunedi, 09/02/2026 - “L’ombra di Perseo” di Daniela Mencarelli Hofmann è un romanzo che affronta il tema della violenza di genere con uno sguardo profondo e privo di semplificazioni.
La storia si apre con Marco, ricoverato in ospedale e colpito da una grave amnesia. Accanto a lui giace la moglie Laura, in coma dopo una brutale aggressione. I sospetti ricadono proprio su Marco, che non ricorda nulla dell’accaduto. Da questo punto di partenza prende forma una narrazione corale, costruita attraverso punti di vista diversi, che permette di osservare la vicenda da più angolazioni: quella dell’uomo accusato, quella dei familiari, e soprattutto quella di una società che spesso fatica a riconoscere la violenza quando si nasconde dietro la normalità.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la complessità dei personaggi. L’autrice mostra come la violenza possa nascere in contesti apparentemente ordinari, mettendo in discussione l’idea rassicurante che certi atti siano compiuti solo da individui devianti. Laura, pur quasi sempre silente, è una presenza potente: la sua assenza diventa simbolo di tutte le voci femminili che vengono messe a tacere.
Il romanzo non offre soluzioni facili né consolazioni, ma invita a una presa di responsabilità collettiva. Lo stile è sobrio, incisivo, capace di trasmettere tensione emotiva rendendo la lettura impegnativa, ma necessaria, con una tensione empatica e critica al contempo.
Un libro che non si limita a raccontare una storia, ma che interroga profondamente chi legge, rendendolo parte attiva di una riflessione urgente e attuale. Ne parliamo con l’autrice, Daniela Mencarelli Hofmann

Come è nata l’idea di scrivere "L’ombra di Perseo" e cosa l’ha spinta ad affrontare un tema così delicato?
Prima di tutto la rabbia. Ho cominciato a scrivere "L’Ombra di Perseo" nel 2011: all’epoca si parlava molto meno di oggi di femminicidi; in Italia già se ne scriveva, mentre in Svizzera, il paese dove mi trovavo, regnava sull’argomento un silenzio quasi assoluto. Solo se il responsabile era un emigrato usciva qualcosina sui giornali. La gravità della situazione nei paesi di lingua tedesca è sconosciuta ai più, ne ho scritto qualche tempo fa per Marea. Faccio un esempio: quest’anno in Svizzera, che ha 9 milioni di abitanti, 27 donne sono state ammazzate da un uomo che diceva di amarle, molte di più che in Lombardia, una regione che conta oltre 10 milioni di residenti. E le cose non vanno meglio in Germania e in Austria.
Ritornando alla sua domanda, mi ha spinto a scrivere anche il tipo di racconto che riportavano i media: chi ammazza la moglie, la compagna o la ex è un mostro – quindi un individuo deviante, cioè l’eccezione. Ma le cose non stanno così, altrimenti dobbiamo dire che la mostruosità è norma, visto che una donna ogni tre giorni viene uccisa da un uomo con cui aveva un rapporto stretto. Una norma a cui non sfuggono il poliziotto, il dottore e neanche l’avvocato: la violenza contro le donne è trasversale, riguarda il ricco e il povero, l’intellettuale e l’uomo privo di cultura, quello di destra e quello di sinistra.

Marco è un personaggio complesso e controverso: quanto è stato difficile raccontarlo?
Il potenziale di violenza negli uomini si percepisce ogni giorno e se ne percepisce anche la fragilità. Marco e gli altri personaggi del mio romanzo hanno qualcosa degli uomini che ho conosciuto, a cominciare da mio padre. Come diceva la mia prima editor, il vero protagonista di questa storia è la violenza contro le donne: quella fisica, quella psicologica del narcisista, la molestia sul posto di lavoro, lo sfruttamento sessuale. C’è un mondo misogino intorno a Laura e alle altre donne del romanzo, a parte uno psichiatra non si salva nessuno, neanche Golan, il poeta dall’apparenza gentile.
La cultura patriarcale produce uomini deboli, incapaci di reagire in modo sano ai conflitti. La violenza è la scorciatoia per affermare il proprio potere, oltre che per beneficiare di molti privilegi. Ma il conformarsi allo stereotipo dell’eroe, del maschio che non piange mai, dell’uomo con la U maiuscola, è comunque una disumanizzazione: i maschi come Marco, imparano a reprimere i propri sentimenti. Aveva ragione Bell Hooks: per liberarci dal patriarcato dobbiamo liberarci dagli stereotipi di genere. Purtroppo in Italia siamo ancora al punto che l’educazione sentimentale nelle scuole è considerata pericolosa. E invece è così urgentemente necessaria.

Laura è spesso presente attraverso l’assenza: che significato ha questa scelta narrativa?
Credo che il personaggio di Lauria sia molto forte, diversi lettori mi hanno detto di essersi un po’ innamorati di lei. Il suo silenzio, imposto dal coma, ne fa un simbolo spero potente per tutte le donne messe a tacere. Sono gli altri, Marco, Golan e sua figlia Zoe a parlare di lei finché non escono fuori i suoi diari e a quel punto Laura parlerà, e come, da quelle pagine.

Oltre ai due protagonisti, con un ruolo altrettanto importante troviamo Zoe e Golan. Cosa rappresenta il loro punto di vista per il lettore?
Le figlie di Laura, la donna gravemente ferita, hanno un ruolo importante, soprattutto Zoe, la più grande e lei stessa madre di una bambina, ma anche Julia, la sorella di dieci anni che ha trovato i genitori gravemente feriti e che da quel giorno ha smesso di parlare, come capita ai bambini che hanno subito un grave shock. Ho voluto dare voce anche a queste vittime della violenza maschile, che rimarranno segnate per tutta la vita. Invece Golan, l’amante di Laura, è uno degli altri indagati. Ma anche lui, che condivide gli interessi letterari di Laura, dimostrerà di non essere scevro dal gestire con la violenza i conflitti.

Crede che la letteratura possa contribuire concretamente a un cambiamento culturale sul tema della violenza di genere?
Credo che la letteratura insegni l’empatia, a mettersi nei panni degli altri. E quindi sì, anche a dare un piccolo contributo per eliminare la violenza contro le donne.


DANIELA MENCARELLI HOFMANN, romana, vive, dopo molti anni trascorsi all’estero, tra Imperia e Roma. Plurilaureata, si è dedicata alla ricerca ambientale, alla cooperazione e all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte. Ha scritto su ambiente, sviluppo, migrazione e su tematiche di genere.
Oltre a “L’Ombra di Perseo”, ha pubblicato una silloge sulla poesia visiva, “L’immagine e la parola / Das Bild und Das Wort” in italiano e tedesco (Il Babi Editore, 2022) e il romanzo “Verde mare, blu profondo” (Golem Edizioni, 2023) che nel 2024 ha vinto il 1^ Premio Nazionale Isola Di Pantelleria. Conduce in Italia e all’estero laboratori di poesia visiva in più lingue ed è presidente dell’associazione Le Muse Festival al Femminile ODV che realizza un festival e altri eventi per promuovere la creatività delle donne nell’arte, nella letteratura e nella musica. Con la pièce teatrale tratta da “L’Ombra di Perseo”, ha vinto nel 2025 il Premio Speciale della Giuria del XIII Concorso Nazionale del Teatro Aurelio di Roma.

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