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Il voto alle donne e le radici della democrazia: la Resistenza come atto di fondazione

Il voto alle donne e le radici della democrazia: la Resistenza come atto di fondazione

In un'epoca segnata da crescenti spinte autoritarie e conflitti globali, la memoria storica si rivela uno strumento fondamentale per comprendere il presente. Questo mio contributo analizza la nascita della democrazia italiana e della Costituzione a partir

Giovedi, 28/05/2026

Il voto alle donne e le radici della democrazia: la Resistenza come atto di fondazione
In un mondo attraversato da nuovi conflitti globali e da crescenti tensioni autoritarie, la memoria storica smette di essere una semplice retrospettiva e torna a essere una chiave di lettura fondamentale del nostro tempo. È dall'esperienza della lotta di Liberazione che è nata una nuova idea di cittadinanza e di Stato, trovando la sua massima espressione nella Costituzione italiana: un testo fondato su principi antifascisti, diritti inviolabili e limiti rigidi al potere, pensato proprio per impedire la rinascita dei totalitarismi. In questo processo di rifondazione, la conquista più rivoluzionaria e democratica è stata l'estensione del diritto di voto alle donne. Non si trattò di una concessione calata dall'alto, ma del frutto diretto dell'attivismo partigiano: nel 1945 fu sancito il suffragio universale, esercitato per la prima volta su scala nazionale nelle elezioni del 2 giugno 1946. Operai, contadini, studenti e, in modo decisivo, le donne parteciparono a una lotta che fu guerra di liberazione e, insieme, un profondo percorso di emancipazione sociale.
Per decenni la memoria pubblica ha parzialmente marginalizzato il contributo femminile, riducendolo spesso al solo compito logistico di "portare messaggi". In realtà, le donne sono state combattenti, organizzatrici, dottoresse e leader politiche. Senza la rete clandestina da loro gestita, la Resistenza semplicemente non sarebbe esistita.
Le cifre ufficiali parlano di una partecipazione massiccia, anche se molti contributi rimasero a lungo "invisibili": circa 35.000 donne riconosciute come partigiane combattenti, circa 20.000 patriote (collaboratrici senza armi), 4.653 arrestate e torturate, 2.750 deportate nei lager nazisti e 623 fucilate o cadute in combattimento.
Figure come Irma Bandiera, torturata e uccisa dai fascisti senza tradire i compagni, o Carla Capponi, attiva nella lotta armata a Roma, raccontano questo riscatto. Accanto a loro, Teresa Noce coordinò gli scioperi nelle fabbriche tramite i Gruppi di Difesa della Donna, mentre la dottoressa bolognese Bianca Maria Busacchi e Marisa Musu (giovane gappista decorata con la Medaglia d'argento al valor militare) diedero contributi fondamentali. In questo vivaio di attivismo crebbe anche la giovanissima staffetta Tina Anselmi, che nel dopoguerra avrebbe proseguito il suo impegno nelle istituzioni fino a diventare, nel 1976, la prima donna Ministro nella storia della Repubblica.
Il legame tra la lotta clandestina e il neonato diritto di voto si concretizzò nel 1946 con l'elezione delle prime 21 donne all'Assemblea Costituente. La grande maggioranza di loro proveniva direttamente dall'esperienza della Resistenza, del carcere o del confino politico. Queste figure furono fondamentali perché tradussero i valori della libertà partigiana in leggi e diritti costituzionali, insistendo affinché la Carta non parlasse solo di "uomini", ma di "cittadini" e "persone", garantendo un'uguaglianza non solo formale, ma sostanziale.
Tra le elette spiccano figure straordinarie:
•Nilde Iotti (PCI): organizzatrice dei Gruppi di Difesa della Donna a Reggio Emilia e staffetta, si batté strenuamente per la parità tra i coniugi e il riconoscimento giuridico della famiglia.
•Teresa Noce (PCI): combattente in Spagna e poi dirigente della Resistenza in Francia e Italia, sopravvissuta alla deportazione a Ravensbrück. Fu fondamentale per la scrittura dell'Articolo 37 sulla tutela delle lavoratrici e sulla parità salariale.
•Teresa Mattei (PCI): giovanissima comandante di compagnia nelle Brigate Garibaldi con il nome di "Chicchi". È considerata la madre della frase "di fatto" nell'Articolo 3, che impegna lo Stato a rimuovere attivamente gli ostacoli che limitano l'uguaglianza e la libertà.
•Adele Bei (PCI): condannata dal Tribunale Speciale fascista, fu attiva nella Resistenza romana dopo la scarcerazione. In Assemblea lavorò intensamente sui diritti del lavoro e sulla protezione della maternità.
•Lina Merlin (PSI): catturata più volte dai fascisti per la sua attività clandestina, partecipò alla difesa di Milano e legò poi il suo nome alla storica legge contro lo sfruttamento della prostituzione.
•Maria Federici (DC): attiva nella Resistenza romana e tra i fondatori del CIF (Centro Italiano Femminile), diede un contributo essenziale sui diritti sociali.
•Angela Guidi Cingolani (DC): collaborò con la Resistenza romana fornendo logistica e assistenza ai perseguitati politici.
•Elettra Pollastrini (PCI): combattente nella guerra civile spagnola, esule e poi prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Aichach.
•Rita Montagnana (PCI): attiva nell'antifascismo fin dagli anni '20, partecipò all'insurrezione di Torino del 1945 e divenne membro della Commissione per i trattati internazionali.
Guardare oggi a quella conquista del voto e della cittadinanza significa fare i conti con un contesto internazionale in cui i diritti non sono acquisiti una volta per tutte. Se la memoria storica si riduce a un puro rituale polveroso, perde la sua funzione critica. Il suffragio universale e la parità di diritti conquistati dalle donne della Resistenza non sono un punto di arrivo immobile, ma un processo attivo in costante evoluzione.
Oggi, difendere quei diritti e partecipare alla vita pubblica significa mantenere uno sguardo critico verso il potere e riconoscere che la cittadinanza, prima ancora di essere un diritto esercitato nelle urne, resta una responsabilità quotidiana.

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