Il gallismo, il machismo e le molestie di strada. L'articolo di Claudia De Simone (Università Roma Tre)
Lunedi, 09/02/2026 - Se parlassi di gallismo senza ulteriormente specificare il significato del termine, la maggioranza penserebbe ad un pennuto munito di cresta dall’atteggiamento compito e un po’ aggressivo, altre forse a una dottrina politica francese che prendeva ispirazione da De Gaulle, e che dal nostro si differenzia di una vocale.
Le accanite lettrici di Brancati e quelle storiche di «Noi Donne» invece ne avranno afferrato il significato. Il gallismo, termine oggi caduto in disuso, in realtà ci è più familiare di quanto pensiamo e indica quella tendenza tutta machista a vantarsi delle scorribande amorose con i propri simili e a competere come galli, appunto, per il predominio del pollaio, laddove le galline evidentemente siamo noi.
Qualcuna ha voluto ribaltare su carta quello che molti - e tra loro, anche alcuni ministri della giustizia - reputano organico, naturale, biologicamente motivato dal punto di vista maschile, chiedendosi: e se le donne fossero smargiasse e invadenti? Se si sentissero sicure, padrone del mondo, come gli uomini convinte di poter esprimere la propria opinione sulla qualunque e soprattutto sui corpi altrui? E se di contro gli uomini sentissero come le donne la necessità di dover piacere, occhi estranei costantemente puntati su di loro, il pericolo pronto a palesarsi dietro ogni angolo?
Il risultato è un brillante racconto dal titolo Morettino, ti mangerei!, enigmaticamente firmato G.d.p - probabilmente la leggendaria direttora di NoiDonne Giuliana Dal Pozzo - pubblicato sullo speciale di «Noi Donne» n.33 del 1973 a pagina 20, in cui un avvenente, ma insicuro ragazzo racconta la sua giornata tipo e i problemi che la infestano: una madre troppo conservatrice che sembra addossare tutte le colpe agli uomini, nella sua opinione ostentatamente provocanti, orde di «pappagalle» che impediscono a lui e ai suoi amici Barbaro e Patrizio di godersi una giornata al mare, ma anche una serata al cinema, tra molestie di vario tipo, e più in generale il «valchirismo che pare sia un male tutto italiano».
L’articolo contribuisce a creare un ampio quadro delle molestie da strada, a cui lo speciale è dedicato, tema interessante che io e le mie colleghe Emma Scaricamazza e Gaia Sordoni abbiamo scelto per il nostro progetto elaborato nell’ambito del laboratorio Il ruolo delle donne nell’Editoria del XX secolo, tenuto dalle professoresse Laura Fortini e Elisa De Roberto. Nel progetto, poi presentato anche durante il convegno NoiDonne80: Una lunga storia che guarda al futuro, tenutosi il 9 maggio 2024, analizzavamo per intero lo speciale, articolo per articolo, evidenziandone la portata innovatrice e i collegamenti con la contemporaneità, al contempo mostrando come sarebbe potuto essere sfruttato all’interno di una lezione di Educazione civica per le scuole secondarie di secondo grado.
Sulla scorta della nostra scrittrice misteriosa, poi, abbiamo isolato il racconto di G.d.p e ci siamo poste la stessa domanda, decidendo di estenderla ad altre ed altri attraverso un laboratorio di scrittura nell’ambito del Roma Tre Open Night svoltasi il 4 giugno 2024.
Certo, la notte dei ricercatori spesso privilegia eventi diversi, ben più invoglianti di molestie da strada e femminismo, e sicuramente meno impegnativi.
Immaginiamo tre ragazze armate di fogli di carta, penne brandizzate dall’Università e sorrisi a trentadue denti che cercano di rendere accattivante un laboratorio di scrittura dal nome A’ bello! Dal gallismo degli anni ’70 al cat calling di oggi. Scriviamo un racconto alla rovescia a partire da «Noi Donne», lottando contro interessanti esperimenti di fisica, attraenti prototipi di robot e laboratori paleografici promossi dal dipartimento di Lettere classiche.
Nonostante i pronostici fallimentari, una decina di persone hanno spontaneamente deciso di fare da cavie ai nostri esperimenti, per di più in una afosa serata di giugno, scrivendo un racconto alla rovescia ispirato a quello di G.d.p.
Per i e le partecipanti non era affatto semplice elaborare e trascrivere un piccolo racconto fatto e finito nell’arco di mezz’ora sul tipo di quello del bel Morettino eppure, a scanso di qualunque ironia, sono riuscite/i a scrivere piccoli gioielli. Queste produzioni nel loro insieme, come un fiumiciattolo, costituiscono un percorso, a volte dritto o dolcemente curvato, altre decisamente deviato rispetto al tratto precedente, con curve a gomito dalla navigazione complessa. Il punto di arrivo è sempre lo stesso: le conseguenze che le molestie, da strada e non, e più in generale la cultura patriarcale, hanno sulla vita di chi ne è vittima.
Alcuni racconti sono più vicini al modello fornito da Morettino, ti mangerei!: ci troviamo davanti a scritture brevi che rovesciano situazioni tra le più quotidiane e ne mettono in evidenza ingiustizie e umiliazioni ricorrenti di giovani uomini e donne. C’è chi esordisce con «È una mattinata come tante», qualcun altro o altra con «L’ennesima giornata di caldo afoso». Le storie sono tanto simili nella descrizione delle modalità della violenza da far naturalmente pensare alla sistematicità di tali eventi, anche se perpetrati in una varietà di spazi, da quello pubblico a quello più privato. Ritorna spesso la meticolosità nella scelta dei vestiti: «”Mi devo coprire, è vero che il tragitto è breve ma a quest’ora le donne sono tutte sotto le tende del bar”», oppure «controllo che mi stiano bene ma non troppo: devo essere perfetto ma non certo dare l’impressione sbagliata», fino alla scelta delle «scarpacce da ginnastica che odio ma che almeno mi permettono di accelerare il passo quando sento il rumore di tacchi che si avvicinano».
Il primo racconto descrive un’uscita solo ipotizzata: il ragazzo protagonista del breve racconto vuole andare ad un concerto, ma i suoi amici non lo accompagnano, i vestiti scelti sono troppo coprenti per l’afa della ressa da parterre, il ritorno in solitudine sul notturno lo spaventa («Se alla fermata ci fosse un gruppo di donne ubriache magari.»). La conclusione è facilmente prevedibile: il ragazzo rimane a casa e la band di nicchia forse la sentirà un’altra volta.
Il secondo racconto segue ancora le linee guida di g.d.p.: un ragazzo che si prepara, esce di casa per andare in palestra, il catcalling subito da parte di un gruppo di donne - «”Hey, splendido!”, sento urlare dietro, “neanche di uno sguardo ci degni!”» - e la corsa nel panico verso il porto sicuro, la palestra. Una volta arrivato, il nostro protagonista si rende conto di doversi togliere la felpa per allenarsi: «”Be”, penso tra me e me, “anche oggi torno a casa senza aver fatto nulla ma al ritorno di sicuro cambio strada”».
In un altro racconto uno studente ci parla del suo tragitto verso l’Università e con esso gli sguardi intrusivi dei netturbini e la molestia fisica subita sull’autobus. La descrizione delle sensazioni che seguono è tanto realistica da far male: raggelamento, poi panico e un senso di sporcizia interiore, oltre che esteriore, «come se mi fossi impegnato troppo per farmi notare». Il finale, come in altri racconti di questo piccolo gruppo, è di rinuncia: di fronte ad eventi traumatici, obiettivi e volontà precedenti cadono, il ragazzo non spera neanche più di arrivare in orario in Università.
Il quarto racconto è ancora inserito nella quotidianità ma pone sotto la lente critica una postura, una mentalità, un bias culturale che appartiene a quelli che potremmo banalmente chiamare i “belli di mamma”. Anna, infatti, appena sveglia ha il caffellatte servito, le mutande pulite e il pranzo da portar via pronto sul tavolo. La reazione della povera ragazza non è di gratitudine ma di insofferenza. All’offerta del caffè da parte di suo padre, Anna non può fare a meno di pensare «Ancora… non ha capito che non mi deve disturbare». Quando invece è crudelmente costretta ad andare a prendere le mutande nel cesto dei panni puliti si dice «Ma che ci voleva a metterle nel cassetto». Infine, l’affronto più grande: il pranzo che le ha preparato il padre non le piace, o meglio non le va, per cui è costretta a prorompere in un «non mi puoi chiedere cosa voglio prima di cucinare?». La mattinata di Anna è ovviamente rovinata da un padre che non fa esattamente ciò che la nostra pensa e neanche richiede ad alta voce. L’imperdonabile colpa del genitore è quella di non essere telepatico.
Abbiamo poi, in un altro racconto, un dialogo tra due donne, entriamo in medias res:una voce non identificata chiede ad un’altra «E tu cosa gli hai detto?». Il racconto che segue è quello di una lite coniugale tra le più banali: il fidanzato di chi parla vorrebbe che lei stesse più attenta ai suoi sentimenti, desidererebbe che ci fosse più comunicazione tra di loro, reclama attenzioni che all’inizio della relazione c’erano e adesso non più.
Lei, d’altro canto, è una ragazza a modo e alle richieste risponde comprandogli «borselli firmati» e portandolo fuori a cena. Ma niente, il suo ragazzo continua a chiedere e a lamentarsi anche quando la nostra, stremata, si siede sul divano: «è incredibile che una non sia neanche più padrona a casa sua!». Alla domanda circa la risoluzione della lite, la risposta è lapidaria «Come al solito, gli ho dato una pizza e si è stato zitto». Con questo racconto entriamo nella sfera fisica della violenza: la risoluzione di una lite, come accade in una società ancora fortemente ancorata ai valori patriarcali come la nostra, è il sopruso, uno zittire violento il cui mezzo - tra gli altri - è la forza.
Con un altro racconto ancora ci distanziamo dalla quotidianità per tornare, attraverso la storia del protagonista di nome Luca, agli archetipi che fin da bambine e bambini costellano il nostro immaginario. I ricordi d’infanzia di Luca sono perlopiù di suo padre e delle storie che gli raccontava prima di andare a dormire. Della madre, assente e poco interessata al figlio, ricorda poco. Ci racconta quindi la felicità del padre e l’insofferenza della madre («“Un’altra seccatura”») il giorno in cui é «finalmente diventato signorino». A questo evento segue il trasferimento di Luca, che apprendiamo essere un principe, nella torre dove attenderà la principessa che lo trarrà in salvo e con cui coronerà il suo sogno d’amore. Nonostante un’attesa lunga ed estenuante, il fatidico giorno arriva: giunge l’amata sul suo «nobile destriero», nella sua «corazza scintillante» sconfigge coraggiosamente il drago, finalmente sale le scale, apre la porta con un potente calcio e nobilmente esclama «“Mh…Vabbè, speriamo che ce l’hai grosso almeno. Muoviti, voglio tornare per cena.”».
Il protagonista adolescente del successivo racconto scrive invece sul suo diario: «Caro diario, mi sono innamorato». La ragazza con cui ha un appuntamento è bellissima, profuma di magnolia, sembra perfetta per lui. In vista dell’uscita ha svolto tutti i passaggi necessari: ha lisciato i capelli, ha ascoltato tutte le canzoni d’amore di High School Musical, e infine si è depilato così da sentirsi «in pace con sé stesso». La serata è andata bene, ma lui teme di aver rovinato tutto: non è riuscito a «fare l’amore con lei». Il problema, scrive sul suo diario il ragazzo, è stato che lei insisteva per farlo senza il preservativo perché «sosteneva di non sentire niente» ma a lui questo metteva a disagio. La pagina di diario, purtroppo, è incompleta.
Ci spostiamo quindi su un altro racconto che verte sull’ambito lavorativo. Il protagonista lavora in un ufficio come segretario insieme ai suoi colleghi Marzio e Gino, ma a differenza di loro due, lui non subisce altrettante molestie dalla capa, «una donna robusta […] a cui piaceva dare fastidio ai colleghi maschi», in quanto «“non abbastanza carino”». Quando torna a casa comunque, lui come i suoi colleghi, ha bisogno di «almeno tre docce per togliersi quell’odore femminile». Gino dei tre ha la peggio: la capa lo segue fino a casa ed anche in bagno, da dove non esce per almeno mezz’ora. E quando esce, la capa ha stampato in faccia un «ghigno di vittoria». Gino è costretto a cambiare lavoro, ma la storia non finisce qui; la capa viene denunciata, i tre testimoniano in tribunale e il racconto si chiude così: «e come il sole era riuscito ad uscire dalle nuvole, anche Gino era riuscito ad uscire da quella situazione». Il finale, anche se amaro, lascia spazio ad un filo di speranza.
Arriviamo quindi al penultimo racconto. «Mia madre mi dice sempre che Francesca è solo molto premurosa» esordisce il narratore. Francesca è premurosa, è vero, lo è nella misura in cui uno schiaffo è un atto di cura: ogni qual volta il protagonista non risponde, lo tempesta di chiamate e gli intasa il telefono di centinaia di messaggi, per poi alzare la voce durante le discussioni che ovviamente seguono. Dopo ogni sfuriata, Francesca ammette che forse è vero che un po’ esagera ma che deve anche capire: «lo faccio per il tuo bene».
Al nostro, comprensibilmente, «manca l’aria» e al pensiero di lasciarla lo assalgono i sensi di colpa. Racconta quindi l’ultimo evento della sua storia amorosa: lui è andato a giocare a calcio con gli amici e dopo hanno mangiato una pizza insieme, ma com’era prevedibile sono seguite chiamate e messaggi insistenti e l’ennesima sfuriata. Alla fine però Francesca si è scusata e ha detto «che non alzerà più la voce, non devi avere paura di me».
«Forse», ci dice il narratore, «davvero ha ragione mia madre; “Francesca è solo premurosa”».
L’ultimo racconto non è propriamente un ribaltamento: l’identità e i ruoli di genere non sono invertiti, la situazione è tutt’altro che quotidiana. L’io narrante ci tiene a dirci che è diventato un portento nell’arte della caccia, arte che inizialmente considerava uno sport ma che col tempo ha capito fare parte del suo essere. Procede a raccontarci la battuta di caccia del giorno, specificando che si svolgerà in una radura dove spesso si trovano i migliori esemplari.
«Non credeteci dei tipi sofisticati o schizzinosi» precisa, «la carne è carne e tutti dobbiamo mangiarne nella vita». La prima preda si butta praticamente tra le loro braccia e uno dei suoi compagni se ne accorge prima di tutti, e ne approfitta, «ma questo non ci ha fermati dal seguirlo: si sa che se si è in gruppo la preda diventa più vulnerabile». Qualcuno comunque ci tiene a moralizzare, a dire che ciò che fanno è sbagliato. Il narratore commenta che questi potrebbero essere «dell’altra sponda», potrebbero essere «vegani». Comunque, dopo aver constatato l’assenza di altre prede di cui approfittare, il nostro decide di tornare indietro quando, proprio sull’uscio di casa, si ritrova di fronte un «magnifico esemplare». Mentre si avvicina con «la sicurezza» che lo contraddistingue, viene caricato dall’animale. Rientrato a casa «umiliato e dolorante» viene investito dalla sfuriata di sua moglie: «“BEN TI STA, COSÌ IMPARI A FARE LE AVANCE A QUALUNQUE ESSERE FEMMINILE TI CAPITI SOTT’OCCHIO! […] GUARDA CHE SE TI RIBECCO NON ESITO A TORNARE DA MIO PADRE”». La conclusione, lapidaria ancora una volta: «Almeno lei ha un buon rapporto con suo padre».
Il punto di raccordo tra questi racconti ribaltati elaborati a partire dal modello di Morettino, ti mangerei!è chiaro: la molestia e la violenza, non sempre esplicita, sono centrali in ognuno di essi, e il ribaltamento di Giuliana Del Pozzo è ancora - tristemente - valido a cinquant’anni di distanza. Nei racconti scorgiamo elementi diversi di uno stesso quadro: c’è chi ha evidenziato il privilegio maschile, chi la disparità di trattamento che le donne spesso subiscono, fino alla violenza emotiva e fisica. E parimenti le reazioni ai soprusi sono diverse in ogni racconto, dalla resa e lo scoramento che seguono alla paura e l’umiliazione fino a reazioni più forti, spinte dal senso di ingiustizia, dalla necessità che la propria voce non cada nel vuoto. In un solo racconto la molestia è portata di fronte alle giustizia, forse a segnalare quella diffidenza nei confronti di autorità cieche e sorde che troppo spesso difendono l’oppressore piuttosto che l’oppresso. Il finale dei racconti dunque è di rado confortante: ne emerge un ritratto disilluso e crudo del patriarcato. Estrapolando direttamente dalla lezione che G.d.p. ci fornisce, a riprova che cinquant’anni hanno prodotto un cambiamento ancora troppo parziale, quel che rimane nostro e in modo inequivocabile è l’ironia e la forza distruttrice che le è propria: di fronte ad essa cade il gallo con il suo fragile ego.
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Approvato il Codice di comportamento dell'Università RomaTre per la prevenzione eil contrasto delle molestie, delle molestie sessuali e di ogni forma di discriminazione (D.R.229/2026)
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