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Le giornate celebrative

Le giornate celebrative

Dalla giornata contro la tratta a quella che ricorda la barbarie delle mutilazioni genitali femminili: la scarsa consapevolezza nel nostro Paese di realtà drammatiche che riguardano milioni di donne

Lunedi, 09/02/2026 -

La dedica delle giornate del calendario a nobili cause per sollecitare nobili riflessioni e, magari, concreti aiuti alle cause indicate mostra le buone intenzioni dell’Onu, attenta ai valori, ma si suppone delusa dall’accoglimento da parte della società civile che non le cura perché le sente rituali e accademiche. Tuttavia di recente ne abbiamo incontrate due che riguardano la condizione femminile e invitano a contestualizzarne le tematiche.

L’8 febbraio è stata la giornata contro la tratta. Si tratta di 27 milioni di vittime nel mondo. Nella società femminista il problema è contiguo, ma non invita a integrarne la problematica della prostituzione che divide tra le donne che si oppongono in nome della dignità della persona e le indulgenti che la accettano, un mestiere come un altro. personalmente credo che, da sostenitrice della libertà, i corpi - femminili, ma anche maschili - non sono oggetti da mercificare (l’uomo che compra non è solo patriarca: degrada sé stesso). Ma penso che, ancor prima, sulla questione pesi come un macigno lo sfruttamento di donne in condizione di estrema precarietà, che finiscono nelle maglie dell’ignobile mercato. Si fa troppo poco per poterci sentire tranquille a discutere teoricamente di una prostituzione che nessuna di noi collocherebbe nell’orizzonte delle proprie scelte né in quello delle loro figlie.

Ma il 6 febbraio è stata la giornata dedicata alle mutilazioni genitali femminili. Possiamo contestare la barbarie di una tradizione chiamata nell’antichità “circoncisione”, anche se nella donna comporta la privazione del piacere sessuale e lo strazio della riapertura della cucitura nel parto. Eppure dove è costume, la società delle donne accetta e pratica nelle bambine l’escissione che toglierà vita al loro futuro.

La Giornata internazionale, fin dal 2003 chiamata “tolleranza zero”, è importante per ridurre la piaga radicata in molte società e coinvolgere il mondo per eliminarla. Quest’anno il tema era “Porre fine alle Mgf entro il 2030” e il segretario generale dell’Onu António Guterres ha alzato il tono della sua convenzionale commemorazione: “Insieme possiamo porre fine a questa ingiustizia una volta per tutte”. Sono infatti più di 230 milioni le ragazze e le donne - 4 milioni all’anno, di cui la metà prima dei cinque anni - sottoposte alle pratiche lesive di loro diritti fondamentali. I pericoli sono grandi: si stima che altri 22,7 milioni di ragazze rischieranno la stessa sorte entro i prossimi quattro anni, se l’azione internazionale non sarà sostenuta.

L’associazione Amref nel report generale del 2025 registra almeno 94 Paesi nel mondo in cui esiste il fenomeno ed è importante essere consapevoli che dall’Africa al Medio Oriente all’Asia e all’America Latina, ma anche in Europa e Nord America sono praticate le Mgf. Per noi europei - anche noi italiani - i flussi migratori hanno portato donne già operate e bambine che rischiano di essere vittime di mammane chiamate dalle famiglie o di brutte sorprese in viaggi di ritorno a conoscere i nonni. Anche in Italia è cresciuto il numero delle donne immigrate o nate nel nostro paese che si rendono conto delle conseguenze sul loro corpo e nella loro psiche di questo intervento. Secondo studi delle Università di Milano e Bologna e indagini sulla multietnicità, si crede che vivano con noi circa 88.500 donne che avevano subito mutilazioni genitali, mentre 16.00 sono le bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio.

La percezione di noi italiane/i secondo un’indagine Ipsos registra solo il 7% di cittadini consapevoli, che sale all’11% tra la “GenZ”, dato molto interessante per la prospettiva che apre sui giovani. Mi sembra strano che non vengano segnalati interventi di gruppi femministi e l’argomento resti marginale anche per noi che, in quanto donne, dovremmo interessarci non solo della necessità di interventi specifici e di assistenza sociale per una problematica comunque di nicchia. Infatti è importante sapersi prendere cura senza violare l’intimità dei sentimenti delle straniere delle nostre città, ma anche indagare l’origine della pratica, come affondi in una delle tradizioni in cui il patriarcato si è espresso nella massima crudeltà: l’origine remota e la diffusione della pratica induce anche a ragionare su nostre ignoranze che, trascurate, diventano complicità. Come volevasi dimostrare: anche le giornate dell’Onu servono almeno a far pensare.

 

 


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