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Il magico lunario di Elvira Seminara

Il magico lunario di Elvira Seminara

Un lunario dei giorni ma soprattutto delle notti, per sognare a occhi aperti.

Venerdi, 20/02/2026 - Avviso ai naviganti: attenzione, uscirete da questo libro scompigliati, stropicciati, con gli occhi abbacinati di chi è stato per un po' in penombra. E, soprattutto, non potrete giurare di aver letto un romanzo, avrete piuttosto la sensazione di aver fatto una lunga passeggiata in un luogo sconosciuto che al tempo stesso percepirete come familiare. Una passeggiata lunare.
Cos’è un lunario? Un almanacco che custodisce i giorni, i mesi, le lune, i proverbi. Non è molto dissimile da un atlante, che raccoglie carte geografiche e mappe per trovare la strada. Pensavo a questo durante la lettura del "Lunario dei giorni insonni" di Elvira Seminara (Einaudi), perché le sue opere sono sempre delle mappe, talvolta per non perdersi, o per perdersi con cura, altre per ritrovarsi. Basti pensare al suo “Atlante degli abiti smessi”, dove è un guardaroba ad aiutare a orientarsi, attraverso il significato di ogni sottile e potente sfumatura di tessuto.
L’esergo è di Elizabeth Barrett Browning: “La terra è colma di cielo/ e ogni umile cespuglio arde di Dio/ Ma solo chi sa vedere, si toglie le scarpe”. E non è un caso che nella prima pagina di questo romanzo, alla terza riga, la protagonista si tolga le scarpe, un gesto che nella poesia indica il riconoscere la sacralità nell’ordinario, inebriandosene: è proprio questo che fa Iris, la protagonista, che il sacro lo vede alla luce della luna. Del resto Iris è una creatura stralunata, e la parola stessa fa pensare a una luna straordinaria, che sfora i confini, che è disorientata.
La parola: le opere di Elvira Seminara sono dichiarazioni d’amore alla parola. Di più: Elvira Seminara fa l’amore con le parole ruzzolando da una pagina all’altra, infilandosi tra le righe, nascondendosi sotto i titoli, sbucando dai capoversi. Solo così si possono spiegare passaggi quali “per raggiungermi alza il tono, e le finali slabbrano sui gradini”, o “le dita callose del buio”, “nel suo sguardo frondoso”, “foglie rotte tumulate dal vento”, o ancora “la luna spadroneggia sul mare”, “era incredibile questa sua esattezza nei gesti, la calma asettica mentre disossava il mondo”, “una luce tiepida e molle cagliava sui tetti”. Attraversare pagine così dense di poesia significa restarne imbevuti, e proseguire in un senso di straniamento che scivola in una profonda empatia con la protagonista. “Era il crepuscolo, l’ora più traballante, una specie di feritoia in cui se cadi ti fai male – c’è la ferita dentro la parola”. Eccola, appunto, la vera protagonista: “avevo male in tutte le parole, mi trapanava in ogni virgola e punto".
Il romanzo si apre su due amici, Iris e Jacopo, che condividono la casa e la loro inidoneità alla vita ordinaria, cosa che tentano di contrastare con diverse gradazioni di manie di controllo e di cura dei dettagli che molto rivela di loro: “Chi ha superato con impegno la depressione, come noi, si smaschera in queste cose, dalla cura spropositata e volontaristica, spesso cavillosa e patetica, che mette nel condire i cibi o ordinare la scrivania, come se fosse, tutta la vita, fra crolli e restauri, solo questione di dosi e volumi”. Del resto “io l’ho capito da un pezzo, è una questione di misura. Il dolore, ad esempio, oltre una certa soglia non lo reggi più, e ogni male appena arrivato risveglia gli altri che gli somigliano, li trascina a strascico tutti con sé, anche i più piccoli e perduti, sepolti fra le conchiglie o mascherati fra le alghe, in una massa intricata e fitta come succede nella pesca a strascico, e infatti l’hanno vietata. Per questo cerco sempre di diversificare i fallimenti: il dolore nuovo è più solubile, e almeno ti sorprende”. Ecco, siamo solo a pagina 4, e il lettore ha già capitolato davanti a tanto incanto.
Jacopo e Iris si becchettano come solo le persone che conoscono lo stesso buio possono fare, talvolta non c’è nemmeno bisogno che traducano in parole i pensieri: scivolano fuori, come il dolore, come il respiro. Sono esseri un po’ scombinati, “con qualche DOC mascherato da perfezionismo”, “ma nessuno è normale, spiato da vicino”. “Quando ci siamo conosciuti (…) ci siamo subito smascherati: due compatibili e puri neurodivergenti in cerca di un tetto elastico e misericordioso. C’è una stringente, implacabile fatalità negli incontri, fatta di accidenti e astrologia”. Jacopo osserva in silenzio Iris che ama la notte e stila minuziose liste di ogni cosa, insieme e a mappe e inventari: “la nostra vita domestica è favorita dall’assenza assoluta, limpida e definitiva di attrazione. Ci sosteniamo senza possesso, aspettative e dipendenze, che sono poi i danni dell’amore”. Redigere elenchi, immaginare possibilità: “non sapendo organizzare il futuro, programmo il caso, che mi è più congeniale”.
Ogni personaggio che si affaccia a questa storia è in bilico su un limine, che ti chiedi se prima o poi cadrà da una parte o dall’altra, o se resterà incagliato lì, a dondolarsi stuporoso. Ognuno riporta i segni di un dolore, una depressione, un lutto, e ognuno esercita il controllo e la misura con molta accortezza, come se, superato quel burrone, occorresse essere molto cauti per scongiurare il pericolo di ricadute. “Stai attenta, le ossessioni bucano il cervello” dice Jacopo all’amica, ed è un suggerimento che può dare chi ne conosce il suono.
Il suono: Iris soffre di acufene, che sembra proteggerla dal brusio della vita, perché lo copre, lasciandola nella sua bolla di distacco: “non è soltanto acufene, è il ronzio di fondo dell’universo, la scia sonora della radiazione cosmica del mondo”. Si isola di giorno con le cuffie, ma non tanto da quel suono molesto, quanto dal rumore del mondo che si sta irrancidendo e che si riversa su una siciliamondo il cui clima impazzisce, dove la natura genera piante e pesci fuori posto, dove tutto sembra rovesciarsi. È una natura arruffata e disorientata ma vivissima, che tuttavia è rimasta inceppata in un settembre che non passa più e si slabbra in centotre giorni, disegnando un lunario sghembo e meraviglioso che squaderna figure ammalianti e incorporee. Iris sogna allora di recarsi ad Alert, il posto più a nord del mondo abitato da una manciata di persone, un luogo di pace insonorizzata.
Iris è sradicata: cambia case con apparente levità, come se il suo essere esule le permettesse di sorvolare la realtà, e vederla meglio. È tanto maniacale nel tenere tutto in ordine quanto nel tenere lontane le persone: “Io non soffro la solitudine. Soffro la moltitudine”. Impartisce lezioni di coaching letterario on line a manager e affini, e al crepuscolo esce a passeggiare: “Per questo preferisco la notte al giorno, è meno antropizzata. E vado a letto all’alba, come Ariel e tutti gli spiriti come noi”. Nel buio, infatti, brulicano fantasmi e persone, ombre e sorrisi, perché “gli altri non sanno quanta vita si perdono, a usare la notte per dormire”. Dormire col buio significherebbe consegnarsi alle tenebre e spalancare la strada ai propri incubi. Per questo Iris è un’insonne nottambula, una randagia notturna. E la notte è solo una delle molteplici soglie che abitano il romanzo: c’è quella verso l’estremo nord, verso la catastrofe, verso un altrove. Tutto sembra una zona di transito, da attraversare piuttosto che abitare, un passaggio tra la realtà e l’altrove. E questa è una frontiera sdrucciolevole, ci si cade, ci si smarrisce, come Antonio Tabucchi ci ha raccontato nel suo “Requiem”: “Figlio, disse la vecchia, ascolta, così non può andare, non puoi vivere da due parti, dalla parte della realtà e dalla parte del sogno, così ti vengono le allucinazioni, sei come un sonnambulo che attraversa un paesaggio a braccia tese e tutto quello che tocchi entra a far parte del tuo sogno.”
Di certo la soglia più potente è quella tra la vita e la morte, eppure l’autrice riesce a obliterare anche questa con la dolcezza che la contraddistingue: “(…) mi sono chiesta se tutto questo fosse pienamente vero o non stessi vivendo, da qualche tempo, un’irrealtà parallela”: i vivi si intrecciano ai morti, la realtà perde i contorni, e i confini sono segni obsoleti a cui nessuno bada più: “La verità è che i morti continuano a vivere dappertutto. Incombono con naturalezza, senza pudore. Negli elenchi telefonici e nelle targhette dei citofoni, nelle rubriche degli amici e nei cellulari, dentro i messaggi e le fotografie”, perché “i morti non muoiono mai del tutto, e del resto i vivi non lo sono mai interamente”.
“Di chi sono i nostri giorni?” è la domanda chiave dell'ultimo film di Sorrentino, "La Grazia", che qui torna in mente e ne suggerisce un’altra: a chi appartengono le nostre notti? Di chi è lo spazio in cui il rumore del giorno si placa e, socchiudendo gli occhi, i contorni del mondo si fanno più nitidi? Nel corso delle sue camminate notturne, Iris incontra creature speciali, tra cui Aida, una donna che oscilla tra realtà e aldilà, ma Iris non ne è affatto scossa, perché anche lei incontra persone che non ci sono più, “e la cosa non mi turba affatto, anzi mi rassicura. Si chiama vita aumentata: hai il tessuto più ampio, più poroso”. È una porosità che non fa passare tutto, ma solo granelli di vita alterata, morti che leggono dietro un ficus, o buio che “apre varchi nei muri e nell’asfalto da cui escono cose audaci, tipo foglie sbandate, lucchetti, gusci di lumache e topi inumiditi. I suoi respiri sono rumorosi, uguali a quelli delle onde. Il mare fa i gargarismi sugli scogli e l’odore del sale fermenta in aria”.
C’è un passaggio in cui Aida racconta qualcosa di sé a Iris, che la guarda “come una foto non fatta, strappata allo sfondo per sempre. (…) Ne ho tante, foto mai scattate, nette e impresse a fuoco sulla retina e nella memoria. E alcune hanno una cornice, che forse le preserverà dal tempo, o dalla smania di dimenticare”. È impossibile non chiudere un istante il libro e gli occhi, e richiamare le nostre foto non fatte, ma impresse in maniere permanente, e realizzare che sono proprio tante.
Una sera, vicino al mare, Aida la scambia per sua figlia, che nella realtà non c’è più ma in lei c’è eccome, e Iris indossa con disinvoltura il personaggio perché “era bello sentirsi Elisa di una madre che ti vuol bene”: ecco, non importa chi sia davvero Elisa, non importa chi sia Aida, perché su quella spiaggia tutto è semplicemente possibile, le gabbie che si aprono, gli animali che fuggono, una madre regina con accanto una figlia. Per una sera. Per sempre. Iris si muove a suo agio tra le stanze di queste vite scontornate, e se ne lascia sfiorare perché sa bene che “sin quando qualcuno ti accarezza, tu sei viva”.
Se c’è una cosa che emerge nelle opere di Seminara, è che le cose hanno un’anima, tutte le cose: “Le righe del legno delle sedie, nel giardino. L’eritema del ferro delle ringhiere. Le bolle bianche del cotto a terra, per la muffa. I calici di cristallo, annebbiati, che non porti da anni alle labbra. Tutto chiede esistenza. Le cose vogliono essere viste, destinate. E toccate. Stanno immobili anche una vita, ad aspettare quel tocco. Ma perché non si muovono loro, ogni tanto, verso di noi? Forse per questo si buttano giù all’improvviso da un ripiano, a volte, e tu scruti il lampadario pensando al terremoto. E comunque anche le cose si suicidano”. Che viene da chiedersi se siano gli oggetti a imitare gli uomini, o viceversa, e se non sia il caso di guardare il mondo inanimato con altri occhi, visto che “i muri fanno le crepe, a furia di contenere gli urli.” E poi ci sono le pietre, che stanno ferme solo finché non arriva il momento giusto per spostarsi. Di certo, il mondo fuori partecipa e palpita con quello degli umani, diventando personaggio a pieno titolo: “Era impressionante come tutta la tristezza che era in casa, così stipata e fitta, voluminosa, fosse straripata fuori e senza far rumore, occupando e ricoprendo non solo ogni cosa, addolorando le auto e i bidoni, i cancelli e i rampicanti, ma anche ogni spazio vuoto, ogni intervallo fra l voci, ogni interstizio fra i volumi, quello grande tra strada e cielo, e quello minimo tra le foglie”.
La notte, per Iris, è più rassicurante "perché è disabitata", e tuttavia è affollata da altri magnifici e iridescenti personaggi: kapok, rosa, ibisco, glicine, lantane, edera, ginestra dai fiori bianchi, giglio marino, fiordaliso, gerani, solandre, ulivi, pini centenari, capperi a cascata sugli scogli, aloe abbracciata al cactus, glicine rosa, plumbago azzurro, buganvillea rossa, limoni. Sono protagonisti a tutti gli effetti di questa vicenda lunare-marina.
Iris non è una donna buia, anzi, possiede un'ironia incandescente che spesso fa capolino tra le pagine: "Ma quella storia del fascino della parola, che è un potere e dà carisma, è una bufala. Io parlo bene e accuratamente, faccio anche silenzi strategici sensuali, ma più che seduzione produco sedazione, a guardare le facce inebetite". D’altronde il suo sguardo, come quello dell’autrice, è malincomico, sorride commuovendosi, si adombra e si ravviva.
È anche una donna pragmatica, che maneggia il dolore con concretezza. Quando parla della fine del suo matrimonio, ad esempio, è asciutta e definitiva: "Ma era tardi per ricominciare. Perdonare non significa perdere la memoria, aiuta semplicemente a depurarsi dal rancore. E a diventare migliori. Io infatti sono diventata più cattiva, cioè più realista". D’altra parte per lei “l’amore è debolezza, bisogno di sostegno, dipendenza, e infatti lo cerchi a vent’anni, e poi di nuovo a sessanta. È più importante il desiderio, piacersi e darsi a vicenda un buon presente”.
È consapevole di vivere "al chiuso", e tuttavia è "osservatrice ardente degli atti umani": dalla finestra, o dietro la cortina della notte, Iris registra la vita intorno a sé in ogni particolare, purché non riguardi persone troppo vicine: "Non conosco le vite dei miei vicini. Del resto frequento poco anche la mia".
Il prodigio della scrittura di Elvira Seminara sta nel riuscire ad afferrare il tempo sospeso, a catturare l'immagine, come una telecamera che stringe su un particolare, che può sembrare niente e a un tratto diventa immenso, diventa tutto: "A volte lo ricostruisci dopo, tornando indietro nella memoria, quel giorno in cui senza capirlo hai cambiato direzione. Probabilmente un giorno piatto e ordinario, fatto di solite cose, che non si aspettava di accogliere una svolta. Lo ricostruiamo dopo, forzando un poco, quel giorno, perché abbiamo bisogno di simboli e ormeggi, mappe, e ci piace credere che esistano ancora gli inizi, gli apici e la fine, e tutto non sia così indistinto e reversibile". Lo sguardo dell’autrice si infila e infiltra, allarga e restringe, rimescola e sminuzza. Elvira Seminara è un’archeologa del sentire, scava con lo sguardo, e le parole trovano detriti accartocciati, scampoli di esistenze: “Se allargo le foto delle casette a schiera, e sfondo i muri e lacero le tende, vedo le cose che siamo, che nascondiamo, che malamente sogniamo”. E poi “allargo ancora l’immagine e i muri si spaccano, i vasi cadono a pezzi, il pavimento di parquet sprofonda e si apre la voragine. Non so qual è il punto che frana, l’anello mancante o solo allentato. Sotto il pavimento vedo cunicoli e grotte, gli insetti e i vermi che strisciano, animaletti invisibili e bisce, e topi e rane, rivoli d’acqua, uccelli finiti per sbaglio nel buio, piccole ossa, chiodi e rametti coperti di muffa, busti di Apollo e capitelli, e vecchie tastiere coperte di alghe, computer pieni di uova, tubi e condotti crivellati, fossili di Barbie, cocci di ceramiche, bossoli e polvere da sparo, frammenti di dita, crani e tazze senza manici, pezzi di marmi antichi. Nasi di statue, frasi rotte d’amore dentro i cellulari, tacchi a spillo tranciati dai tombini. Io sento pure ghigni, grida e risate cattive, ma forse questo è nella mia testa”.
Questo è un romanzo sui piani più o meno paralleli delle nostre vite, sui nostri lati più o meno nascosti e quelli più o meno rivelati: “Forse nessuno di noi è intero, siamo vasi sbeccati, rigati, lineati, lesionati, anche quelli che sembrano solidi e asciutti, in cerca di sole e di fiori. Forse ciò che conosciamo degli altri è solo la parte smerciabile di sé, sana e compatibile, ed è questa che ci scambiamo, quella che fronteggiamo, un nulla rispetto a ciò che davvero siamo, e che ci sfugge o ci spaventa. Nei nostri sotterranei ci sono pezzi e rottami mai riconosciuti, oppure sepolti per non vederli più. Agli altri mostriamo l’ingresso e il salotto, mica le cantine”.
È un lunario dei giorni rovesciati in notti, di vuoti portati in trionfo senza pieni, di ombre che danzano senza bisogno del chiarore. E di discorsi sull’infelicità, che va preservata perché “è un sentimento non conforme, sovversivo, di disturbo al sistema. Ed è vitale, perché non produce appagamento o stasi, anzi inquieta. Per questo viene sanitarizzata, tenuta sotto controllo. È destabilizzante”. Bisogna insomma averne cura. Come bisogna avere cura delle cose segrete che si vedono, perché parlandone si rischia di farle sparire. E poi c’è la cherofobia, la paura della felicità, quel rintanarsi sotto le pieghe del buio per timore che la vita ti trovi e ti ribalti verso la luce.
È un romanzo su cui si rifrangono altri suoi romanzi che saltellano qui e là ammiccanti. In “Diavoli di sabbia”, per esempio, l’autrice ci raccontava di “una poesia che dice così: le persone che sogniamo, quando escono dai nostri sogni si incontrano e si salutano, invisibili solo a noi, e si mischiano al vento della vita. Questo è il modo per restare tutti insieme, sognati e sognatori. È vita aumentata per tutti”. Questa vita aumentata tracima senza trattenersi in “Lunario dei giorni insonni”: “Ho infilato i miei diciotto romanzi incompiuti nel panchetto di legno che conteneva i farmaci dei Walder, in gran parte scaduti. Così i personaggi, stretti insieme, familiarizzano e non muoiono di noia. Magari saltano da una storia all’altra e si alleano, oppure si uccidono, fanno congiure e imboscate, ma sono vivi e adempiono al destino”. E ancora: “Dove vanno i personaggi interrotti dei romanzi sospesi a metà? Quelli che hai chiuso senza un motivo, mentre prendevano forma e destino? Dove finiscono tutte le creature illuse, abbandonate in quella riga instabile, sul foglio trafitto dai segni, perché è finita la voglia di scriverle e di starle accanto? Diventano insonni, anime del sottosuolo, sospese tra il giorno e la notte, la vita ordinaria e quella segreta, dannati a vagare senza memoria tra le ombre, a visitarci nei sogni. Forse non possono morire, i personaggi a metà. (…) Forse molti di noi siamo persone interrotte, tagliate a metà da qualcosa, e rimaste a vivere senza più incollarsi, cercando il mastice che ci salverà”.
Troverete personaggi che vanno via ma restano per sempre, notti che si credono giorni, morti che si credono vivi, persone derealizzate, sogni che si spengono “per troppa irruzione di realtà”. Tra le pareti sformate di queste pagine risulta del tutto naturale veder comparire artisti e personaggi letterari, perché non ci sono margini, e nulla è risolto, chiuso o concluso: che sia questo il segreto per vivere?
Anche il doppio ha un suo spazio in questa vicenda: tutto ha un duplice volto, significato, persino la protagonista ha un doppio nome. Forse per questo le ossessioni e le emozioni sono comunicanti, è come se ogni personaggio - umano o meno - abbia anche il suo altro: Iris ha l'acufene, Aida non sente; la natura è avariata, ma la ragazza degli altarini ha una tenerezza commovente; Iris rifugge dalla vita, ma poi se ne lascia attraversare senza resistervi.
La poesia si stende sulle pagine di questo libro con la delicatezza propria dell’autrice: “La luce piove sulle siepi e sui tetti coprendo tutto senza parsimonia, anche sul mare ha steso una tovaglia, è tutto argento e senza una piega. Non c’è una virgola di vento”. Verso la fine del libro c’è una pagina che ha il ritmo di una pioggia nel pineto, dove i “pioveva” si intrecciano ai “piangevo” e “grondavo”: come in altre opere dell’autrice, l’acqua lava via tutto, rimuove brutture e trascina via fiori e tegole, granchi e alghe, paure e lacrime. E poi la vita ti esplode addosso e dentro la carne, si fa amore sotto la pelle e dietro gli occhi, e non puoi fare proprio niente se non arrenderti, perché “io la sento che fa pressione nel torace, e a volte la scambio per fame, altre per febbre, è una fitta, e sudo, e tremo se scende sotto l’ombelico”. “A volte siamo felici a nostra insaputa”.
Inutile insomma nascondersi: “Che vizio stupido, cercare nascondigli ovunque. Come se bastasse il buio, e non esser visti, per fare di un posto un nascondiglio”. In fondo, “non ti difendi mai troppo dalla vita, è un’incredibile macchinazione. Scorre e canta dappertutto, si dissemina come le pietre e fermenta come l’umidità”. È impossibile prevenire la felicità, la vita si insinua, si intrufola, scava e ti pesca, e ti trova ogni volta.
C’è un aggettivo che ritorna spesso in questo lunario, come una risacca: fiotto. È il fiotto dei dettagli, della musica, delle risate, delle parole, della luce, della pioggia. Mi piace pensare che l’autrice abbia voluto così regalarci il senso del moto ondoso, un su e giù di altalena tra tenebre e fulgore, tra realtà e dormiveglia, tra la luna che protegge e il sole che brucia, tra la morte che ondeggia e la vita che – sempre, accidenti a lei – giganteggia. Perché tutto, proprio tutto, chiede esistenza.

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