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Nota di lettura su Francesca Farina, Dall' Abisso, poesie ed alre poesie 2000-2024

Nota di lettura su Francesca Farina, Dall' Abisso, poesie ed alre poesie 2000-2024

una nota di lettura sulla silloge Dall'Abisso in cui il recupero della tradizione formale e metrica si incastra con una potente eco antropologica- poetica in cui si svelano anche le emozioni profonde , l'ancestrale di una donna e la sua terra, la Sardegn

Domenica, 20/09/2026

Paolo Carlucci
Nota di lettura su Francesca Farina, Dall’Abisso, poesie e altre poesie 2000-2024, La Valle del Tempo, Napoli 2025, prefazione di Antonio Spagnuolo
Opera ampia e magmatica, l’ultima ampia silloge di Francesca Farina, Dall’Abisso, si configura, ad una lettura di… antropologia poetica, come un’arcaica e inquieta preghiera alla parola, intesa come visione di un’ancestrale Natura, sempre intrisa d’echi d’una immortale classicità.
Qui s’innalza l’Albero di Giuda/ Coi rami complicati dagli inganni/ Di tenebra e di miele/ L’eterno albero della Malizia, / La Dorata Sorgente del Dubbio Ingannevole: / Più ti addentri nella Foresta di Fuoco/ Più si allarga il lago del Rimorso….
E nelle viscere antiche quanto il mondo/ Riposa inquieto il desiderio/ non lo ridesta il tuo chiamare vano…
Versi offerti al cero / cielo semantico, con arguta abilità formale, dall’acrostico iniziale al magma appunto di questa e d’altre poesie, sin dalla prima sezione In Exergo, fino al distendersi al salmo rassicurante e provocatorio nella sua tradizione del sonetto e dell’uso di termini ed echi fonico ritmici originali.
C’è quindi una volontà di ritrovare nella bussola della parola, una complessità profonda di sé, come frantumazione policentrica, che, nel ricordo, anche di una tradizione formale all’ordine, si fa moderna , sperimentazione di un linguaggio sempre affacciato alla finestra del tempo classico, come rileva anche Antonio Spagnuolo, nella prefazione, ma questo vetro si carica d’ombre e di sonorità dissonanti, anche nel giardino del sonetto, la Poeta si fa interprete di lacerate foglie di modernità, come i suoni graffianti e realistici presenti, In Epigrafe, la sezione che conclude il volume.
Sempre figurativamente non sfugge il paesaggio dispositivo della versificazione che ai molti sonetti costruiti con cura, appunto da giardiniera di echi di rivolta, ma nella fedeltà all’ordine della forma chiusa per eccellenza della nostra forma poetica; si affiancano altre poesie, configurate come lunghe corde, con versi di varia lunghezza, ma utili a dire i livelli dell’abisso poetico di Francesca Farina, che, nel fuoco ancestrale di Padremadre, esprime vette di lirismo oscuro e memoriale, appunto i gradini del corpo che sono il verbo di un abisso di sé in ricerca.



Efficace prova insieme di espressionismo linguistico di questo percorso sacrale e poetico, è questo sonetto dedicato alla Madre, che riportiamo integralmente, a conclusione di questa nota di lettura.

La miseria aveva scavato il nero fianco
Rodendole le ossa a brano a brano;
il male ricamò la dolce mano
le diede il volto affilato e stanco.
E il suo incarnato, fatto così bianco,
Era assai stinto, spento, assai malsano;
Ogni suo sforzo sembrava reso vano
Ed il respiro le veniva manco

L’agile passo, che fu forte e deciso
Nelle sue gambe solide e potenti,

Già vacillava, ed il corpo ne languiva
Come da cruda forbice reciso
Che di tagli e ferite tanto incise
La molle carne da fluire in sangue.

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