Sarah, Alisya e il dramma della 'genitorialità malata'
Ritrovate le due sorelline fuggite dal Centro di Villetta Barrea, si apre una vincenda giudiziaria contro gli adulti responsabili della loro fuga. Le ferite nei cuori delle due ragazze
Sarah, Alisya e il dramma della 'genitorialità malata' / il femminile di giornata novantotto E’ la notte tra il 6 e il 7 giugno quando le due sorelle Sarah e Alisya, rispettivamente di 12 e 16 anni, fuggono secondo un piano ben architettato, come si è scoperto, dal centro di accoglienza “Hope” a Villetta Barrea nel Parco Nazionale d’Abruzzo, dove vivevano da due anni lontane dai genitori.
Il piano riesce alla perfezione ed è difficile non immaginare il senso e l’aspettativa di un’eccitante avventura che accompagna le ragazze, soprattutto sapendo con certezza che, dopo numerose peripezie ben organizzate, avrebbero raggiunto la loro mamma. Mamma Valentina D’Acunto che, senza riflettere sulle conseguenze, non voleva arrendersi all’idea di non averle con lei e il suo compagno, il quale non a caso sarebbe fra gli organizzatori della fuga insieme al nonno materno. Lei motivata e forte del sapere che le ragazze, pare, proprio con lei volessero condividere la loro vita.
Dietro le ragazze una storia purtroppo simile a tante altre di cui i bambini, poi adolescenti, soffrono pagando prezzi altissimi. Nello specifico di questa triste vicenda i genitori sono divisi da 8 anni e divorziati da 6 e, considerando delle due ragazze, non è difficile immaginare quali insicurezze, incomprensioni, dubbi abbiano segnato nel tempo la loro crescita.
I dissidi e le incomprensioni dei genitori hanno vinto su una loro vita se non proprio serena ma capace di tener conto di un loro equilibrio.
Le notizie divulgate, poi, non fanno che raccontare la complessità della situazione in cui possono aver maturato la loro determinazione nel tentare di raggiungere ciò che desideravano, accettando di infrangere le regole e fuggendo di nascosto.
A entrambi i genitori era stata sospesa la genitorialità per essere poi restituita al padre, guarda caso proprio la settimana precedente alla fuga da Villetta Barrea e a fronte, come abbiamo imparato dalle notizie divulgate, del desiderio delle figlie di non voler vivere con lui ma con la madre, appunto, che oggi viene definita manipolatrice, aggettivo che si riporta al di là della nostra capacità e volontà di esprimere ovviamente qualunque giudizio.
Tornando ai fatti, i 15 giorni di indagini trascorsi dalla fuga al ritrovamento, in cui sono state cercate ovunque con un amplissimo impiego di forze, considerando le verità oggi divulgate e conosciute, viene offerto un quadro su cui vale la pena di riflette pensando alle ragazze e alle domande dalle assai difficili risposte, su cui s’interrogheranno e soprattutto che le accompagneranno, se i loro genitori non saranno capaci di capire e cambiare, presumibilmente da oggi in poi.
Per loro quella fuga notturna, che insisto a pensare sia stata immaginata come l’avventura capace di realizzazione i propri progetti, forse si è presentata inaspettatamente molto presto fonte di interrogativi e insicurezze per precipitare nel fallimento del loro progetto con l’arrivo delle forze dell’ordine.
Nascoste in un quartiere periferico di Formia presso una donna anziana e gentile, conoscente del loro nonno ma che mai avevano vista prima, chiuse in una stanza dove veniva loro servito da mangiare e senza possibilità di uscire per l’ovvia necessità di rimanere nascoste e invisibili, finché una nuova fuga, ben progettata, le avrebbe ricongiunte alla mamma forse fuori i confini dell’Italia. Chiuse dunque in una stanza, in attesa del secondo tempo dell’avventura, dove la televisione ha rappresentato l’unica compagnia e dove probabilmente avranno seguito i vari avvenimenti circa la loro vicenda, letta e interpretata da chi le cercava come le forze dell’ordine e magistrati o, da chi, come il fidanzatino di Alisya, Youssef - che ripetutamente interrogato ha cercato di raccontare tutto quello che sapeva o che pensava, date le parole e i comportamenti della sua ragazza prima della fuga -; e ancora le considerazioni del loro padre, Stefano Di Giacinto, convinto sin dall’inizio che dietro ci fosse un intrigo materno e visibilmente, direi, smarrito, nel confessare la realtà, ossia che quelle figlie che non vedeva da 6 anni con lui, a cui è stata restituita la genitorialità, non vogliono vivere.
Emozioni e verità trasmesse dallo schermo per arrivare anche al comportamento della madre, che credibilmente per depistare i sospetti da lei, dichiarava in modo insistente con le parole del suo avvocato la paura che affermava di percepire, quasi come una certezza, che fossero morte.
A non aiutare poi di certo una situazione di normalità per le nostre Sarah e Alisya lo schieramento 'da combattimento' delle forze dell’ordine, pronte a tutto per liberarle, che arrivate all’appartamento dove erano nascoste, come da prassi hanno rivoltato ogni cosa, cercato e ricercato oggetti, strumenti come ulteriori cellulari e affini per comprendere e poter indagare in maniera esaustiva le vicende e le responsabilità degli avvenimenti, presumibilmente “turbando” le giovani Sarah e Alisya, affidate poi al Sindaco di Minturno Gerardo Stefanelli perché possa scegliere per loro una località protetta in cui vivere fino a nuove decisioni circa i luoghi e le relazioni affettive adeguate alla loro vita.
L’urgenza di spegnere i riflettori su di loro perché possano, se possibile, trovare un po' di serenità e comprendere quanto è successo, non cancella la riflessione su alcune conseguenze obbligate che immaginiamo costituiscano per le ragazze dei macigni con cui fare i conti.
La speranza, anzi l’urgenza, che possano essere accompagnate per trovare delle risposte davvero non facili nè scontate ai comportamenti dei propri genitori.
La madre in carcere per avere architettato una fuga oltre ogni legge, da “amore malato”, ma pur sempre amore, forte della collaborazione di suo padre, del compagno e di una lontana parente, mai conosciuta prima, disponibile a dare una mano senza neanche ben sapere a cosa andasse incontro.
E un padre che non vedono da anni e che pur non conoscendone i motivi, sappiamo che non è la persona con cui vogliono vivere. Un padre che peraltro dopo avere sempre pensato fosse stata la ex moglie ha organizzare la fuga, ha saggiamente dichiarato di non voler forzare le figlie in nessun modo e di sperare che siano disponibili ad incontrarlo.
Per aggiungere ancora come, forse, nel Centro di Villetta Barrea dove vivevano da due anni non solo Alisya aveva incontrato il suo fidanzatino, ma entrambe forse avevano oramai abitudini, affetti, conoscenze a cui hanno rinunciato sperando in qualcosa di molto molto più bello e affettuoso, ritrovandosi per quel che appare, almeno per ora, addirittura con niente.
Una vicenda dolorosa da conoscere e su cui riflettere perchè evidenzia, come in altre occasioni simili, che troppo di frequente segnano le cronache, come divenire genitori non riesca, troppo spesso, a far anteporre l’interesse dei figli sui propri, e/o segnala la leggerezza di non tener conto della legge.
E’ facile peccare di egoismo o egocentrismo fino a mettere in secondo ordine, con presunzione e superficialità, gli interessi o meglio il bene dei figli al proprio.
Una genitorialità, ancora, che talvolta è malata di un malinteso senso dell’amore che dovrebbe essere per i figli capace di decidere rinunce più che avanzare pretese individualiste che non tengono conto della realtà, nella convinzione che la propria verità sia la verità rinunciando a ogni confronto o prudenza.
Per quindici giorni, dopo la sparizione delle due ragazze, seguendo la loro storia, l’idea che fossero ritrovate vive ha rappresentato il finale a cui guardare con speranza secondo quella filosofia o quel proverbio d’uso comune: “tuttoè bene ciò che finisce bene“. Ma pur avendole trovate vive e in salute, questo dal loro punto di vista non lo abbiamo potuto dire.
Il ritrovamento delle figlie contese - e di fatto perdute - segna infatti non solo una fine che per loro non corrisponde né alle aspettative né a una situazione migliore, ma piuttosto apre, almeno al momento, una stagione ignota che dipenderà anche dai genitori nonostante tutto, se potrà leggersi diversamente. Saranno capaci di mettere le figlie davanti a tutto e imparare ad ascoltare, spiegare, scusarsi, cercare di riconquistarle e riflettere a quale sia il sentimento delle loro ragazze, per puntare a un senso di sicurezza, mai conosciuto, che seppur faticoso da raggiungere le accompagni come persone?
Paola Ortensi