L’approccio CAA è utilissimo per agevolare la possibilità di scambi comunicativi per le persone con autismo e non solo. Il progetto Comunità ComuniCAAnte di Valeria Petricca e Claudia Sperduti
La Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) è un approccio che supporta le persone con Bisogni Comunicativi, cioè chi non può comunicare utilizzando come canale il linguaggio verbale o che, pur parlando, non riesce a vivere appieno ogni aspetto dello scambio comunicativo. La CAA, quindi, è molto utile alle persone con autismo che riscontrano difficoltà proprio nell’area della comunicazione, dell'interazione sociale, della pianificazione e della gestione del tempo. Intervistiamo Valeria Petricca e Claudia Sperduti, specialiste di CAA e Tecnologie Assistive,che hanno una bella storia da raccontare, a partire dall’esperienza personale. “Io e Valeria siamo state compagne di classe al Liceo - spiega Claudia - e dopo 20 anni ci siamo ritrovate grazie a mio figlio, un ragazzo con disabilità, per il quale era stato avviato un percorso di CAA e Valeria era stata nominata sua Assistente alla CAA a scuola. Abbiamo iniziato a condividere l’obiettivo di supportare mio figlio nel poter esprimere desideri e bisogni e di avere maggiori opportunità di partecipare alle attività in cui era coinvolto. Nonostante l’impegno quotidiano e gli alleati incontrati, ci siamo spesso imbattute in barriere di opportunità, ovvero, barriere imposte dall’ambiente che limitano la piena partecipazione alla vita sociale e che impediscono l’autodeterminazione di una persona. Uno tra tutti la scarsa o errata conoscenza di cosa sia davvero la Comunicazione Aumentativa e Alternativa”.
Oltre alle persone con autismo, con chi altro si può avviare un percorso con la CAA?
Facendo riferimento alle modalità di comunicazione orale e scritta, un percorso di CAA si può avviare con tutte le persone con severi disturbi permanenti o temporanei nella produzione del linguaggio e della parola e con persone con difficoltà di comprensione. È importante ricordare che non ci sono prerequisiti per iniziare, ma è necessario valutare bene come rispondere ai bisogni delle persone che si approcciano alla CAA. Diverse ricerche, condotte in tutto il mondo, dimostrano la sua efficacia in sindromi genetiche rare, paralisi cerebrali infantili, sindromi degenerative e in molti altri casi. Inoltre, in ambito educativo e pedagogico, la CAA si sta dimostrando un valido supporto per le persone con DSA, ADHD, italiani L2, cioè, più in generale, nei soggetti con Bisogni Educativi Speciali. Pensiamo a quando le famiglie ucraine sono arrivate in Italia: ospedali e scuole si sono organizzati per accoglierli, anche grazie all’uso degli strumenti di CAA come tabelle di scelta e di comunicazione. L’uso di simboli e di etichette verbali ha permesso non solo lo scambio comunicativo, ma anche l’inclusione dei bambini e dei ragazzi nelle scuole.
Perché siete impegnate nel diffondere la conoscenza e le buone prassi nel campo della CAA?
Come insegna l’ICF e il più recente concetto di Design for All, l’ambiente risulta avere un ruolo fondamentale, per garantire la piena partecipazione, inclusione e l’autodeterminazione di ogni essere umano. Ad oggi risulta un vuoto normativo che riconosca e regolamenti pienamente il valore e le modalità di questo approccio, creando anche grande disparità nelle varie regioni, in termini di erogazioni di servizi sia pubblici che privati.
Ci sono progetti che puntano ad accrescere la consapevolezza dell’utilità della CAA?
In generale noi ci sentiamo vicine alla mission di I.S.A.A.C, l’Associazione Internazionale di Comunicazione Aumentativa e Alternativa, che persegue, in ambito internazionale, l’obiettivo di sostenere le persone che utilizzano la CAA e le loro famiglie e incoraggia lo scambio internazionale delle informazioni attraverso pubblicazioni e Conferenze biennali. In Italia ISAAC Italy rappresenta il Chapter italiano di ISAAC International che oltre a diffondere e condividere la sua mission intende creare una rete di collegamenti regionali e nazionali, per favorire lo scambio delle esperienze e delle informazioni. Anche se sparsi a macchia di leopardo, in Italia esistono diversi progetti validi che promuovono la CAA e tentano di rendere più accessibili a livello comunicativo città o luoghi pubblici o privati. Occorre al più presto un reale cambiamento culturale in merito a questo argomento, altrimenti non si riusciranno ad abbattere realmente le barriere di opportunità e accesso ancora troppo evidenti e diffuse. Noi abbiamo incentrato le nostre tesi di Master sul progetto Comunità ComuniCAAnte e stiamo promuovendolo nei territori attraverso varie azioni di sensibilizzazioni: convegni, incontri, scambi, articoli e anche curando l'accessibilità in diversi luoghi pubblici.
In breve, come e quando nasce e si sviluppa la CAA?
All’inizio è un movimento culturale che, a partire dalla fine degli anni ’50, pone l’accento sulle necessità comunicative delle persone con disabilità. Negli anni ‘70 è stato elaborato il primo sistema di simboli e nascono i primi comunicatori dinamici. Successivamente (1980) si tiene la prima conferenza internazionale sulla comunicazione non verbale e nel 1983 nasce l’ ISAAC. L’avvio del Gruppo Italiano Studi CAA nel 1989 lo dobbiamo alla dott.ssa Aurelia Rivarola, che porta in Italia le conoscenze apprese durante la sua permanenza negli Stati Uniti, divenendo una delle fondatrici della prima scuola di formazione sulla CAA (1996) e del Chapter italiano di ISAAC (2003). Nonostante l’approccio CAA abbia dimostrato la sua efficacia con attività positivamente attuate in Italia da quasi quarant’anni, non riesce ad affermarsi perché le Istituzioni ne ostacolano sostanzialmente il pieno sviluppo e diffusione, lasciando ai margini molti nostri concittadini. Queste mancanze contrastano anche con l’attuazione e l’applicazione di diversi trattati e carte dei diritti che il nostro Paese ha sottoscritto e si è impegnata ad attuare.
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