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Vita lunga, soprattutto vita sana

Vita lunga, soprattutto vita sana

Parliamo di Bioetica - In Italia nel 2015 si è ridotta la Speranza di Vita, ma la Speranza di Vita SANA sta diminuendo già dal 2004. Specialmente nelle donne. Vogliamo iniziare a comprenderne le cause per invertire la tendenza?

Valerio Gennaro Lunedi, 18/04/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Aprile 2016

Il 20 gennaio scorso l’INSEE e ‘Le Monde’ hanno certificato per la Francia quanto circa un mese prima (dicembre 2015) era stato evidenziato per l’Italia dal quasi analogo l’istituto nazionale di statistica ISTAT (1; 2). In entrambi i paesi si confermava la notizia che nel 2015 si era verificato un grave aumento nel numero di decessi rispetto al valore standard “atteso”.

In Italia, in particolare, si è stimato addirittura l’11,3 per cento, corrispondente a circa 67mila decessi in più. Si è quindi ridotta la speranza (aspettativa) di vita (Life Expectancy, LE).

Data la gravità dell’evento, ci chiediamo se poteva essere evitabile, perché prevedibile, questa catastrofe definita “misteriosa” da uno dei principali quotidiani nazionali.

Forse bastava considerare, anziché trascurare, quei gravi “sintomi” che da tempo alcuni di noi (con meno “prove”, lo ammetto, ma già dal 2001 al G8 di Genova) segnalavano. Bastava quindi ascoltare quello che - oltre ai Medici per l’Ambiente (ISDE) - altre categorie sociosanitarie orientate alla prevenzione avevano segnalato.

Sintomi che dal 2004 si sono consolidati in gravi malattie croniche con evidente accorciamento della durata della vita SANA a causa dell’anticipazione dell’età media di insorgenza della disabilità, da 70 a circa 61 anni. Si tratta di una importante perdita di salute che fa perdere l’autosufficienza, prova “naturale” di salute. Stiamo parlando quindi dell’aspettativa di vita SANA (ufficialmente Healthy Life Expectancy; Healthy Life Years; HLE).

Queste analisi sono prodotte annualmente da EUROSTAT per l’intera comunità europea, Italia inclusa. Un indicatore che l’Europa consiglia di utilizzare, assieme all’altro indicatore complementare, quello dell’aspettativa di vita (LE) come verificabile “termometro” di progresso di un paese.

Personalmente da parecchio tempo cercavo di far riflettere anche sull’accorciamento della durata della vita SANA attraverso articoli, conferenze e congressi scientifici (Gennaro, Ghirga, Corradi, It.J.Ped, 2012; AIE,2015) in rete e nei vari blog (Grillo ecc.).

Quando ho scoperto questi dati, dopo aver cercato di comprenderli meglio, verificarli ed essermi ripreso dal profondo sconforto, ho continuato a diffonderli, ma ho ricevuto davvero poco ascolto, nessun incoraggiamento e due tipologie di risposte apparentemente contradditorie. L’establishment informativo-politico-sanitario ha praticamente ignorato, negato e deriso questi dati (ed anche il sottoscritto). Tuttavia le altre persone che venivano a conoscenza di questi dati, in modo bipartisan, al contrario, sembravano non stupirsi affatto.

Da molti anni, dati molto più favorevoli e rassicuranti erano invece diffusi capillarmente, periodicamente ed energicamente dai mass-media e dai “tranquillanti” di massa. Si trattava dell’”altra metà del cielo” dell’informazione. Dati riferiti all’aspettativa di vita media, ma generica (speranza di vita; LE) che non quantifica la durata della vita vissuta senza disabilità come proporzione con la durata dell’aspettativa complessiva né, men che meno, individua l’età di comparsa della disabilità grave e/o media. Questo dato vero, ma assolutamente parziale, sull’aumento della durata della vita (LE), sempre certificato da EUROSTAT e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) era sicuramente rassicurante ed anche – probabilmente - vero, fino al 2014. Appariva tuttavia parziale e strumentale perché era usato per sostenere che “tutto va bene, lasciateci lavorare senza disturbare, non credete ai gufi, ecc..” Insomma, fidatevi di noi e delle nostre scelte di politica economica, ambientale, sociale e sanitaria.

In effetti anche recentemente (AIE, 2015) avevamo segnalato alcune carenze in questi dati pubblicati dall’OMS che non pareva avessero esaminato le differenze di genere, né il trend temporale, né la distribuzione geografica e socio-economica della popolazione italiana. Ma le nostre osservazioni erano cadute regolarmente nel vuoto.

Cosa abbiamo fatto? Per comprendere meglio spread e trend dell’Aspettativa di Vita SANA (HLE) degli anni di vita vissuti senza disabilità in Italia, abbiamo utilizzato i dati pubblicati annualmente da EUROSTAT (2015) che risultavano più approfonditi, aggiornati al 2013 ed orientati ai paesi della Comunità Europea.

L’HLE, indicatore EUROSTAT ereditato dall' OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Economico), stima il numero medio di anni di vita sana alla nascita, e/o a 65 anni, che ci si può aspettare di vivere senza subire limitazioni nelle normali attività quotidiane causate da problemi di salute (disabilità). Ogni anno EUROSTAT analizza un campione rappresentativo dei paesi europei (circa 273mila persone), Italia inclusa, a cui propone una specifica domanda orientata a conoscere il livello dei problemi di salute insorti negli ultimi 6 mesi valutando le connesse limitazioni nelle normali attività quotidiane. Con il metodo Sullivan si analizzano infine i dati di mortalità e morbilità specifici per sesso, età, periodo ed area geografica.

Che risultati abbiamo osservato fino al 2013? In entrambi i generi si evidenziava un trend temporale in miglioramento per quanto riguarda la LE, ma è stato anche confermato il peggioramento della HLE. In particolare nel periodo 2004-2013, donne e uomini alla nascita perdono rispettivamente circa 10 e 7 anni di vita in salute. Analogamente a 65 anni assistiamo ad una progressiva diminuzione della durata della vita in salute maggiore per le donne che per gli uomini.

Il confronto di genere in Italia ed in Europa. Premesso che in letteratura è già nota la relazione tra LE e determinanti distali di salute (socio-economici, ambientali, ecc), se concentriamo l’analisi sul raffronto di genere, ci appare importante evidenziare il peggioramento dal 2004 dell’HLE nelle donne italiane, sia alla nascita sia a 65 anni, rispetto ai maschi italiani e al corrispondente andamento europeo: dal 2005 in Italia si registra anche una preoccupante “inversione” di genere, inaspettata e persistente fino all’ultimo anno registrato (2013).

Riassumendo. In Italia dal 2004 si è ridotta bruscamente la speranza di vita senza disabilità (HLE) sia alla nascita sia a 65 anni. Prevalentemente per le donne. Conseguentemente dal 2015 è fortemente diminuita anche la speranza di vita (LE). I dati EUROSTAT ed ISTAT confermano quanto appare ben percepito dalle persone: l’aumento dei problemi socio-sanitari ed economico-ambientali. Il 'combinato disposto' tra l'aumento della speranza di vita (fino al 2014) e la diminuzione della speranza di vita senza disabilità, ha determinato per la popolazione italiana un consistente allungamento medio del periodo di vita vissuto in cattiva salute con disabilità di livello medio e/o grave (fino al 2014). Dal 2015 l’accorciamento di entrambi gli indicatori ha ridotto la durata della vita vissuta con gravi cronicità (eutanasia di massa?).

Le 2 informazioni (HLE e LE) dovrebbero comunque essere sempre considerate congiuntamente per comprenderne la complementarietà, la forte domanda di SALUTE (es. prevenzione primaria) ma anche di SANITA’ che continua a ricevere risposte controproducenti ed inadeguate come la riduzione dei fondi per i servizi sociali e per il SSN che verrà diminuito fino al 2017 di oltre 2,3 miliardi di euro. Le misure dell'HLE contengono una forte eterogeneità tra Stati che andrebbe ulteriormente indagata: la Grecia, oggi nota per la grave crisi economica, fino al 2013 risulta comunque aver mantenuto un’aspettativa di vita in salute migliore della nostra e, ancor di più, della stessa Germania.





*Valerio Gennaro, Epidemiologia IRCCS Ospedale Università San Martino, Istituto Nazionale Ricerca sul Cancro (IST), Genova

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