Login Registrati
'Io sono lui e lui è me'

'Io sono lui e lui è me'

La storia di Silvia, una madre costretta a 'lasciare che sia”' senza mai abbandonare suo figlio, Dario.

Venerdi, 27/03/2026 - Leggo la testimonianza di Silvia per intero e vedo Dario fare cose da pazzi mentre tutto intorno sembra impazzire.
Mi sento vicina a Silvia in una maniera incredibile.

Quella che stiamo per raccontare — anche attraverso la poesia — è la storia di una madre che parla fuori dai denti.
E quando una madre parla fuori dai denti, non consola. Dice la verità. E la verità contiene sempre una luce.

Silvia Leuzzi è una madre. Una madre come tante, eppure no.
La sua voce attraversa più di trent’anni di vita accanto a suo figlio Dario, un uomo con un disturbo mentale gravissimo, cresciuto dentro un percorso fatto di assenza di diagnosi, tentativi, speranze, rabbia, resistenza. Un percorso che, a un certo punto, l’ha costretta — come accade a molte madri — a fare ciò che nessuna vorrebbe: affidarlo al sistema dei servizi.

«Dario è stato devastante nella nostra vita», racconta Silvia. Non usa mezzi termini. Non addolcisce. Non protegge.
Parla di un figlio senza diagnosi, di anni passati tra ospedali, terapie, ricerche. Di una maternità attraversata anche da sentimenti indicibili, come la rabbia e perfino una forma di odio — che solo col tempo si sono trasformati in un amore «travolgente e passionale».
Dario è stato, nelle sue parole, uno tsunami. Uno tsunami che ha devastato ogni anfratto della vita, spazzando via certezze, progetti, perfino la possibilità di immaginare il futuro.
________________________________________________________________________________
LAMENTO DI UNA MADRE
Dove passi tu, figlio mio,
rimangono macerie, oggetti infranti,
pareti nude, urli disumani
che d’umana pietà non han conforto.

Sembri un disegno perverso,
una spina nella gola di traverso,
un maleficio di una strega,
insegnamento di uno stratega,

Invece sei solo un fallato disperato,
mai domo e rassegnato
in cerca di avventure e cose nuove,
che il cuore di madre ha dannato,
che inutilmente ha cercato

con fatica e disperazione
di aggiustar il rotto innato,
con la testardaggine dell’amore
che a nulla serve, se non a soffrire!
________________________________________________________________________________
Ma la storia non si ferma qui.
C’è un altro figlio, Marco. C’è una famiglia che prova a reggere. C’è un sistema che non riesce a sostenere davvero.
Finito il periodo scolastico, racconta Silvia, «per un disabile così grave c’è il vuoto».
E in quel vuoto le difficoltà crescono, si moltiplicano, travolgono tutto.
Questa non è solo una storia familiare. È una storia politica. Perché quando mancano centri diurni, supporti adeguati, continuità terapeutica, non è il disturbo mentale a diventare ingestibile:
è l’abbandono.
E a reggere tutto, ancora una volta, sono le famiglie e, soprattutto, il caregiver, che di solito
è una donna: la madre.

Personalmente credo — anzi so — che quella di Silvia non sia stata, infine, una scelta.
Perché una scelta è tale solo quando si ha davvero la possibilità di scegliere.
In questo caso, la sua — e quella della sua famiglia — non lo era. E soprattutto non lo era per Silvia.
Perché è la madre, in questi casi, ad avere l’ultima parola. La madre, che quando si parla di figli fragili è parte incarnata di quel figlio. E, allora, quando una madre, una donna viene messa con le spalle al muro, non resta altra scelta:
lasciare che sia.

Nella vita mi è capitato di pensare — e di dire — che quando manca l’amore siamo completamente
abbandonati al nostro destino.

Qui, invece, l’amore c’è, ed è forte.
È l’amore di Silvia e dei suoi familiari per Dario, un amore che regge fin dove Dario può riceverlo.
Quello che manca è altro. Manca l’amore del sistema.
Un sistema che appare freddo, distante, incapace di accompagnare davvero.
Come se dicesse: o ve ne occupate voi, oppure ce ne occupiamo noi, a modo nostro — nei casi di disturbo comportamentale importante, troppo spesso, istituzionalizzando.

Silvia è una donna davvero forte: ha trovato, nel tempo, un modo per ricostruire il rapporto con suo figlio Dario.
Ma resta quella verità che non si può aggirare: la sua non è stata una scelta.
A me questo non lo si può nascondere, e lo scrivo a caratteri forti:
ciò che è accaduto a Silvia è stato un essere lasciata insieme a suo figlio al proprio destino, che, finché lei ha retto, è stato uno.

E forse, proprio per questo, non è stato possibile costruire davvero, attorno a Dario,
un progetto di vita.

La mancanza di risorse in seno ai servizi, inadeguati rispetto alla realtà dei territori, e il peso che ricade interamente sulla famiglia. Le crisi, la fatica, la paura. Fino a una decisione che nessuna madre vorrebbe mai prendere.
«Ci siamo arrivati per mettere in sicurezza Dario e tutti noi».
Affidare un figlio al sistema non è una scelta. È l’ultimo gesto possibile quando tutto il resto ha ceduto.

Oggi Dario vive in una struttura sanitaria. Non è il luogo ideale, ma sua madre dice che è l’unico possibile.
Ciò che Silvia ha fatto, però, è non lasciare che tutto si rompesse.
Nonostante la forza distruttiva del disturbo mentale di Dario, una volta uscito di casa, ha continuato a sostenerlo come poteva, restando accanto a lui in un altro modo.

E qualcosa, nel tempo, cambia.
«Se prima mio marito Enzo ed io eravamo pazienti, adesso lo siamo al quadrato».
La distanza non spezza il legame. Lo trasforma.

«Io sono lui e lui è me», dice Silvia.
La diversità è in quei filtri e quelle protezioni che il disturbo mentale strappa, lasciando l’anima nuda.
_______________________________________________________________________________
DARIO, mio figlio
Tu sei la mia fine,
tu sei il mio inizio,
il tormento e l’estasi,
la dannazione e la salvezza.

Torturi i miei pensieri,
laceri le mie carni
ed il fuggir,
agognata droga impalpabile,
mi afferra lieve.

Dietro quel tuo sorriso innocente
mi martella ripetitiva una voce
– io non c’entro niente! –
E mi sento ancora più impotente.
________________________________________________________________________________
Non c’è niente da imparare, in storie come questa.
Non c’è una lezione, non c’è un modello.
C’è una madre che ha tenuto finché ha potuto, sostenuta da familiari che, a loro volta, hanno fatto tutto ciò che potevano.
C’è un figlio che non poteva essere contenuto.
C’è un sistema che non è stato capace di esserci fino in fondo.
… e poi c’è un gesto, il più difficile: non lasciare, ma
lasciare che sia.
Non per smettere di amare, ma per continuare a farlo in un altro modo, dentro l’esperienza del limite.

A volte, essere madri, significa proprio questo:
lasciare che sia, e ripartire da lì.

Marina Morelli
______________________________________________________________________________
Nota finale: Silvia Leuzzi ha pubblicato un libro di racconti: I pensieri di uno stolto per Aurora Edizioni. Tre sillogi poetiche per Ala Libri: I temi della poesia (2017), Ricerca Perenne (2021), A piccoli passi nella poesia del (2024)
 

Lascia un Commento

©2019 - NoiDonne - Iscrizione ROC n.33421 del 23 /09/ 2019 - P.IVA 00878931005
Privacy Policy - Cookie Policy | Creazione Siti Internet WebDimension®