La violenza nasce quando alcuni uomini continuano a identificare la propria virilità con il controllo della donna. Finché lei accetta il ruolo assegnato, l’equilibrio sembra reggere. Quando diventa autonoma, si sottrae o decide di andarsene, quell’uomo avverte di perdere non soltanto la compagna. Perde potere e identità.
La violenza diventa così il tentativo brutale di ristabilire una gerarchia che la libertà femminile ha messo in discussione.
Le radici culturali: la donna come proprietà La radice più profonda va cercata in una cultura patriarcale costruita nel corso di millenni. Sono cadute molte discriminazioni formali, ma nell’immaginario collettivo continua a sopravvivere l’idea che la donna debba essere disponibile, fedele, remissiva. Resta una pericolosa confusione tra amore e possesso. La gelosia viene ancora raccontata come prova d’amore, il controllo come attenzione, l’insistenza come corteggiamento, la sopraffazione come passione.
In una recente riflessione Dacia Maraini ha sintetizzato così il meccanismo: quando un uomo identifica la propria virilità con il possesso della compagna, perderla significa sentirsi venire meno. E il controllo può trasformarsi in violenza.
Le radici economiche: la dipendenza che impedisce di fuggire La violenza non è soltanto fisica. È anche isolamento, ricatto, umiliazione e controllo economico.
Una donna senza reddito, senza casa e senza una rete sulla quale contare è meno libera di interrompere una relazione violenta. La dipendenza materiale finisce quindi per diventare uno strumento di dominio: chi controlla il denaro può controllare le scelte, gli spostamenti e perfino la possibilità di chiedere aiuto.
L’autonomia economica non garantisce da sola la libertà dalla violenza, ma ne rappresenta una condizione essenziale. Significa poter dire no senza rischiare di perdere tutto.
Le radici sociali: il silenzio e la normalizzazione La violenza prospera nell’isolamento. Molte donne non denunciano perché hanno paura delle ritorsioni. Quelle che denunciano temono anche di non essere credute. E la società continua a rivolgere a loro domande che contengono già un’accusa:
• Perché non lo hai lasciato prima?
• Perché sei tornata da lui?
• Perché non hai denunciato prima?
• Perché eri lì?
• Perché hai aspettato?
Assistiamo ancora al processo del comportamento della vittima, senza riconoscere la grave responsabilità dell’aggressore. Le donne devono forse morire per essere credute?
Le radici politiche: la libertà femminile mette in discussione il potere La violenza contro le donne non è soltanto una questione privata. È politica. Perché riguarda la distribuzione del potere nella famiglia, nel lavoro, nelle istituzioni e nella società.
Ogni libertà conquistata dalle donne incrina un privilegio antico. Le donne emancipate possono spaventare chi è stato educato a considerare naturale il proprio predominio. Da questa perdita di potere può nascere l’ossessione del controllo.
Le leggi, dunque, sono indispensabili ma non sufficienti. Un Paese può avere leggi avanzate e conservare modelli familiari, linguaggi, comportamenti giudiziari e rappresentazioni sociali profondamente patriarcali.
Come combattere la violenza? Educare prima di punire.
La repressione interviene quando la violenza è già avvenuta. La prevenzione comincia nell’infanzia, insegnando il rispetto del corpo, il consenso, la libertà affettiva e la capacità di accettare un rifiuto. Educare i ragazzi. Non basta insegnare alle ragazze a difendersi. Bisogna insegnare ai ragazzi che una relazione può finire, che un no non è un’umiliazione e che la forza non coincide con il dominio. Riconoscere immediatamente i segnali. Controllare il telefono, impedire le amicizie, svalutare, minacciare, amministrare unilateralmente il denaro e pretendere di conoscere ogni spostamento non sono attenzioni amorose: sono forme progressive di assoggettamento. Credere alle donne e proteggerle in tempo. Molti femminicidi sono preceduti da minacce, persecuzioni e denunce. Non sono tragedie imprevedibili, ma spesso “morti annunciate”. La protezione deve scattare prima che il pericolo diventi irreversibile. Sostenere l’autonomia economica. Servono lavoro, abitazioni protette, sostegni finanziari, servizi per i figli e centri antiviolenza adeguatamente finanziati. Dire a una donna “vattene” è inutile se non le si offre un luogo nel quale andare. Cambiare il racconto pubblico. Occorre informare senza morbosità e senza trasformare l’assassino in un innamorato disperato. Espressioni come “raptus”, “troppo amore” o “delitto passionale” attenuano la responsabilità e falsificano la natura del gesto. Valorizzare i luoghi delle donne. Case delle donne, centri antiviolenza e associazioni femministe, giornali e social che sostengono il punto di vista delle donne non sono presìdi marginali: producono cultura, protezione, solidarietà e capacità politica.
La violenza comincia molto prima del primo schiaffo. Comincia quando il controllo viene scambiato per amore, la dipendenza per dedizione, la gelosia per passione e il silenzio della donna per consenso.
Combatterla significa certamente arrestare e condannare chi aggredisce. Ma significa soprattutto togliere alla violenza il terreno culturale, economico e sociale nel quale continua a essere giustificata, minimizzata o resa invisibile.
La frase su cui riflettere: “Non sono libera finché una qualsiasi donna non è libera, anche quando le sue catene sono molto diverse dalle mie.» Audre Lorde, poeta, scrittrice e attivista statunitense.