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Quando conoscere la risposta non basta per prendere la parola

Quando conoscere la risposta non basta per prendere la parola

Una studentessa preparata rinuncia a rispondere per paura delle vessazioni dei compagni. Da una lezione su Saffo e Alceo nasce una riflessione sul bullismo e sulla responsabilità della scuola nel garantire ascolto, sicurezza e diritto di partecipare.

Domenica, 11/10/2026

"La violenza verbale è la prima tappa della violenza contro le donne", avrebbe gridato Isabelle Alonso se avesse assistito alla scena accaduta tra i banchi di scuola, a maggior ragione perché la vittima in questione è stata una ragazza. Ci avviciniamo al 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne ed è fondamentale educare gli studenti di tutte le età, in special modo quelli in fase adolescenziale, al rispetto dell'altro, all'ascolto e all'affettività. L'episodio è accaduto due anni fa, durante una lezione sulle figure di Saffo e Alceo in un liceo classico del capoluogo partenopeo. Una studentessa conosceva la risposta, ma non intervenne, davvero strano dato che era tra le prime della classe. La studentessa era brava, preparata, assidua nello studio, e allora perché non alzò la mano? A trattenerla era la paura dei compagni, che la vessavano continuamente proprio per il suo impegno: "Studi solo, sei una fallita. Non fai mai nulla di divertente!", parole terribili da ascoltare mentre stai spiegando una lezione su classici del mondo greco, parole che fanno male a chi sta svolgendo la sua funzione educativa. Quando la docente si accorse della situazione, fece ricorso allo sportello antibullismo della scuola, un ausilio fondamentale nel prevenire e contrastare nuovi episodi di violenza simile. Una domanda di letteratura aveva portato alla luce un problema che riguardava la possibilità stessa di partecipare. Intollerabile per una società che dovrebbe promuovere inclusione, accoglienza e partecipazione.
Il silenzio, nelle aule, viene spesso interpretato attraverso categorie immediate: timidezza, disinteresse, scarsa preparazione. Sono letture possibili, ma insufficienti quando non tengono conto delle relazioni tra studenti. In quel caso la ragazza aveva studiato e avrebbe saputo rispondere; esporsi, però, significava rischiare altre vessazioni da parte dei suoi compagni. La sua rinuncia non esprimeva una mancanza di conoscenze. Lei avrebbe anche voluto alzare la mano, ma in quel momento gli sguardi e i bisbigli delle persone a lei più vicine avevano innescato quel meccanismo del controllo proibitivo, che se non arginato in età adolescenziale, rischia di diventare violenza gratuita in un futuro prossimo agli stessi adolescenti. Il non voler rispondere era il tentativo di proteggersi in un ambiente nel quale essere studiosa era diventato un motivo per essere presa di mira.
La contraddizione riguarda direttamente la scuola, in quanto proprio ’istituzione chiede impegno, premia la preparazione, invita a intervenire. D'altro canto, dentro la classe possono affermarsi regole diverse, imposte dal gruppo, dunque, mostrarsi interessati diventa sconveniente, una risposta corretta può attirare derisione. Chi subisce questa pressione si trova davanti a una scelta ingiusta, tra rendere visibile ciò che sa e ridurre la propria esposizione. Il prezzo dell’appartenenza rischia così di essere la rinuncia a una parte di sé.
Per le ragazze, il tema incontra anche il riconoscimento dell’autorevolezza, in che senso? Una studentessa può essere apprezzata per la diligenza senza trovare altrettanto spazio per un’interpretazione personale, un’obiezione, una domanda. Descriverla soltanto come ordinata e affidabile lascia sullo sfondo il suo pensiero. Non basta riconoscere che esegue bene un compito; occorre ascoltare ciò che ha da dire, anche quando esita o quando la sua lettura mette in discussione quella proposta dall’insegnante.
L’episodio non consente di attribuire le vessazioni a una motivazione di genere, né di estenderle a tutte le studentesse. Il bullismo colpisce anche i ragazzi. Quanto accaduto mostra quanto sia importante osservare le condizioni nelle quali una ragazza può prendere la parola. La partecipazione non dipende esclusivamente dal carattere individuale, ma riguarda anche le reazioni degli altri e la capacità degli adulti di riconoscere quando un silenzio nasce dalla paura.
Il ricorso allo sportello antibullismo segnò il passaggio dall’osservazione della docente a una risposta della scuola. Una situazione di vessazione richiede strumenti e responsabilità che non possono restare affidati alla sensibilità di un solo insegnante. L’UNESCO indica tra gli elementi delle risposte efficaci un clima scolastico sicuro, sistemi di segnalazione, formazione dei docenti e sostegno agli studenti coinvolti. L’intervento riguarda quindi l’ambiente educativo, oltre alla persona che subisce. Invitare una studentessa ad avere più coraggio può sembrare motivante, ma rischia di spostare su di lei una responsabilità che appartiene agli adulti. Prima di chiederle di esporsi, bisogna affrontare ciò che rende pericoloso farlo. Anche l’elogio pubblico da parte del docente, se usato senza attenzione al contesto, può aumentare l’esposizione di chi è già bersaglio dei compagni. La buona intenzione va accompagnata dall’ascolto e dalla conoscenza delle dinamiche della classe.
Sul piano didattico, offrire qualche minuto per organizzare una risposta, permettere una breve formulazione scritta o distribuire i turni di intervento può rendere la discussione più accessibile. Tali escamotage non sostituiscono, però, il contrasto alle vessazioni. Una modalità diversa di interrogazione non risolve il problema se, al termine della lezione, la studentessa continua a temere le reazioni degli altri. Il lavoro educativo deve coinvolgere tutto il gruppo dei discenti, senza trasformare la ragazza in un caso da discutere pubblicamente. Tra le prime azioni da compiere occorre riconoscere la derisione, interromperla e costruire possibilità riservate di segnalazione. Una classe apparentemente tranquilla può contenere rapporti difficili da vedere al primo sguardo; l’assenza di proteste non dimostra che tutti si sentano al sicuro. Per chi insegna, osservare significa anche mettere in dubbio le proprie prime interpretazioni.
Resta significativo il fatto che quella lezione riguardasse Saffo e Alceo, e che dunque la violenza si manifestò mentre si studiava una voce femminile conservata attraverso i secoli. Lo spazio riconosciuto alle donne nella cultura deve trovare corrispondenza nell’ascolto delle ragazze che quella cultura stanno imparando a conoscere. La disponibilità di uno sportello acquista valore quando studenti e studentesse sanno che possono rivolgersi alla scuola e che il loro disagio sarà preso sul serio. Educare all'affettività vuol dire anche far comprendere agli studenti che l’accesso all’istruzione include la possibilità di partecipare senza umiliazioni. Un voto riconosce la preparazione di un alunno, ma non lo definisce nella società; un ambiente sicuro permette di esprimere la propria preparazione senza dover temere forme di violenza psicologica o, nel peggiore dei casi, anche fisica. Se una ragazza sa rispondere ma teme di farlo, la questione supera la verifica scolastica. E' qui che entra in gioco il compito della scuola, ovvero impedire che, per essere accettata dai compagni, debba imparare a nascondere ciò che sa. Nessuna lezione può dirsi riuscita se il sapere trova spazio sul quaderno e deve restare in silenzio nell’aula.

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