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Collegare pace e aborto

Collegare pace e aborto

Pace e aborto: due nozioni interconnesse, specialmente per le femministe degli anni Settanta.

Giovedi, 05/02/2026 - Le parole recentemente pronunciate dal Papa metterebbero in correlazione il tema della pace e quello dell’aborto, chiamando in causa la figura di Madre Teresa.
Notevole, l’accostamento, che non è passato inosservato e che ha sollevato alcune perplessità.

Vale forse la pena pescare nel vecchio baule delle vicende italiane degli anni Settanta, per ricordare che l’aborto è sempre stato un tema divisivo in fatto di coscienza. Del resto ogni donna ha la sua coscienza, oltre che la sua specifica situazione. Ma, dati alla mano, la legalizzazione dell’aborto, è un fatto, ha salvato migliaia di vite ogni anno, nell’ultimo mezzo secolo: vite di donne in “stato di necessità”.

Un piccolo excursus dall’affaire Pierobon del 1973 alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza può certo aiutare.

Durante i primi anni Settanta, quando l’aborto era ancora considerato, per dirla con i termini di legge allora in vigore, come un crimine contro la “stirpe”, era abbastanza chiaro che si dava più rilevanza al feto che all’individuo umano già nato e formato, di sesso femminile.
Che la vita di un feto di neanche 12 settimane valesse di più della vita della gestante risultò lampante, storicamente, in Italia, durante il processo a una giovane donna padovana, meglio noto come il caso Pierobon.

Gigliola Pierobon, giovane ragazza di Lupari (Padova), rimase incinta a 17 anni, ancora minorenne. Si procurò trenta mila lire e, nella clandestinità e nell’illegalità, con gravi ripercussioni psicologiche e complicazioni sanitarie, si recò da una cosiddetta “praticona” (una donna che praticava illegalmente l’aborto senza qualifica medica). L’intervento rudimentale ebbe conseguenze sanitarie. Gigliola rischiò la vita, ma diversamente da altre donne, ebbe una fortunosa ripresa, pur non potendosi avvalere di cure ospedaliere, poiché la condizione di clandestinità cui l’illegalità dell’aborto la confinava avrebbe avuto in ospedale l’esito di una denuncia.

Le cose parvero andare ‘normalmente’, ovvero: l’aborto di Gigliola sembrò inizialmente dover rimanere un crimine taciuto e mai scoperto, come per molte donne e ragazze di allora. La questione fu tuttavia riaperta nel 1970, quando il nome di Gigliola Pierobon fu citato dinanzi al sostituto del Procuratore della Repubblica come “detentrice” di un indirizzo per l’effettuazione di un aborto clandestino. Le indagini proseguirono e la giovane adulta Pierobon si trovò in tribunale per crimine contro la progenie.

Gli avvocati, Bianca Guidetti Serra e Vincenzo Todesco, che parlarono in difesa di Gigliola, misero in evidenza che la ragazza era schiacciata da opprimenti situazioni di contingenza e aveva agito in “stato di necessità putativa”. Chiesero al magistrato di ascoltare la testimonianza dei ministri della Sanità di allora, quella dei ministri della Pubblica Istruzione dell’epoca, i risultati delle inchieste sull’aborto e i dati analitici di figure come Dino Origlia e Franco Basaglia. Volevano far vedere quali erano le esperienze di ragazze-madri con vissuti di maternità involontaria. Volevano sottolineare in che modo queste ragazze-madri venivano danneggiate da una legge natalista, in cui l’autodeterminazione femminile non aveva alcuno spazio.

Le richieste furono giudicate “non pertinenti” al caso. Gli avvocati quindi rilasciarono alcune dichiarazioni alla stampa coeva: “Il tribunale ha preferito evitare di discutere il problema generale, restringere il processo a una vicenda personale”.

Furono le attiviste del movimento femminista italiano che chiarirono un errore prospettico di base. Misero in evidenza che il caso Pierobon non aveva nulla di personale. Presero le statistiche dell’ONU e sfilarono in corteo, i primi giorni del giugno 1973, con uno striscione nettissimo: “tre milioni di donne all’anno, solo in Italia, sono costrette ad abortire. E 20 mila lo pagano con la morte”.

La legalizzazione dell’aborto ha dunque salvato, da allora, almeno decine di migliaia di donne ogni anno da complicazioni sanitarie per interruzioni di gravidanza compiute in clandestinità, nel segreto e con mezzi rudimentali.

Ma veniamo ora ai fatti di coscienza. Le femministe che intervennero a mezzo stampa tra il 1973 e il 1977, negli anni caldi delle trasformazioni normative su questo punto, lo dichiararono senza mezzi termini: “l’aborto non è una festa”. Spiegarono poi che un figlio indesiderato in condizioni di indigenza familiare non vive spesso una vita degna. Ma misero anche in rilievo i paradossi della società. Durante gli anni Settanta, scrissero, le donne inglesi che volevano ottenere l’assegnazione di una casa popolare in alcuni sobborghi industriali dovevano “dimostrare di essersi sterilizzate, o impegnarsi ad abortire dopo il secondo figlio” (lo denunciava su «La Stampa» Adele Cambria, di «Effe», nell’agosto 1974).

Sulla base di questi dati storici e sociologici, crediamo quindi che i grandi temi della pace e dell’aborto possano davvero essere connessi a precise e determinate condizioni: se l’aborto è legale e depenalizzato; se alla donna resta un’autodeterminazione e una certa, per quanto relativa, serenità nella scelta; se alle donne è garantito l’adeguato supporto medico e psicologico; se si accetta che i fatti di coscienza possono non essere precisamente rappresentati da generalizzazioni e luoghi comuni.

Il diritto all’autodeterminazione, la tutela della salute e la possibilità di compiere scelte responsabili non sono solo questioni legali o morali: sono condizioni di pace, sia individuale che collettiva. E forse è proprio da qui che nasce il legame tra la libertà di scelta delle donne e il concetto più ampio di pace a cui aspiriamo.

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