Martedi, 24/04/2012 - Donne, giovani o anziane, austere, dolci, decise, povere, ma comunque belle, e sempre protagoniste.
Donne di tutte le età raccontate dalla vita di uomini a tutte le età.
Ma forse più che i volti, bellissimi, il racconto viene dispiegato dalla rappresentazione delle mani femminili. Mani che fotografano, illustrano, lottano, amano, soffrono.
Le mani della giovanissima donna appena intraviste che si aggrappano disperate al suo giovane amore per non cadere nel vortice inesorabile della sofferenza psichica.
Mani che picchiano ma che tenacemente e dignitosamente combattono una miseria senza appello. Lo sdegno per i colpi di frustino che provengono dalla stanza della nonna, eco di una crudeltà apparentemente incomprensibile e ingiustificata, scompare tutto in quel grosso corpo ricurvo e in quella mano trasfigurata dall’artrosi che cerca nel liquame, inutilmente, la moneta perduta.
E ancora le mani della mamma giovane il cui gesto di lavare panni di altri, non umilia ma anzi potenzia in tutta la sua trasversalità l’amore, la dolcezza e la complicità che è nel legame con il suo bambino.
La mano, anche qui una sola, di un’altra madre di cui a stento si intuisce il volto, e pur non sentendo la sua voce, si riesce a misurare il dolore. La mano che accarezza l’immagine di quell’unico figlio giustiziato, soffermandosi sugli occhi e soprattutto sulle labbra di quel ragazzo altero e fiero che non mente per aver salva la vita.
La mano che, con inconsolabile afflizione e infinita dolcezza si schiude per poggiare su quel volto, come ultimo, estremo dono tutta la disperazione e il pianto prima racchiusi.
Ed infine le mani che non si vedono, ma che forse più delle altre hanno un ruolo importante, quello della donna che aiuta a nascere il “primo uomo”.
La scena del parto è un quadro bellissimo, corale, palpitante, nel quale il pudore non consente di entrare. Si rimane sulla soglia come è giusto che sia, come fanno quei bambini curiosi, ammessi a partecipare ma non a vedere. Molto si è detto negli ultimi tempi sulla necessità di restituire alle donne il riconoscimento del potere, se non di generare certamente di partorire, sul bisogno di riportare l’evento nascita, ad una dimensione emotiva e meno medicalizzata.
Ed ecco il dialogo tra il giovane padre trepidante e il fattore:
- bisogna chiamare un dottore-
- un dottore? che ne sanno i dottori, queste son cose di donne-
E le donne arrivano, con i loro corpi tutelano da sguardi estranei, quello della partoriente, che non si vede se non alla fine, quando il suo volto stanco e sudato racconta la fatica del travaglio e la gioia di aver messo finalmente al mondo il suo bambino.
Il tempo si ferma, c’è silenzio, solo il movimento delle labbra della donna in primo piano, fa intuire le incitazioni a spingere, a respirare e poi di nuovo a spingere. Di lei si vede solo la schiena, imponente. E’ accovacciata sul letto per meglio aiutare ma soprattutto per meglio accogliere.
Le sue mani esperte, e quelle delle altre donne non si vedono, ma il loro “fare” si percepisce.
Leggiamo che è nato sul volto di uno dei bambini fermi sulla porta, anzi meglio sui suoi occhi pieni di lacrime. L’emozione per la nuova vita si espande, invade gli animi rapidamente e solo dopo aver lasciato il tempo a tutti per fermarsi a capire e a contenere, solo allora in sala rientra il sonoro.
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