Mercoledi, 10/02/2010 - “Paranormal Activity”, il film dell’orrore in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane, è entrato di prepotenza nel dibattito politico, suscitando la richiesta da parte di Carlo Rienzi, presidente del Codacons, e di Alessandra Mussolini, presidente della Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, di vietarne la visione ai minori di 18 anni, trattandosi, per la Parlamentare del Pdl, di un “film ad alto contenuto ansiogeno e non vietato ai minori, che sta provocando numerosi casi di attacchi di panico e di problemi psicologici tra i giovani”. La notizia, rimbalzata sulle principali testate e sul web, costituisce un’inaspettata pubblicità, promettendo di attrarre frotte di adolescenti desiderosi di accaparrarsi la visione prima di un provvedimento governativo. Al di là delle polemiche e dell’opportunità di un simile intervento per il contenuto inquietante della pellicola, non c’è alcun dubbio che il film del regista israeliano Oren Peli (che ha firmato sceneggiatura, produzione e montaggio), con Katie Featherston e Micah Sloat, sia un film per adulti; non solo per assorbire psicologicamente l’ansia, ma per apprezzarne le qualità. Basti riflettere su un dato: la pellicola di 86 minuti è costata 15.000 dollari, girata in 10 giorni nella casa e con le attrezzature dello stesso regista, ha incassato quasi 154 milioni. Immediato il paragone con un altro dei film che spopola nei nostri cinema, “Avatar” di James Cameron. Quest’ultimo, frutto di un progetto dello stesso Cameron datato 1996, ha dispiegato per la sua realizzazione una potenza di mezzi senza uguali: filmato interamente in 3D con la Reality Camera System, un sistema di ripresa con due cineprese digitali ad alta definizione affiancate per simulare i due occhi della vista umana; effetti speciali della Weta Digital; colonna sonora di James Horner; l’invenzione di una lingua completamente artificiale parlata dagli alieni e ideata dal noto linguista Paul Frommer. “Avatar” è costato 237 milioni di dollari, incassandone oltre 2 miliardi. “Paranormal activity” è l’opposto di “Avatar,” non solo nella proporzione costi/ricavi nettamente a favore dell’horror, ma nella sua realizzazione: nessuna musica, nessun effetto speciale, niente sangue, set casalingo, riprese effettuate dal vivo con una comune macchina da presa, quasi si trattasse di un documentario. Tale tecnica non è nuova nel cinema horror, essendo già stata usata in “Rec” (2007) di Paco Plaza e Jaume Balagueró e “The Blair Witch Project” (1999) di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez; né è nuova l’idea di inserire in una casa esseri demoniaci che ne infestano le mura terrorizzando gli abitanti. Dunque da dove nasce la paura, il successo e la bellezza di questa pellicola? Se da una parte la tecnica del documentario avvicina lo spettatore ai protagonisti, alle loro paure e sensazioni; le riprese notturne eseguite con telecamera fissa, quando questi dormono, contribuiscono a quel senso di impotente distacco sul quale si proietta la personale angoscia dello spettatore. Non è dunque la storia, per quanto la narrazione sia tesa all’eccesso senza mai allentare il martellare della paura, ma la sua vicinanza con la realtà quotidiana, con una casa nella quale ogni spettatore potrebbe abitare. Vi si ritrovano gli stessi angoli bui, lo scricchiolare di un pavimento, la luce accesa che insinua il dubbio che non sia una dimenticanza, ma l’intervento del soprannaturale. Tanto più il film si avvicina al quotidiano e il particolare soprannaturale è minimo, tanto più l’adesione dello spettatore aumenta innescando il meccanismo della paura. Non si è, in fondo, tanto lontani dalla lezione del neorealismo italiano, quel rivolgersi alla realtà degli sfollati, delle campagne, delle città bombardate, delle famiglie disastrate dell’immediato dopoguerra. I film di Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Renato Castellani, Luigi Zampa avevano come attori gente comune, presa dalla strada, che si imponeva con la forza di espressioni vive. La mancanza di fondi e gli studi di Cinecittà occupati dagli sfollati imponevano riprese all’aperto, fra le macerie fresche della guerra, un realismo che, oltre ad avere l’intento di mostrare (e non dimostrare) le cose com’erano, traeva origine anche dalla penuria di mezzi, dall’abilità di arrangiarsi, abilità che il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato. Se “Paranormal Activity” è lontanissimo dagli intenti del neorealismo, gli è vicino per le condizioni nelle quali è stato girato, mostrando dunque la perizia di attori e regista. La sfida al gigante di James Cameron è dunque tutta giocata sul filo della nuda genialità, il semplice sasso di Davide contro la forza sovrumana di Golia.
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