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Vite spezzate. Un anno dopo il crollo del Rana Plaza

Vite spezzate. Un anno dopo il crollo del Rana Plaza

Bangladesh - Un anno dopo il crollo della fabbrica tessile in Bangladesh, gli operai e le operaie sopravvissute portano ancora sulla pelle e nella testa i traumi di quella tragedia. Una ricerca di ActionAid

Antonelli Barbara Mercoledi, 28/05/2014 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Giugno 2014

 Riahna Khatum, 20 anni, lavorava come cucitrice al settimo piano del Rana Plaza. Le hanno dovuto amputare entrambe le gambe e adesso è quasi un anno che si trova presso il CRP (Centro per la Riabilitazione dei Paralizzati). Ogni giorno rimpiange di non essere morta nell'incidente. Non ha un marito, suo padre è morto e sua madre vive lontano da Dacca. "Chi si sposerebbe una donna senza le gambe?" ripete con estrema tristezza. Sta frequentando un programma di riabilitazione fisica. Ogni mattina le insegnano a coordinare i movimenti per camminare con i suoi arti artificiali. Un anno dopo la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh, tre quarti dei sopravvissuti vive ancora sulla propria pelle il trauma fisico o psicologico dovuto al crollo della palazzina dove avevano sede diverse fabbriche tessili. È questo il risultato di una ricerca sul campo condotta da ActionAid: oggi la maggior parte dei sopravvissuti non è in grado di poter tornare al lavoro.



 Esiste inoltre un enorme divario tra le promesse di risarcimento fatte alle vittime e la realtà. L’indagine sul campo mostra infatti la disperata vulnerabilità dei sopravvissuti e delle loro famiglie: oltre il 70% degli intervistati non sono rientrati al lavoro; nel 63,64% dei casi per gravi problemi fisici riportati in seguito al crollo; nel 23% per traumi psicologici (difficoltà di concentrazione, depressione). Di fatto, un anno dopo il crollo del Rana Plaza, il 95% degli intervistati vive in gravi condizioni di disagio economico. Tra loro c’è anche Sajal Das di 26 anni. Ha dovuto lasciare tre diversi posti di lavoro negli ultimi sei mesi: la sua resa lavorativa infatti non è più “soddisfacente”. Le ferite riportate nel crollo della fabbrica del Rana Plaza hanno cambiato il corso della sua vita. “Non posso lavorare per più di due ore consecutive - racconta Sajal - ho ottenuto un posto in una fabbrica del gruppo Al-Muslim due mesi fa, ma sono stato in grado di consegnare solo metà della produzione che mi era stata richiesta. I capi non erano soddisfatti, non mi è rimasto che lasciare il lavoro.



Ho continui dolori alla schiena, all’inizio non erano così forti, ma adesso da quando ho ripreso a lavorare sono diventati insopportabili”. Solo un anno fa Sajal lavorava nel laboratorio tessile di New Wave Style al sesto piano del Rana Plaza. Fu soccorso tra le macerie 5 ore dopo il crollo. “Ero ferito alla schiena e alla vita, ma pensavo non fosse nulla rispetto ad essere stato sepolto per 5 ore sotto le macerie. Vedevo corpi di persone schiacciate sotto il cemento armato. Ho visto il mio collega morto, in una pozza di sangue”. Ha affrontato cure mediche in un centro specialistico. “Sono stato a riposo per alcuni mesi e ho preso medicinali fino a quando le mie risorse economiche me l’hanno permesso. Ma come avrebbe potuto sopravvivere la mia famiglia senza alcuna entrata?”. Oggi vive con i suoi famigliari in una piccola abitazione di Savar, nel quartirere di Bank Colony; ha ricevuto gli ultimi due stipendi pari a 18.000 taka bengalesi (circa 167 euro) e una quota di 45.000 taka (circa 419 euro) come sostegno finanziario da PRIMARK. Nell’ultimo mese con questi soldi ha potuto pagare alcune spese della famiglia, estinguendo anche dei prestiti che aveva preso prima e dopo il Rana Plaza. Ma ora quasi tutta la somma è stata spesa. Il 24 aprile 2013 morirono circa 1.140 lavoratori e furono oltre 2.000 i feriti. Un anno dopo, la maggior parte di questi operai ha gravi difficoltà a pagare affitto, beni di prima necessità o addirittura un pasto decente.



Molte famiglie, sono ancora in attesa di ricevere i dovuti risarcimenti e allo stesso tempo non sono in grado di ripagare i debiti. Mentre molte aziende internazionali continuano a rifiutarsi di versare gli indennizzi dovuti, la ricerca ha evidenziato come alcuni operai intervistati abbiano ricevuto risarcimenti pari a circa 1.086 dollari, ma tra loro ci sono alcuni che hanno ricevuto appena 20 dollari. Solo 15 milioni di dollari, sui 40 previsti, sono infatti stati versati nel Rana Plaza Donors Trust Fund, il fondo che servirà per risarcire tutte le vittime, come stabilito dal Rana Plaza Arrangement, supervisionato dall'International Labour Organization (ILO). Le condizioni di Sajal sono comuni a centinaia di operai tessili che non hanno potuto riprendersi fisicamente e psicologicamente dal trauma subito. “Ancora adesso se penso alla tragedia del Rana Plaza, non riesco a dormire. Se sento rumori forti o urla, tremo di terrore. Non ho più capacità di concentrazione sul lavoro. La tragedia del Rana Plaza ha cambiato il corso della mia vita” dice Sajal. “Versare moneta liquida nelle mani delle famiglie dei sopravvissuti non significa risarcire le persone del trauma e delle perdite subite - dichiara Farah Kabir, Direttrice di ActionAid Bangladesh - è offensivo che grandi multinazionali possano paragonare questi esigui risarcimenti ad una tragedia così grande come quella del crollo del Rana Plaza che ha cambiato per sempre la vita di questi operai. Quello di cui i sopravvissuti hanno bisogno è di un “giusto” risarcimento, quindi misure di lunga durata e un sostegno che consenta loro di vivere per i prossimi 10-15 anni, se non sono in grado di lavorare. Migliaia di lavoratori e lavoratrici non sono più in grado di lavorare, a causa dei traumi fisici e psicologici subiti, non riescono a dormire la notte, non riescono a condurre una vita normale, mentre alcuni marchi della moda fanno ancora orecchie da mercante sulla questione dei risarcimenti”.#foto5dx#



Credit foto: Annalisa Natali Murri

 


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