‘Il professor(e)’, il saggio di Patrizia Caporossi
Una (non) storia che, tra prosa e poesia, vuole rompere gli schemi narrativi. Intervista all’autrice
Martedi, 23/06/2026
Fedele al suo percorso di analisi profonda delle connessioni tra il Femminismo, la Storia (delle Donne nello specifico), la Filosofia e la Letteratura, Patrizia Caporossi propone un nuovo lavoro in cui esplora la dimensione pedagogica attraverso la narrazione di una ‘non’ storia di un gruppo di studentesse. Presentato al Salone del Libro di Torino, “Il professor(e)”, che, nel sottotitolo riporta ‘Per una biografia (pedagogica) del Sé’, è stato pubblicato di recente da Ventura Edizioni nella collana "Spiaggia libera". In questo nuovo libro, che si muove tra prosa e poesia, Patrizia Caporossi si concentra sulla sperimentazione stilistica, sulla punteggiatura e sullo spazio geometrico della pagina. Potrebbe essere un libro autobiografico, ma l’autrice va oltre una definizione che limita – opprimendolo – uno sguardo più ampio. La interpelliamo per raccogliere elementi di conoscenza e riflessione da mettere in condivisione per avvicinarci a una lettura consapevole.
Dunque, Caporossi, questo nuovo libro può essere o no definito autobiografico? Qualsiasi scrittura è di fatto sempre autobiografica, anche quella saggistica, perché c’è sempre un soggetto che si espone, che interloquisce con se stesso e con le fonti. In questo caso, ho cercato volutamente di “infrangere” questa distinzione, affinché chi legge possa interrogarsi “pedagogicamente” con il proprio Sé.
Da quale motivazione è partita e quali obiettivi intendeva raggiungere? La motivazione principale è proprio l’esperienza culturale e politica del Movimento delle Donne nella sua valenza storica con l’obiettivo di rompere gli schemi narrativi come nella storia, le donne, come “soggetto imprevisto”, hanno messo in discussione termini, condizioni e situazioni presupposte come “uni-versali”.
Il ricorso alla parentesi, a partire dal titolo, è una scelta che ha un senso anche simbolico? Cosa le preme, soprattutto, far arrivare a chi legge con questa scelta?
L’uso delle parentesi cerca di attrarre l’attenzione e mostrare l’ambivalenza linguistica mettendo in atto ogni pretesa “uni-versale” per una sorta di “pluri-verso”. Oltre che la “e” finale del “Professor(e)”, sul piano linguistico, aprirebbe un dibattito a sé, ampio e complesso, che sto seguendo tramite la stimata Cecilia Robustelli.
La presentazione segnala una sorta di ricerca della “geometria dello spazio linguistico”. Come potrebbe tradurre questa definizione? Nella Prefazione la stimata filosofa amica, Ester Basile, dell’Istituto Italiano di Filosofia di Napoli, coglie e puntualizza proprio questo “ritmo geometrico” che sa del respiro di chi legge o meglio vuole far sì che la lettura prenda di per sé una sua forma: una sorta di sperimentazione, a cui in-direttamente è chiamato anche chi legge a misurarsi col proprio Sé. Per cui le pagine si presentano “spaziate”. L’ottica della storia narrata (che racconto, in fondo, non è) ha “il taglio della differenza sessuale” e modifica forma&stile, chiedendo uno spazio tutto suo: fuori dagli schemi.
Una domanda, infine, sull’immagine scelta per la copertina, a lei particolarmente cara… L’immagine di copertina riproduce un disegno (quasi uno schizzo di pochi minuti) fatto nel 1999 dal mio secondo fratello giovane, Leonardo Caporossi, che era un arredatore d’interni e che purtroppo è morto all’improvviso nel 2006, a 46 anni non compiuti e che riproduce un angolo del mio studio di qualche anno fa come luogo ideale del “pensiero del Professor(e)”. In coda al libro, a pag.110, c’è la foto di una mia classe di Liceo in cui sono ritratta anche io, a emblema di tutti&tutte le ragazze&ragazzi del mio cuore a prologo delle Note BioBibliografiche che seguono.
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