C’è stato un momento, nel 2023, in cui sembrava che stesse cambiando il mondo… Ve lo ricordate?
Il secondo evento che in modo ancora più inimmaginabile del primo sembrò scuotere le fondamenta della società italiana avvenne di nuovo al cinema, quando il 18 ottobre 2023 il film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi apparve sullo schermo della festa del cinema di Roma, e poi su decine di altri schermi radunando migliaia di persone e diventando il film più visto nel 2023 in Italia. È ancora difficile spiegare come sia potuto accadere: un film in bianco e nero che parla di violenza maschile intrafamiliare, “una mattonata” l’ha definito la stessa regista, un film che appare incredibile sia stato prodotto prima ancora di essere stato visto e apprezzato. Perché così tante donne sono andate a vedere il film di Paola Cortellesi? Perché tante donne si sono commosse e arrabbiate vedendo quel film? Perché quel film ha colpito emotivamente anche tanti uomini? Ho riflettuto a lungo su quale sia la risposta giusta a tali domande e alla fine mi sono detta che quella “mattonata” ci ha colpite perché ci ha raccontato la verità. Una verità che quotidianamente neghiamo o ignoriamo – donne e uomini –, una verità che quotidianamente mettiamo da parte perché tutto sommato è più facile continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto, perché cambiare il nostro modo di comportarci, di parlare, di decidere, di educare è difficilissimo di fronte al muro del “è sempre stato così”. Eppure Delia ce la fa a cambiare quel “è sempre stato così”, ce la fa rivendicando la libertà di esistere prima ancora della libertà di esercitare il suo diritto di voto, decide di farcela per sé stessa e per sua figlia, a cui sente di dover mostrare che la vita può essere diversa se siamo noi a cambiarla, e che siamo noi stesse a doverci salvare.
spiega il motivo per cui lei continua spesso a chiamarlo Valerio anche se il suo nome è Gino: quando lei era incinta aveva chiesto a suo marito quale nome gli sarebbe piaciuto per il loro bambino e lui aveva risposto «Valerio»; bene, piaceva anche a lei, si chiamerà Valerio; ma poi all’anagrafe suo marito aveva dichiarato che il nome di suo figlio era Gino, senza ridiscuterne con la madre di suo figlio, con la madre che lo aveva portato dentro di sé nove mesi e che lo aveva partorito, semplicemente si era arrogato il potere di imporre il nome – oltre che il cognome – al suo discendente. «Questo è il patriarcato!» «Tuo papà non ci ha fatto mancare niente, certo, però mi ha tenuto dentro casa, questo è il patriarcato!» Il fatto che a Padova in Prato della Valle ci siano statue di soli uomini, «questo è il patriarcato!» Tempo fa – spiega ancora la madre di Gino – si era pensato di inserirvi una statua dedicata ad Elena Cornaro Piscopia, la prima donna al mondo a laurearsi, padovana, ma infine non se ne fece niente… Evidentemente le lauree di noi donne fanno davvero paura, evidentemente perché conoscere rende libere. È la nostra vita quotidiana il patriarcato, è tutto quello che diamo per scontato il patriarcato, non è qualcosa fuori da noi, è dentro di noi, il patriarcato siamo noi. «Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima» ha scritto Cristina Torre Cáceres. Qualcuno disse che Giulia doveva essere l’ultima, che il suo femminicidio aveva scosso talmente l’Italia che non si sarebbe dovuto ripetere. Così non è stato.