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A Genova assieme al ponte è crollato anche il mito del buon padre di famiglia

A Genova assieme al ponte è crollato anche il mito del buon padre di famiglia

Alcune riflessioni, per elaborare un lutto per "trasformare l’energia distruttrice in energia creativa, spingendo verso un sentiero di crescita e di cambiamento" ... (da Ladynomics)

Giovedi, 30/08/2018 - Non ce la siamo sentita di commentare il crollo del Ponte di Genova nei giorni dell’emergenza e della disperazione più acuta. Poiché Ladynomics è per metà genovese, abbiamo sentito il bisogno di affrontare questo disastro con il silenzio, come si fa da queste parti.
Un silenzio che non va confuso con l’assenza. Qui è importante, di fronte a simili enormità, poterci chiudere in noi stessi, isolarci dal rumore assordante del dolore, che sempre annienta e stravolge, per trovare un senso. Elaborare un lutto non significa, infatti, mettersi semplicemente alle spalle quanto è stato, ma riuscire a trasformare l’energia distruttrice in energia creativa, spingendo verso un sentiero di crescita e di cambiamento.

Nella mia città questa esigenza di rinascita, civile e morale, ma anche sociale ed economica, è emersa sin dalle prime ore, nella determinazione e unità delle forze politiche locali, tutte, maggioranza e opposizione, che si stanno prodigando in ogni modo, nella voglia di aiutare da parte di tutta la cittadinanza nei modi più disparati.
A livello nazionale? Mah…. Tutto troppo urlato, per i nostri gusti. Può il vero cambiamento, quello profondo e sentito, passare attraverso la cagnara? A Genova pensiamo di no, ma magari sbagliamo, vedremo.

Intanto, ci pare utile ragionare su quella che a nostro parere è la matrice culturale e sociale che ha lasciato crollare il ponte più importante d’Italia: la crisi della cura maschile e del mito del buon padre di famiglia.
Più volte, in questo blog, abbiamo affrontato il tema della differenza tra la cura maschile e quella femminile, i due pilastri dell’organizzazione sociale sui quali si basa ancora oggi tutta la nostra esistenza, nonostante l'emancipazione delle donne: la cura femminile si esprime nel matrimonio (il legame della madre) e nella responsabilità verso le persone, la cura maschile si basa sul patrimonio (il legame del padre) e la responsabilità verso le cose, beni, infrastrutture ecc.
Basta guardare ai protagonisti di questa vicenda: tutti i politici competenti sulle infrastrutture sono uomini, tutti i rappresentanti del Governo e degli Enti locali, non parliamo poi della protezione civile, degli esperti intervistati e dei rappresentanti di Autostrade Italia. Le donne sono presenti soprattutto come vittime, come familiari devastati dal dolore, spettatrici. Certo, si è vista qualche faccia femminile qui e là, un assessore alle politiche sociali (guarda caso), una tecnica esperta, una vigile del fuoco, qualche giornalista. Eccezioni contate sulle dita di una mano che hanno ribadito la regola generale.

La responsabilità maschile verso il patrimonio è così radicata nel nostro sistema che il codice civile, sul quale si basano le regole fondamentali dell’economia di mercato e dello scambio dei beni e dei servizi, dice che ogni contratto, ogni obbligazione tra debitore e creditore deve essere assolta con “la diligenza del buon padre di famiglia”. Non la buona madre di famiglia, il buon padre.

Il mito del “buon padre di famiglia” è infatti antichissimo, nasce ai tempi del diritto romano, per il quale il “pater familias” è colui che ha la potestà assoluta su tutti i “famigli” e sui beni di proprietà, si prende cura del patrimonio e delle cose, con diligenza, perché ha a cuore la si-curezza di tutti.
Cura e si-curezza sono infatti concetti complementari: a Genova la mancanza di cura di una infrastruttura ha fatto venir meno le condizioni minime di sicurezza con le conseguenza disastrose che abbiamo visto.
E’ indubbio, quindi, che il crollo del ponte rappresenti in modo drammatico anche la crisi della cura maschile. Quell’in-curia (e siamo sempre alla radice della cura) che non fa solo crollare i ponti, ma anche le scuole, le case della gioventù, che costruisce case di carta in zone sismiche, asfalta le strade con materiali scadenti e pericolosi, inquina, abbandona l’ambiente, i boschi, i campi, fa sfasciare dighe e crollare montagne.

Di certo, e per fortuna, ci sono uomini che si impegnano ogni giorno, eroici e furiosi, per la cura del patrimonio, per la ri-costruzione e la sicurezza, ma lo stato di abbandono dell'ambiente e delle infrastrutture del nostro paese lascia supporre che siano in minoranza.

Cosa è successo, quindi, in questi ultimi decenni in Italia, per cui migliaia (a questo punto saranno migliaia), di uomini, politici, imprenditori e tecnici, hanno deciso non solo di abbandonare il patrimonio collettivo, ma troppo spesso di lucrarci in modo così tragicamente letale? Uomini che hanno anch’essi famiglie, figli, mogli, che avranno percorso chissà quante volte quel ponte, e che, come tutti, qualche brivido lo avranno ben avuto a pensare che anch’essi avrebbero potuto esserci lassù?

Non ho una risposta a questa domanda. Come tutti i problemi complessi, anche la soluzione dovrà essere complessa. Dentro a questa crisi del mito del buon padre di famiglia c’è di tutto: individualismo, perdita del senso del bene comune, devastante complesso italico da furbetti del quartierino, smarrimento dell'idea di futuro. Probabilmente c'entra anche il disagio della ridefinizione delle identità e dei ruoli maschili e femminili nella nostra società.

E' comunque sicuro che da un simile disastro debba scaturire una risposta in termini di una giustizia più alta e ampia di quella strettamente penale.
Queste vittime si meritano ben più di un processo.
Si meritano una giustizia economica, per cui i responsabili risarciscano le loro famiglie e la collettività.
Si meritano una giustizia politica, che sappia fare scelte che impediscano in futuro analoghe sciagure.
Ma, soprattutto, queste vittime si meritano una giustizia morale, che può passare solo attraverso una riflessione collettiva e dell’opinione pubblica su come siamo arrivati fin qui, e su come ne vogliamo uscire, migliori e più forti.
Quindi, forza e coraggio, voi uomini che avete un qualche potere politico, intellettuale, economico, voi uomini di cultura, giornalisti, editorialisti, opinionisti, che potete indirizzare e influenzare il comune sentire: la materia è soprattutto vostra.
Ragionate e parlatene.
Vi ascoltiamo.
Articolo pubblicato in Ladynomics il 22 agosto 2018


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