Grazie a Paolo Sorrentino il cinema affronta il tema del fine vita che la politica non ha il coraggio di risolvere
“Di chi sono i nostri giorni?” si chiede costantemente il protagonista, coadiuvato da Dorotea, la valente figlia giurista (una brava Anna Ferzetti), che mentre gli corregge le proposte di legge e discute su chi merita la grazia, cerca di incitarlo ad avere coraggio. Dorotea incarna una sorta di alter ego del padre: lo mette di fronte a scomode realtà, lo sprona a reagire, a decidere con audacia. La fragilità, la giustizia, l’empatia, sono i temi attorno a cui ruota il film e per quanto si voglia mettere al centro il diritto questo, per essere veramente giusto, non può sostituirsi alla sensibilità umana. Ben lo evidenzia il generale, confidente del Presidente, quando afferma:”Voi giuristi e noi militari abbiamo sempre pensato che il diritto e la giurisprudenza ci avrebbero esonerato dall’incombenza di avere una sensibilità” e l’altro gli risponde che, infatti, “non è andata così”.
De Santis è un uomo che cerca di essere integro, ma soffre per i suoi dilemmi morali e per i tarli irrisolti: vorrebbe sapere perché, ad esempio, l’adorata moglie che non c’è più, quarant’anni prima lo abbia tradito e con chi. Un enigma che si dispera di non riuscire a risolvere e chiede aiuto alla loro comune e vecchia amica critica d’arte, Coco Valori (ben interpretata da Milvia Marigliano). I dilemmi che attanagliano De Santis, non si risolvono nemmeno attraverso i colloqui col papa nero, al quale l’avveniristico Sorrentino consegna più dogmi che soluzioni, ai dubbi del povero protagonista.
Tuttavia, pur nell’apparente imperscrutabilità ufficiale, il Presidente, che dice di sé che non ama dimenticare né sa essere leggero, riflette e agisce con inaspettati guizzi, come quando si reca a trovare uno di coloro che attendono la grazia, Cristiano Arpa, il quale gli confida che alla sua età la libertà non serve più a molto. E quando De Santis lo mette di fronte alle apparenti contraddizioni tra il lasciarsi morire e il lasciarsi vivere, l’uomo gli rivela che in fondo è la stessa cosa: “lasciarsi vivere, equivale a lasciarsi morire”.
Il Presidente confiderà alla figlia di aver visto la verità da vicino, mentre “il diritto te la mostra sempre da lontano” e sebbene sia un giudice in pensione, la sua deformazione professionale continua a portarlo a dare sempre grande importanza alla verità. Una verità che lo poterà a considerare il caso di Isa Rocca, una giovane donna in carcere per aver ucciso il marito che la maltrattava, come di “legittima difesa preventiva”.
Nella maturità qualche certezza l’ha raggiunta anche De Santis, giunto alla consapevolezza che: “i nostri giorni sono nostri, ma il paradosso è che non basta tutta la vita per comprenderlo”.
A chi gli rimprovera l’apparente mancanza di passione, risponde ascoltando in cuffia musica rap e invitando Gué Pequeno, a cantargli ‘Le bimbe piangono’ anche al Quirinale, durante una cerimonia solenne.
Man mano che il film procede, emerge la figura di un Presidente molto più umano e sensibile di quanto appaia e di quanto il ruolo gli imponga e che sorprenderà con le sue decisioni, che qui non svelo.
Un film politico che ci voleva, quantomeno per sollecitare riflessioni e leggi che tardano a venire perché i media, e in questo caso il cinema, hanno il compito di proporre storie, domande e argomenti scomodi provenienti dalla vita vera: grazie a Paolo Sorrentino per averlo ricordato e averci dato ancora una volta un film profondo e indimenticabile.
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