Cultura/ Cinema - Con il film "Quando i bambini giocano in cielo", Lorenzo Hendel si consacra tra i più interessanti autori del cinema impegnato italiano
Emanuela Irace Mercoledi, 25/03/2009
Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Settembre 2005
Quattro anni di lavoro e il desiderio di realizzare un sogno. Uno di quelli che prendono corpo da bambini, quando la necessità di ritrarre la realtà non è ancora una scelta di vita ma accarezza la voglia di ascoltare e scoprire gli angoli più nascosti del mondo. È successo a Lorenzo Hendel, poeta del racconto cinematografico, autore di documentari per Rai 3, che con il film "Quando i bambini giocano in cielo" poteva essere a Venezia. E invece, ancora una volta, la cinematografia d'autore, cooprodotta, e finanziata dallo stato, resta nei circuiti d'èlites con una unica programmazione da tutto esaurito a Roma, al Nuovo Sacker per la rassegna Bimbi Belli, e nessuna distribuzione all'orizzonte. È il paradosso italiano che regala medaglie al talento ma impedisce alla cultura di diventare patrimonio collettivo. Questo bel film di Hendel narra di un mondo magico e lontano. Colonizzato e vinto che rivive nel racconto di vecchi sciamani. Un percorso che segue i binari dell'archeologia intellettuale tesa alla ricerca del passato di una popolazione la cui storia sembrerebbe destinata all'oblio. Sono gli inuit, i protagonisti di "Quando i bambini giocano in cielo”, il titolo, è l'amorevole spiegazione di una madre al proprio piccolo sul dove vanno i bambini quando muoiono: "vanno in cielo", risponde la donna, per colorare l'aurora boreale che con i sui guizzi fantastici e colorati somiglia a piccoli fantasmi che giocano.
Quattro anni di lavorazione per questo film, tra le distese bianche e sconfinate della Groenlandia occidentale, dove la natura non si è ancora piegata all'uomo, tanto, da poter decidere i suoi tempi. Come è accaduto due anni fa, quando le alte temperature non sono riuscite a ghiacciare il mare e la troupe è stata costretta a una pausa forzata di dodici mesi.
Sono i bianchi accecanti e muti, come il deserto. Le sculture di ghiaccio. L’ostinazione di una donna, guerriera, nei suoi atti a difesa della prole. I linguaggi sommessi, la violenza che non colpisce ma esclude a fare da ossatura al film. E' la notte dei tempi quando un cacciatore inuit viene depredato della sua preda e ucciso a tradimento. Per suo figlio cominciano anni di solitudine e dolore. Da qui, la realtà si svela senza essere raccontata. Tra sciamani e spiriti guida si accompagna la crescita di un bambino che diventa uomo e poi vecchio, fino alla morte, emblema di una cultura che non c'è più. Un popolo costretto a civilizzarsi e a seguire gli stili dei conquistatori: occidentali, danesi, cristiani che impongono i propri miti, gli ultimi, i più forti, i più potenti come l'immagine della croce per la sepoltura dei morti e la presentazione di Dio, come vertice di una gerarchia sovrasensibile, importata ed estranea, che escludendo tutto il resto compie il delitto più orrendo, spazzando via l'identità di un popolo.