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La vita di Zoe, spenta con furia e odio … al di là di ogni consenso

La vita di Zoe, spenta con furia e odio … al di là di ogni consenso

L'orrore del femminicidio di Zoe, 17 anni, uccisa da un diciannovenne che al momento della confessione non sa spiegare le ragioni, mentre ha saputo accusare un ragazzo di colore

Martedi, 10/02/2026 - La vita di Zoe, spenta con furia e odio … al di là di ogni consenso / Il femminile di giornata ottanta
Zoe già dal greco antico, parlato dalle madri e padri della cultura occidentale, si traduceva con la parola vita e la cosa importante è che si differenzia dall’altra parola greca che è bios, perché Zoe va intesa come vita che è energia, vitalità. Valori, modi d’essere importanti, appunto, che caratterizzavano, dalle notizie della stampa, la personalità della “nostra” Zoe, uccisa a 17 anni dal suo “amico” di 19 con una violenza, una rabbia, una cattiveria inspiegabile, difficile persino da immaginare.
Zoe, raccontano gli amici con cui si era incontrata uscita dal lavoro, presso il bar della stazione di Nizza Monferrato, paese della tragedia, voleva fare la psicologa e lavorava anche per mettere da parte i soldi per studiare e realizzare il suo sogno. Una professione l’aspirazione di Zoe, con cui il suo assassino Alex Manna di 19 anni, avrà bisogno di confrontarsi, se vorrà davvero comprendere e darsi ragione del suo mostruoso gesto e del suo orribile delitto. Gesto che nell’orrore non si è fermato lì. Infatti dopo il delitto il ragazzo è andato a casa e, rapidamente cambiatosi d’abito per organizzare un depistaggio e una sua difesa, è tornato fra gli amici che cercavano Zoe la quale, uscita con lui, non era più tornata.  Voleva perfino a inscenare di esserne il salvatore. L’orrore della sua menzogna è stato l’affermare di aver cercato di salvarla da uno “straniero” noto per la sua pericolosità e che voleva abusarne, aggiungendo, fra le lacrime, di non esserci purtroppo riuscito.
Così la seconda vittima di Manna si chiama Naudy Carbone, che a Nizza Monferrato vive da quando, bambino, era stato adottato e che le sue fragilità psichiche non solo le conosce, ma a differenza dell’assassino si è affidato, per affrontarle sperando di risolverle, al centro d’igiene mentale dove è seguito con professionalità. Naudy, indicato quale colpevole dall’assassino, ha rischiato il linciaggio anche perchè nero e quindi diverso, pericoloso.
Gli atti di razzismo, e non solo, per fortuna sono stati sventati dai Carabinieri che Naudy ha chiamato quando ha visto circa 50 persone arrivare a presidiare la sua abitazione urlando le peggio offese, cattiverie e minacce di violenze. Un tempo di orrore e vero razzismo a Nizza Monferrato che Naudy, peraltro, ha commentato in alcune interviste con grande lucidità e direi civiltà, esprimendo il suo dolore per la vittima, nonostante l’orrore razzista che lo ha sfiorato e che ha rischiato di trasformarsi in un dramma. Come non dargli ragione, quando ha precisato che vorrebbe le scuse di chi lo ha minacciato ingiustamente e che pensa di denunciare per calunnia chi lo ha circondato! Parole, le sue, accompagnate da una dichiarazione che dovrebbe far riflettere gli assedianti: “Ero il bersaglio più facile, per il colore della mia pelle e per le mie fragilità”.
Ma torniamo alla ”nostra” Zoe, la cui energia e amore per il vivere sono stati crudelmente spenti nel canale chiamato Rio Belbo che attraversa il paese, volando per alcuni metri, dopo pugni e chissà cos’altro, che l’autopsia racconterà in tutta la loro brutalità nel ”leggere” il suo giovane corpo. Brutalità che Alex Manna, il suo carnefice, racconta pur tra dettagli incongruenti e confusi.
Ho letto che tra le tante “decisioni” da prendere vi è quella di valutare come catalogare l'uccisione: se come femminicidio o omicidio; un particolare che mi fa venire in mente che forse bisognerebbe trovare un terzo termine, un aggettivo nuovo che dia il senso di una complessità tale da avere bisogno di nuove analisi, che partono da un giovane il quale, pur avendo alla fine confessato dopo menzogne e una lucida recita che voleva incastrare qualcun altro, non sa dare una spiegazione del perché ha ucciso. Racconta con lucida normalità il suo tentativo di depistaggio, spiega di come fosse credibile accusare un giovane che lui considera un ”diverso” sospettato di comportamenti anomali e quindi considerabile l’agnello sacrificale per salvarsi. E contemporaneamente intreccia la descrizione della sua violenza su Zoe, che mentre picchiava con i pugni, sentendola tremare riteneva d’avere esagerato, ma poi fra confuse e surreali spiegazioni confessa di averla spinta nel canale. Una storia dell’oggi complessa e che deve far ulteriormente riflette per comprendere e trovare risposte a comportamenti giovanili che si ripetono con sempre maggiore frequenza e che finiscono per uccidere e annientare, come in questo caso, proprio la vittima, la persona più “normale”, una ragazza che, dai racconti, guardava al futuro con ottimismo ed energia mettendoci del suo. Zoe travolta e divenuta vittima/ protagonista di una storia tragica e senza ritorno. Una giovane piena d’energia vitale che innervava la sua quotidianità, i suoi progetti e che rischia proprio per la sua “normalità” di annebbiarsi nell’informazione travolta dall’orrore dei racconti dell'omicida (il quale, tra l’altro, aveva o ha una fidanzata) e dalla vicenda inenarrabile dei cittadini che minacciano il linciaggio razzista.
Gli amici sostengono che Zoe non avesse avuto nessuna relazione con Alex, mentre lui nel difendersi, dopo avere confessato il delitto senza neanche a riuscire a trovare un minimo perché, va vagolando su una storia di qualche tempo prima, di spiegazioni che non convincono mentre viene raccontato come in verità avesse avuto qualche anno prima un rapporto di più d’un anno con Nicole la più cara amica di Zoe; la giovane che, intervistata, racconta come proprio Zoe l’abbia chiamata verso le 23 del mortale venerdì, ma lei dormiva e non le ha risposto, cosa che le procura un profondo dolore perché si erano promesse che in caso di difficoltà si sarebbero cercate e allora, dice, forse quella chiamata delle 23 rappresentava un allarme, una richiesta d’aiuto.
Tutto di questa storia colpisce e stimola ad approfondire quanto sta avvenendo, pur senza generalizzare, fra troppi giovani. C’è un campanello da non sottovalutare sull’età sempre minore dei protagonisti di omicidi / femminicidi e ovviamente delle vittime. C’è una violenza che forse chiede rinnovate domande e ricerche dei perché di storie che mostrano persino la difficoltà di capire, perché mai siano maturate ed esplose in tanto orrore. E’ quanto dobbiamo a Zoe e a tante altre, troppe ragazze, ragazzine, giovanissime sottobraccio a tante altre donne uccise senza consenso. Quasi a sottolineare la preoccupante novità di questa violenza che riguarda dei quasi ragazzini. A tale proposito c’è l’attuale denuncia di Morena Corbellini, la mamma di Aurora Tila, uccisa a soli 13 anni nel 2024 da un sedicenne che non riusciva ad accettare il rifiuto della ragazzina, che racconta e sottolinea come l’omicida di sua figlia, dal carcere, si vanti del primato di essere il responsabile della più giovane vittima di femminicidio in Europa. E dunque? Continuiamo e acceleriamo la ricerca per trovare aggiornate risposte, rivisitate spiegazioni e antidoti ai femminicidi dilaganti.
Paola Ortensi

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