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Verona: mostrare all’Italia la politica e la pratica nonviolenta femminista

Verona: mostrare all’Italia la politica e la pratica nonviolenta femminista

"... Chi lavora per smantellare il patriarcato deve essere, radicalmente, altro...."

Mercoledi, 27/03/2019 - “Siamo profondamente consapevoli del ruolo che il contesto culturale e le tradizioni religiose hanno giocato e giocano ancora nel mantenere in vita la disparità nel rapporto uomo-donna, secondo un sistema gerarchico di dominio maschile che struttura, più o meno visibilmente, l’intera società. Sappiamo che questo è il brodo di coltura da cui scaturiscono le violenze: quelle contro le donne così come tutte quelle che si fondano su ogni prevaricazione e discriminazione. Sappiamo anche che purtroppo la famiglia, idealizzata come luogo degli affetti e della cura, a volte si trasforma nell’incubatrice più pericolosa per l’esercizio di violenze di ogni genere nei confronti delle donne”.
Sono parole importanti, scritte nero su bianco alla vigilia dell’apertura del Congresso Mondiale delle Famiglie che si terrà a Verona, dal 29 al 31 marzo, perché a diffonderle è l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, di cui fanno parte 22 attiviste di diverse tradizioni religiose (cristiane, protestanti, luterane, metodiste, valdesi, battiste, avventiste, pentecostali, cattoliche, ortodosse, ebraiche, islamiche, induiste, buddhiste).
Il comunicato parla di ‘violenza culturale’ alla base dei ragionamenti e degli intenti del Congresso ed  esprime preoccupazione per “il carattere ideologico discriminatorio e violento che emerge sia dal testo della convocazione sia dagli interventi preliminari pronunciati dai leader che parteciperanno all’incontro”.
La stessa preoccupazione emerge dal comunicato dei Centri antiviolenza D.i.Re:  “Non ci sfugge il progetto internazionale dell’intero disegno, volto a limitare la libertà delle donne perché l’unica famiglia possibile per il WCF non solo non contempla le numerose altre forme di relazione affettiva espresse dalla nostra società, ma si regge sul lavoro di cura svolto da mogli e madri, unico orizzonte in cui si dovrebbero esprimere le donne”. E conclude: ”Saremo in piazza a Verona il 30 marzo perché per questo governo il male sembra essere rappresentato dalla libertà della donna e il bene da un diritto maschile sconfinato che regola il mondo”.
In programma nella città veneta ci sono la manifestazione di piazza e i molti incontri e dibattiti, tra i quali quelli organizzati dalla rete di NUDM (Non Una di Meno), il cui simbolico, negli ultimi tempi, appare, a tratti, contaminato da quello dei centri sociali (il volto coperto per lo sciopero dell’8 marzo, per esempio); per la prima volta, inoltre, nel lancio delle iniziative c’è parola ‘trans’ davanti a quella ‘femminista’, come se il pensiero prodotto dai movimenti delle donne non fosse sufficientemente autorevole e dirompente. Come se, da solo, il pensiero femminista non bastasse, e si dovesse incutere paura ai bigotti con il (presunto) disordine sessuale versus famiglia tradizionale che quel ‘trans’ potrebbe generare.
Forse, più che di una Verona transfemminista, ci sarebbe bisogno di una Verona (e dell’Italia) libera dalla paura.
La paura delle emozioni che suscitano le esperienze nuove, come lo è il fenomeno migratorio; la paura dell’aprirsi allo sguardo di chi non si conosce, come lo sono i legàmi diversi da quelli noti; la paura, infine, dell’amore, una parola e un concetto che non sta quasi mai dentro all’eloquio della politica tradizionale ma, anzi, della quale un po’ ci si vergogna a pensarla come categoria politica, e che non a caso l’unica ad averla scritta più volte nei documenti ufficiali è stata la parlamentare europea femminista svedese Soraya Post di Iniziativa femminista.
A guardare i video promozionali del WCF, nonostante l’orchestrazione oliatissima di immagini rassicuranti e piene di calore sulla famiglia tradizionale io percepisco il terrore dell’ignoto che minaccia l’ordine e il potere stabiliti; un terrore che si trasforma in violenza non solo da parte degli adulti, donne e uomini che dal palco di Verona tuonano contro Sodoma e Gomorra invocando la pena di morte (altro che dolcezza e misericordia) ma che ho visto spesso, in questi ultimi anni, nelle parole e nei gesti di molti ragazzi e ragazze nelle scuole quando si ragionava di relazioni, di sessualità, di violenza. Molti di loro, educati in famiglie cosiddette normali, mimano l’ottuso mantra appreso dai maggiori, e capita di sentire quel ‘donne e buoi dei paesi tuoi’ o ‘le donne sono tutte puttane tranne mia madre e mia sorella’, insieme ad altri stereotipi inossidabili dei tempi dei nonni, che grazie all’imprimatur del governo muscolare del cambiamento emergono esplosivi e contemporanei.
Che fare, dunque, di fronte alla vetrina veronese, che mixa con abilità testosterone, malleus maleficarum e carità? Come spesso accade ci si interroga sull’efficacia politica, (al di là di quella mediatica), dell’essere presenti in contrasto e in opposizione a eventi come quelli di Verona. Diciotto anni fa, per il G8 a Genova, si valutò l’ipotesi di ‘desertificare’ la città, spostando la settimana di dibattiti e di manifestazioni altrove.
Questa linea, che io condividevo e continuo a condividere, non passò, perché vinse la spinta testosteronica di pezzi di movimento che voleva lo scontro più che mostrare al mondo l’intelligenza della visione e la maturità politica e culturale del movimento.
Quello di cui oggi penso ci sia estremo bisogno è rimettere al centro l’educazione al pensiero critico e allo studio della storia recente, che decenni di torpore mediatico serviti, oggi, in salsa social hanno calpestato e svuotato.
Sembrerà marginale, ma mi è sembrato un giusto rilievo quello fatto da Stefania Doglioli del Centro Studi Pensiero femminile che ha lanciato una accorata richiesta di consapevolezza: “Smettete di parlare di ritorno al medioevo. Non c'è bisogno di andare tanto indietro, tutti i diritti delle donne sono stati conquistati nel ‘900. Alcuni non hanno più di 30 anni. La nostra lotta è storia recente e parlando di medioevo viene totalmente cancellata. Non permettetelo”!
E’ questo, forse, il nodo più stretto da sciogliere: ridare senso, corpo, voce e carica emozionale al lavoro recentissimo e fragile fatto da tre generazioni di femministe, impegnate in ogni dove, spesso senza essere nominate e riconosciute, a smontare l’architettura del patriarcato ancora ben salda dentro di noi, per liberare sé stesse, le altre donne e gli uomini.
Contro il regresso incarnato dal governo, ma soprattutto, purtroppo, quello diffuso nel paese tra la gente serve un massiccio lavoro quotidiano che faccia riemergere nella collettività la fiducia verso i diritti più che verso la cieca obbedienza, il piacere dell’incontro, la curiosità come valore positivo contro il riparo offerto dal sospetto che ci coglie quando abbiamo di fronte l’ignoto.
Se, come i comportamenti recenti del governo inducono a pensare, non si aspetta altro che un pretesto qualunque per criminalizzare il movimento delle donne, che mai ha usato pratiche aggressive e violente nelle manifestazioni pubbliche, a Verona sarà importante ricordare che “Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone” , una frase della femminista e poeta afroamericana Audre Lorde che indica la strada e offre la traccia precisa per costruire una visione: non si dismette un sistema se lo si imita, adoperando i suoi strumenti, seppur sostenendo che è a fin di bene e che i nostri fini sono nobili e alternativi.
Si è parlato, comprensibilmente, di rabbia nei confronti dei progetti del governo che a Verona saranno magnificati nel nome del benessere delle donne dei minori e della famiglia. Penso che aperture, più o meno ambigue o possibiliste, verso l’uso della forza o della violenza da parte dei movimenti, giustificata o compresa in nome della rabbia, sia pericoloso perché genera derive incontrollabili. E’ un luogo comune quello secondo il quale la violenza che fai tu è quella giusta perché sei stata provocata. Cito esempi lontani tra loro ma unanimi su questo aspetto: gli ultras, i brigatisti neri e rossi, i fondamentalisti di tutte le religioni che ritengono che una certa dose di violenza serva a tenere in riga le donne, i casseurs, i black block, una certa giurisprudenza, che ammette la legittimità della forzatura sulla donna nel rapporto sessuale, considerando ambiguo il desiderio femminile.
E si potrebbe continuare. Mai l’umanità è stata animata all’unisono dallo stesso sogno di pace, giustizia ed equità, ma non per questo dobbiamo derogare sulla legittimità della violenza solo perché oggi le ingiustizie sono, o ci sembrano, più grandi.
La violenza è violenza: sempre stupida, sempre distruttiva. La violenza intelligente è un ossimoro.
Chi lavora per smantellare il patriarcato deve essere, radicalmente, altro.
Il prossimo passo non può che essere quello di entrare in modo massiccio, e autonomo dagli attuali partiti, nelle istituzioni ad ogni livello, prima che gli ultimi brandelli di democrazia vengano spazzati via dall’ignoranza e dalla arroganza dilaganti.

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