Giovedi, 12/02/2026 - Salve.
Sono Venezia.
Mi avete raccontata per secoli attraverso grandi nomi maschili: Tiziano, Tintoretto, Veronese, Bellini. Mi avete immaginata come una città di maestri e di botteghe popolate solo da uomini, geni scostanti chini sulle tele, circondati da apprendisti.
Ma questa è solo una parte della mia storia.
Se guardate meglio tra le pieghe dei documenti d’archivio, nelle firme sbiadite, nelle opere senza attribuzione, scoprirete un’altra verità: la mia è anche – e profondamente – una storia di donne.
Donne presenti fin dall’inizio, da quando gli abitanti della terraferma fuggirono verso gli isolotti nebbiosi della laguna. Furono donne a tessere le vele, a costruire reti, a pescare, a conservare il pesce, a raccogliere il sale – primo grande commercio della Serenissima. Furono loro a sviluppare artigianato, a curare gli spazi domestici, ad accogliere stranieri che arrivavano dalle vicine Alpi, marinai perduti, schiavi in fuga, ebrei cacciati, profughi e condannati.
Le donne di una giovane comunità sparsa su isole e isolotti impararono a sopravvivere al mare e alle tempeste mentre gli uomini tagliavano boschi, scavavano fondamenta, costruivano imbarcazioni e intrecciavano relazioni commerciali per i secoli a venire.
La città cresceva e le donne imparavano ogni arte – e non la misero mai da parte.
Le mie botteghe non erano solo luoghi di lavoro. Erano case. Erano scuole. Erano laboratori di vita.
Qui la separazione tra privato e professionale era sottile, quasi inesistente. Figlie, mogli e vedove partecipavano attivamente alla produzione artistica: preparavano pigmenti, tendevano tele, disegnavano, copiavano modelli, stendevano fondi, rifinivano dettagli preziosi.
Spesso questi lavori venivano considerati “secondari”.
Non lo erano affatto.
La stesura dei fondi, la coloritura dei tessuti, la realizzazione di ornamenti richiedevano competenze raffinate e determinavano la qualità finale dell’opera. Senza di loro, molti capolavori non sarebbero mai esistiti.
Invisibili nelle firme, indispensabili nei fatti.
Le arti “minori” che minori non erano Il mio volto artistico non è fatto solo di pale d’altare e grandi tele.
È fatto di fili, di aghi, di carta miniata, di stoffe preziose.
Nel ricamo e nel merletto – soprattutto a Burano – le donne svilupparono tecniche raffinatissime, richieste dalle élite europee. La miniatura e la coloritura delle stampe nelle botteghe editoriali portarono la mia immagine nel mondo.
E poi la tessitura: settore strategico della mia economia. Seta, velluti, broccati. Qui la presenza femminile era dominante, sia nella produzione sia nella gestione dei laboratori.
Queste arti, a lungo escluse dal canone della “grande pittura”, sono oggi riconosciute come centrali per la mia cultura visiva.
Donne imprenditrici prima che il termine esistesse Quando un maestro moriva, spesso era la vedova a prendere in mano la bottega.
Gestiva commissioni, trattava con i clienti, supervisionava il lavoro, manteneva viva la rete commerciale.
Non solo artiste, dunque.
Ma imprenditrici.
Alcune riuscirono a superare l’ombra.
Marietta Robusti, la Tintoretta Figlia prediletta di Jacopo Tintoretto, Marietta (1554–1590) crebbe nella bottega paterna con la stessa formazione dei collaboratori uomini: disegno, pittura a olio, ritrattistica. Le fonti la descrivono come una ritrattista di straordinaria finezza psicologica.
La sua fama varcò i confini della laguna: fu invitata alle corti di Filippo II di Spagna e dell’imperatore Massimiliano II. Non partì, per gelosia del padre.
Molte sue opere furono attribuite a Tintoretto.
Il suo talento sopravvisse, ma il suo nome si dissolse nella grandezza paterna.
La sua storia racconta una verità scomoda: donne apprezzate, formate, richieste – ma raramente riconosciute come autonome.
Rosalba Carriera, la rivoluzione silenziosa Con Rosalba Carriera (1673–1757) qualcosa cambiò.
Specialista nel ritratto a pastello, trasformò questa tecnica in un genere nobile. Gestì una bottega familiare al femminile insieme alle sorelle Giovanna e Angela, costruendo una rete internazionale di committenti.
Fu accolta nelle più prestigiose accademie europee, tra cui l’Académie Royale di Parigi. Ritrasse sovrani, ambasciatori, aristocratici. Unì talento artistico e abilità imprenditoriale.
Rosalba non fu un’eccezione romantica.
Fu la prova concreta che una donna poteva essere protagonista assoluta del sistema artistico veneziano.
Anche nella musica Persino nel settore musicale, come raccontano studi recenti e la suggestiva narrazione del film “Primavera” di Damiano Michieletto, le giovani musiciste degli Ospedali veneziani raggiunsero livelli altissimi di eccellenza. Molte composizioni rimasero senza attribuzione femminile, mentre la fama consolidò il nome di maestri come Antonio Vivaldi.
Ancora una volta: talento presente, firma assente.
Una storia riscritta Per secoli, la storiografia ufficiale ha ignorato queste presenze.
Mancanza di firme, attribuzioni errate, pregiudizi di genere, gerarchie artistiche rigide.
Solo negli ultimi decenni gli studi di storia sociale e di genere hanno iniziato a ricostruire reti di collaborazione femminile e a restituire visibilità a queste figure.
Anche Irene di Spilimbergo, legata all’ambiente di Tiziano, divenne simbolo della possibilità per una donna di accedere a una formazione artistica avanzata, pur lasciando poche opere documentate.
Vi saluto così Vi saluto ricordandovi che la Serenissima è sempre stata, in fondo, donna.
Ripensare la mia storia alla luce di queste presenze non significa solo colmare un vuoto storiografico.
Significa comprendere davvero la complessità del mio sistema artistico.
Perché tra i miei canali, nei silenzi delle botteghe, tra fili d’oro e le polveri di pigmento, le mie donne non sono mai state comparse.
Sono sempre state protagoniste.
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