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Il modello unico

Il modello unico

Questa volta il patriarcato lo confermiamo noi

Giovedi, 07/05/2026 - Essere come un uomo è il complimento che gli uomini rivolgono alla donna in carriera quando è brava. L’interessata, se è femminista, spiega perché ritenga offensivo il paragone. In ogni caso sembra che non ci sia nulla di strano se una donna realizza successi nel suo lavoro o nei suoi progetti di vita, tanto più che la parola empowerment fa parte del lessico delle scuole femministe storiche che sorvolano su quel power incistato nel termine.
In una corretta prospettiva femminista il potere va trasformato, non accettato così com’è, con la sua natura gerarchica che esclude le differenze. La prima delle quali è quella che oppone l’uomo alla donna e che la tradizione ha consolidato consegnando all’uomo il giudizio statistico sulle categorie sociali, elencate nella rassegna-tipo che include i lavoratori, gli anziani, gli invalidi, le donne, i soldati, senza la distinzione che le donne non appartengono a una categoria come gli altri, gruppi, perché i bambini sono anche bambine, gli anziani comprendono le anziane, essendo le donne metà di ogni categoria.
L’ultima generazione tuttavia segue un altro percorso: l’empowerment è la parità.
D’altra parte sono state le vecchie generazioni a mettere in primo piano la parità, intesa a partire dal diritto al lavoro e al salario, uguale per lavoro uguale, anche se la donna che ha figli o può averne è ritenuta sostanzialmente un cattivo lavoratore. Infatti la maternità non è un diritto e, se ti avvali del numero massimo di congedi post-gravidanza, ne risentirà il conteggio pensionistico, mentre se al rientro al lavoro post partum dopo aver sfruttato tutti i permessi concessi, qualcuno forse ha occupato la tua stanza o il tuo tavolo, addirittura la tua funzione assegnata e ti dovrei adattare.
Oggi in Italia la parità ci ha consegnato il governo, l’opposizione e perfino la presidenza della Commissione europea; ma non cambia nulla nella gestione del potere, nemmeno quella presenza ai tavoli internazionali tante volte richiesta dall’Onu che evidentemente conta sulla specificità della presenza femminile. Non accettata anche quando il pensiero femminile prende parola.
Il femminismo - dice nel numero di marzo Donna, Chiesa Mondo (supplemento dell’Osservatore Romano) prima ancora che teoria, “è una pratica trasformativa, il posizionamento di chi si chiede se parole, riti, strutture e linguaggi offrano alle donne le stesse possibilità di vita e di responsabilità degli uomini” e individua l’ostacolo nel patriarcato, un sistema culturale che per secoli si è presentato come “ordine naturale” influenzando linguaggi, ruoli e consuetudini. Anche dove non si promettono privilegi, come deve essere la chiesa secondo il vangelo, non si vuole “sostituire un potere con un altro”, ma reinterpretare le parole che hanno limitato l’accesso delle donne alla parola e alle responsabilità. Senza competere per il loro potere.
 

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