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IRAN: resistenza contro repressione - di Maria Mantello

IRAN: resistenza contro repressione - di Maria Mantello

Una rivoluzione di popolo contro l’asfissiante totalitarismo che, eretto sull’identificazione del cittadino col credente, impone il suo ordine morale a partire dal controllo dei corpi.

Giovedi, 29/01/2026 - Parlare oggi di Iran significa misurarsi con una parola che il sistema di potere vorrebbe svuotare di significato: rivoluzione.
Per continuare a chiamare “rivoluzione” quella del 1979 che, imprigionata nella retorica della fondazione antioccidentale e guidata dall'Ayatollah Ruhollah Khomeini, impose la teocrazia, neutralizzando subito ogni opposizione con epurazioni, arresti, esecuzioni.
Da allora, gesti di repulsa al regime non sono mai mancati. Piccoli semi che hanno fruttificato nella rivoluzione in atto.
Iniziata il 28 dicembre 2025 come rivolta contro l’inflazione galoppante, il carovita e la disoccupazione, si è rapidamente trasformata in rivoluzione di popolo contro l’asfissiante totalitarismo che, eretto sull’identificazione del cittadino col credente, impone il suo ordine morale a partire dal controllo dei corpi.
Ma quando il corpo rifiuta di obbedire: donne che si tolgono il velo e coinvolgono nel loro grido di liberazione anche tanti uomini, sono una soggettività politica.
Una aberrazione per la teocrazia. Infatti, la rivoluzione in corso non chiede riforme, ma mette in discussione il principio stesso di legittimità del potere religioso fattosi stato.
È una rivoluzione radicale, sviluppatasi dall’esperienza dell’oppressione vissuta e che adesso lotta per riappropriarsi del proprio “habeas corpus”: fondamento di tutti i diritti civili, per l'autodeterminazione e la libertà di ciascuno e di tutti.
Gli ayatollah con la parola rivoluzione devono fare i conti, di fronte alle migliaia di migliaia di corpi che come un fiume in piena si irradiano per le strade nonostante la ferocia più feroce del regime che fa strame del suo popolo.
Decine di migliaia di manifestanti uccisi, mentre quel che resta del regime si accanisce finanche sui cadaveri, chiedendone il riscatto ai loro famigliari: pagare il costo dei proiettili che sono stati utilizzati per ucciderli.
La rivoluzione non ha ancora vinto. Ma aver posto al centro il valore della dignità umana non è cosa dappoco. Perché la dignità è incompatibile con la teocrazia che vuole cieca obbedienza in nome di un Dio che parlerebbe nel così detto libro sacro: univoca legge al di là di ogni storicizzazione.
Non sappiamo ancora quali sviluppi avrà la rivoluzione iraniana anti-teocratica. Ma certamente la sua forza di resistenza spinge alla più profonda riflessione che una società possa porsi: per chi e per che cosa vale la pena vivere e lottare!
La rivoluzione in atto non è una fiammata improvvisa, ma un lavoro di scavo dove le stesse idee si fanno corpo e pretendono spazio oltre la teocrazia. Perché lì dove il dissenso è peccato, il corpo è colpa, la libertà è l’obbedienza alla norma a una dimensione, si pretendono individui a una dimensione.
Lì le donne che decidono da sole sono un pericolo! Così pure chi ama fuori norma! E guai a voler uscire dal gregge dei conformisti! Ma il conformismo inizia dalle parole che incasellano e ingabbiano.
E la rivoluzione è parola scomoda soprattutto se non promette paradisi, ma diritti e doveri in quel legame di cittadinanza democratica, inconciliabile con ogni sogno teocratico.
Vale anche per casa nostra dove non mancano gli ossequi al Vaticano e persiste l’antistorico Concordato con annessi e connessi privilegi alla chiesa cattolica, di cui lo stato italiano è – per inciso – il più grande benefattore politico ed economico.
 

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