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La Biennale d’Arte di Venezia 2026 si sintonizza sulle 'tonalità minori' del mondo

La Biennale d’Arte di Venezia 2026 si sintonizza sulle 'tonalità minori' del mondo

La 61ma edizione della Biennale Arte, curata dalla compianta Koyo Kouoh, segna la consacrazione internazionale dell’arte contemporanea africana

Martedi, 12/05/2026 - La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, intitolata In Minor Keys e curata dalla camerunese-svizzera Koyo Kouoh, prima donna africana chiamata a curare la manifestazione veneziana, ha aperto ufficialmente al pubblico sabato 9 maggio, in un clima di forti tensioni, e sarà visitabile presso i Giardini e l’Arsenale fino a domenica 22 novembre 2026.
Una serie di eventi tragici e di accese polemiche hanno purtroppo accompagnato la gestazione e l’apertura di questa edizione, certamente tra le più travagliate nella storia della Biennale.
La manifestazione, infatti, è stata funestata dalla morte improvvisa, un anno fa, della sua curatrice e sebbene l’incarico sia stato portato a termine egregiamente dal suo team curatoriale, resta il fatto che il processo di curatela è stato interrotto bruscamente in uno stadio che non era ancora definitivo. Lo scorso febbraio è poi scomparsa prematuramente anche Henrike Naumann, l’artista tedesca che insieme alla vietnamita Sung Tieu, rappresenta il Padiglione della Germania.
La Biennale, inoltre, è stata al centro di continue polemiche. L’assenza di artisti italiani nella mostra internazionale ideata da Koyo Kouoh ha innescato da noi discussioni accese sulla debolezza del sistema dell’arte italiano, un problema vero, ma in questo caso l’assenza sembra dovuta piuttosto alle tristi circostanze, se è vero che Kouoh aveva in programma di fare visita agli studi di alcuni artisti italiani. Altre polemiche sono scaturite dalla decisione del presidente, Pietrangelo Buttafuoco, di consentire, in nome del dialogo e della libertà artistica (valori fondanti dello statuto della Biennale), la partecipazione della Russia, assente dal 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina. Una decisione tuttavia condannata dalla Commissione europea, che ha minacciato di revocare il finanziamento di due milioni di euro, e fortemente criticata anche dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che non ha presenziato all’inaugurazione.
Anche le cinque componenti della giuria internazionale, Solange Oliveira Farkas (presidente), Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, incaricate di assegnare i Leoni d’oro, dopo aver annunciato che non avrebbero preso in considerazione per i premi quei paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale (escludendo così Russia e Israele), si sono dimesse in blocco. Questa decisione ha portato al pasticcio di affidare l’assegnazione dei premi al pubblico dei visitatori, un’idea infelice perché, a differenza dei giurati, è improbabile che il pubblico visiti tutti i padiglioni nazionali (sono un centinaio), compresi quelli sparsi per Venezia, per cui risulterebbero favoriti i padiglioni più facilmente raggiungibili.
Nei giorni della preview si sono inoltre susseguite manifestazioni pro-Palestina in città e proteste davanti al Padiglione di Israele, che quest’anno è collocato negli spazi dell’Arsenale, perché l’edificio storico ai Giardini è in ristrutturazione.
Ai Giardini ci sono state manifestazioni davanti al Padiglione della Russia, dove hanno compiuto un blitz anche le Pussy Riot, collettivo femminista anti-Putin. Sono frutto delle recenti tensioni politiche anche l’assenza del Venezuela e la scelta della Repubblica Islamica dell’Iran di ritirarsi.
Una Biennale molto sofferta, dunque, specchio dei tempi inquieti e della crisi geopolitica in atto. Eppure, se al momento le polemiche distraggono dai contenuti artistici, questa Biennale resterà nella storia perché rappresenta la consacrazione di un processo in corso già da anni: l’internazionalizzazione dell’arte africana moderna e contemporanea. Anche sotto la spinta della decolonizzazione culturale e della messa in discussione della visione del mondo eurocentrica e occidentale, infatti si assiste da tempo a un interesse crescente da parte dei musei e del mercato verso artisti connessi alla diaspora africana o che vivono in Africa.
La Biennale di Koyo Kouoh appare proseguire idealmente la strada già intrapresa da Adriano Pedrosa, il curatore brasiliano della Biennale Arte 2024, che aveva dato visibilità all’arte del Sud del Mondo. Ma ora il focus è sull’Africa. Lo testimonia, con un forte significato simbolico, già la facciata del Padiglione centrale ai Giardini, che ospita una parte della mostra della curatrice (l’altra prosegue all’Arsenale). Quest’anno, infatti, la facciata è stata affidata all’affermata artista nigeriana Otobong Nkanga (già presente alla Biennale del 2019), attiva tra la Nigeria e il Belgio, che ha rivestito le quattro colonne bianche dell’edificio razionalista con mattoni di produzione locale e piante rampicanti poste entro vasi in ceramica. Il rapporto con la natura, del resto, è un tema che attraversa tutta la mostra, fin dal logo creato, su indicazione della curatrice, da Clarissa Herbst, in collaborazione con Alex Sonderegger, ispirato al komorebi, il termine giapponese usato per indicare l’effetto della luce che filtra tra il fogliame. E quasi all’ingresso si incontra 'Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison' (2026), un monumentale omaggio floreale che l’artista cubana, residente negli Stati Uniti, Maria Magdalena Campos-Pons, rende attraverso un dipinto e delle sculture in vetro di Murano e in resina, a Kouoh e a Morrison, la prima donna nera a vincere il Premio Nobel per la letteratura.
Il titolo della rassegna,'In Minor Keys', è un invito a rallentare e mettersi in ascolto, come spiega la stessa curatrice nel suo testo, che campeggia all’ingresso come viatico alla mostra e che, date le circostanze, rappresenta anche il suo testamento spirituale: “Respira profondamente, espira, rilassa le spalle, chiudi gli occhi. Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi”.
Non a caso la mostra, allestita in modo esemplare da Wolff Architects (Città del Capo), su incarico di Kuoh, accoglie lungo il percorso diversi spazi destinati alla sosta dei visitatori. Significativa di questo approccio curatoriale appare anche l’idea di inserire nelle didascalie delle opere, oltre alle solite informazioni, il simbolo del segno zodiacale di ogni artista.
Tra Giardini e Arsenale, la mostra 'In Minor Keys' riunisce oltre cento tra artiste e artisti, a volte presenti con opere diverse in entrambe le sedi. E se gli italiani sono assenti (ma il Padiglione Italiano all’Arsenale, curato da Cecilia Canziani e popolato dalle misteriose statue di Chiara Camoni, è tra i più intensi della Biennale), sono pochissimi anche gli artisti di altri paesi europei. Fatta eccezione per qualche presenza storica, ad esempio Marcel Duchamp, e alcuni artisti noti perché presenti stabilmente sul palcoscenico dell’arte “occidentale”, quali Laurie Anderson, Kader Attia, Carsten Höller, Alfredo Jaar, Florence Lazar, Uriel Orlow, Walid Raad e pochi altri, la maggior parte sono nomi sconosciuti perfino agli specialisti, per lo meno a chi opera in Occidente.
Nel visitare la mostra conviene perciò seguire le istruzioni di Koyo Kuoh, abbandonarsi al flusso del proprio stato d’animo e lasciarsi guidare dalle opere che catturano la nostra attenzione, rimandando a un momento successivo gli approfondimenti.
Per quanto riguarda i padiglioni nazionali, non c’è qui lo spazio per una descrizione neppure sommaria, ma molti appaiono in sintonia con l’indirizzo suggerito da Kouoh; ad esempio il raffinato Padiglione della Francia, che espone tessuti e altre opere dell’artista e fotografa franco-marocchina Yto Barrada, oppure il Padiglione della Gran Bretagna, con i grandi dipinti di Lubaina Himid, nata in Tanzania, che si interroga su cosa significhi sentirsi a casa per chi vive “altrove”.
Ma è anche la programmazione fuori Biennale a rafforzare l’impressione di assistere alla consacrazione dell’arte contemporanea africana. La Fondazione Prada, ad esempio, espone l’afroamericano Arthur Jafa e Richard Prince, in una mostra disturbante, che in un mondo ideale avrebbe potuto rappresentare il Padiglione degli Stati Uniti. La Pinault Collection presenta a Palazzo Grassi, oltre a lavori dell’indiano Amar Kanwar, la cruda e affascinante personale del pittore Michael Armitage, artista che vive tra Kenya e Indonesia, e a Punta della Dogana, oltre all’artista brasiliano Paulo Nazareth, l’artista afroamericana Lorna Simpson. E a Palazzo Grimani sono esposti i grandi ritratti dell’artista ghanese Amoako Boafo.
Naturalmente, l’offerta di mostre in città è come sempre molto ricca. Sulle donne si segnalano, in particolare: Peggy Guggenheim a Londra. 'Nascita di una collezionista alla Peggy Guggenheim Collection' (fino al 19/10), Lee Ufan al San Marco Art Centre (fino al 22/11), Marina Abramovic alle Gallerie dell’Accademia (fino al 18/10), Jenny Saville a Ca’ Pesaro (fino al 22.11), Shirin Neshat a Palazzo Marin (fino al 6/9), Ceal Floyer a Palazzo Diedo (fino al 22/11), Giosetta Fioroni (fino al 2/8) e la collettiva Turandot: 'To the Daughters of the East' (fino al 31/10) a Palazzo Franchetti.
Per ulteriori informazioni si rimanda al sito ufficiale della Biennale Arte 2026: www.labiennale.org

Credits
1. Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, 2026 (Foto di Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia).
2. Koyo Kouoh, prima donna africana a curare la Biennale Arte (Foto di Antoine Tempé, courtesy La Biennale di Venezia)
3. Otobong Nkanga, facciata del Padiglione centrale, Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust, 2026 (Foto di Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia).
4. Chiara Camoni, Padiglione Italia, Con te con tutto, 2026 (Foto Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia).


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