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La trama forte e autobiografica di

La trama forte e autobiografica di "Leggere Lolita a Teheran"

"Vivevano in una cultura che negava qualsiasi valore alle opere letterarie, a meno che non servissero a sostenere qualcosa che sembrava più importante: l'ideologia"

Lunedi, 13/02/2017 - Apparso per la prima volta nel 2003, "Leggere Lolita a Teheran" è una raccolta di memorie di una docente universitaria iraniana di letteratura americana. "L'America per noi era come veleno […] dovevamo insegnare agli studenti a combattere l'immoralità americana." Questo il compito che si celava dietro il corso assegnatole.



Azar Nafisi è successivamente espatriata negli Stati Uniti e ne parla come del proprio esilio. "Mi ero tenuta saldamente aggrappata alla certezza che la mia casa, il mio paese mi appartenevano e potevo tornarci ogni volta che volevo. Fu solo quando infine vi feci ritorno che compresi il vero significato dell'esilio".



Una trama forte, autobiografica, ricca di riflessioni politiche, sociali, oltre che letterarie. L'autrice prende posizione nei confronti del chador, non lo condanna in sé, anzi ne riconosce il significato simbolico e profondo di una tradizione antica che si identifica con sua nonna e con quel mondo che ormai è superato.



Il chador della nonna era un rifugio per gli occhi e la mente, un modo di essere interiore, che non corrisponde più al modello sociale attuale. Investito di ideologie politiche, il chador ormai ha perso quel suo significato intimo e personale, è divenuto un simbolo di un potere che aveva tolto alle nuove generazioni la libertà e persino il suo ricordo. "[…] era come con il velo: per lei non significava più nulla, eppure senza si sarebbe sentita persa. Lo aveva sempre portato. Ma era lei a volerlo? Non lo sapeva".



Attraverso capisaldi della letteratura americana la Nafisi conduce il lettore in un viaggio intimo attraverso la Teheran degli anni successivi alla rivoluzione islamica, anni di feroce repressione. Il confronto generazionale accentua il dolore della mancanza di libertà vissuta dalle sue studentesse fino ad assumere un carattere universale. Non si trattava per le nuove generazioni di una perdita ma di un'assenza, quelle ragazze non avevano mai conosciuto altra vita, soffrivano per riconquistare qualcosa che loro stesse non avevano mai provato: la libertà.



Esattamente come Lolita che ha perso il proprio passato con la morte di tutti i suoi familiari, anche le studentesse di Azar Nafisi sono state deprivate del loro passato. Humbert incarna quel regime privo di empatia che deruba le donne del proprio passato cercando di togliere loro l'identità e di renderle il prodotto del sogno o dell'ideologia di altri. Appropriarsi del passato di Lolita, negandolo, è ciò che rende Lolita vicina alle studentesse iraniane. Il vero stupro non è quello fisico, ma quello più totale e devitalizzante che Humbert, così come il regime islamico, operano sulle loro vittime.



La scelta da parte dell'autrice di leggere Nabokov non coincide con una provocazione a curiosare morbosamente in ciò che è proibito, piuttosto è l'occasione di leggere un grande autore che permette al lettore di andare oltre l'apparenza, di compiere un viaggio introspettivo nel proprio intimo e nella propria condizione. Inaspettatamente, l'autrice ci mostra un parallelismo lineare tra i protagonisti del romanzo, vittima e carnefice, e la vita delle sue ragazze deprivate persino del ricordo di una libertà mai sperimentata. Tale analogia supera i confini del privato per raggiungere le sponde dell'ideologia politica.



Le due immagini delle sue ragazze, con il velo e senza velo, continuano a sovrapporsi nell'opera della Nafisi, creando una tensione dualistica nell'identità delle ragazze e nell'identità dell'Iran stesso. Lolita diventa il simbolo di ciò che una donna è e può essere, il lettore di Nabokov la vede "con il velo" degli occhi del narratore e suo carnefice, senza mai sapere, se non alla fine, quali siano i suoi desideri, la sua vera immagine.



La scelta della docente ricade su opere americane che considera grandi romanzi e non per ragioni politiche. Del resto si tratta di letteratura e non di dettami di vita, sottolinea, di fronte alle critiche mosse a "Il grande Gatsby", scelto non per provocazione riguardo al tema dell'adulterio, ma perché rappresentava il sogno americano. L'adulterio in Iran era punito con la lapidazione pubblica, in America è invece un fatto privato, non penale.



Tuttavia, non è quello il fulcro del romanzo di Fitzgerald. La Nafisi individua nella perdita del sogno americano il tema centrale del romanzo, quel sogno di un popolo che non ha un passato e che rimpiange la speranza riposta nel futuro. Aspettative deluse che l'autrice si domanda non si ritrovino anche nel sogno del regime islamico.



Il ritmo della narrazione incalza lasciando sempre più spazio agli eventi politici nel Paese, la letteratura con il passare del tempo e dei capitoli sembra relegarsi progressivamente ad uno spazio intimo ampliando il divario tra sogni di un futuro e realtà.



Attraverso Jane Austen la Nafisi sottolinea quanto la forza del romanzo come forma narrativa avesse contribuito a mutare rapporti tradizionalmente definiti tra uomo e donna, individuo e società, laddove i temi del matrimonio, della violenza domestica, dell'obbedienza delle donne a determinate regole sociali e la rottura degli schemi sono l'occasione per le studentesse iraniane per riflettere sulla loro condizione di subordinazione.



La tensione dualistica intima e sociale alla quale sono sottoposte le donne iraniane fa eco alla dicotomia di un Henry James a cavallo tra America e Inghilterra, vecchio e nuovo mondo, il cui concetto di patria coincideva con quello di civiltà, di cultura, dimensione al di sopra di ogni potere. La patria di James non era un Paese ma era l'immaginazione.



Giovanna Pandolfelli



Le citazioni sono estratte dall'edizione Adelphi del 2004.

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