‘Good Boy’: una favola dark sulla libertà e la ‘(ri)educazione’ dei giovani
Dopo il successo alla Festa del Cinema di Roma-Alice nella Città arriva in sala, distribuito da Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures, il nuovo film del regista Jan Komasa, allegoria sul tema dei giovani e delle relazioni
Mercoledi, 04/03/2026 - Un film estremo, almeno in parte, ma che ogni genitore e figlio dovrebbe vedere, che oscilla tra brutalità e purezza, thriller e fiaba dark, e che solleva domande scomode sulla libertà, i pericoli della cura e le scelte che definiscono chi siamo, e dove l’idea di tenere alla ‘catena’ un ragazzo ribelle è una metafora di ‘creare un legame’, con tutte le implicazioni psicologiche e sociali che ciò può comportare.
Interpretato da Stephen Graham (premio Emmy e vincitore del Golden Globe per la serie “Adolescence”), Andrea Riseborough (candidata all’Oscar® per “To Leslie”) e Anson Boon, vincitore del Premio Vittorio Gassman al Miglior Attore alla Festa del Cinema di Roma, il film del regista polacco Jan Komasa arriva nelle sale italiane il 6 marzo, distribuito da Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures.
Già la Giuria della Festa del Cinema di Roma, presieduta da Paola Cortellesi aveva assegnato il premio all’attore con la motivazione di ‘averci guidato in un viaggio sconvolgente’ e ‘per aver percorso uno straordinario arco emotivo e interpretativo con assoluta credibilità’.
Tommy, teppista diciannovenne, vive una vita di droga, feste e violenza. Dopo una notte di baldoria sfrenata con i suoi amici, si separa dal gruppo, cade in strada sballato e viene rapito da una figura misteriosa. Sebbene non sia estraneo alla violenza, resta inorridito quando si risveglia con una catena al collo nel seminterrato della casa isolata della ricca famiglia di Chris (Graham), di sua moglie Kathryn (Riseborough) e del loro giovane figlio Jonathan.
Il rapimento fa parte del disegno di questa strana famiglia che vuole trasformare Tommy in un “bravo ragazzo”. Sottoposto a una riabilitazione forzata mentre è intrappolato in una famiglia disfunzionale (la quale, come si capisce nel corso della storia, ha perso un figlio a causa del bullismo), Tommy deve scegliere tra compiacere i suoi implacabili aguzzini o cercare di fuggire a tutti i costi.
«Good Boy è nato da un'idea che non riuscivo a togliermi dalla testa: – racconta il regista Jon Komasa. in un mondo affamato di attenzione, la libertà è ancora desiderabile se nessuno ti vede? Sceglieremmo l’autonomia in solitudine o preferiremmo rinunciare alla libertà per il conforto di cure costanti? Lavorando con Stephen Graham, Andrea Riseborough e Anson Boon, ho voluto esplorare la sottile linea di demarcazione tra amore e tirannia, silenzio e violenza, il tutto intriso di un senso dell'umorismo nero britannico e polacco senza compromessi, che aleggia provocatoriamente nella zona grigia della moralità».
La famiglia che tiene prigioniero il ragazzo ha le migliori intenzioni nel mondo: far disintossicare il ragazzo dal vortice della droga, insegnargli le buone maniere, mostrandogli video dei suoi atti di bullismo e razzismo e facendogli ascoltare musica classica. Dalla rabbia furiosa il giovane, anche in maniera strategica, inizia a mostrarsi diverso, fin quasi ad apprezzare almeno in apparenza ciò che questa famiglia sta facendo nei suoi confronti, pur cercando in tutti i modi di riavere la sua libertà.
Quando giungerà la giusta occasione, attraverso una ragazza straniera che presta servizio presso la famiglia, le cose prenderanno una piega nuova e diversa, e le scene finali faranno capire se il giovane Tommy ha o meno imparato la lezione sui ‘legami’.
“Ho trattato con serietà l’idea della perdita - prosegue il regista - il nostro modo di affrontare la perdita, ciò che conta è come ciascun personaggio si sviluppa, ma il film è una metafora: sono interessato a come le persone si comportano, e qui ci sono le sfumature, in genere parto dalle sfumature e vado verso la vita reale. Rieducare attraverso la violenza non si dovrebbe, ma la catena è un’allegoria. Il film è sulla relazione: Tommy è sempre libero ma non ha attenzione da nessuno, quando non ha più alcuna libertà è obbligato a leggere, ascoltare musica, fare picnic, capisce il valore delle cose, ha tutta l’attenzione su di lui. I ragazzi oggi stanno su tutti i social ma in realtà nessuno li vede veramente e ciò che fanno è sempre più estremo, la libertà viene scambiata per attenzione, quella dei followers ad esempio, così l’attenzione è diventata una valuta di scambio”.
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