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VENEZIA 77 - The HUMAN VOICE di ALMODÓVAR da COCTEAU di M.Cristina NASCOSI SANDRI

VENEZIA 77 - The HUMAN VOICE di ALMODÓVAR da COCTEAU di M.Cristina NASCOSI SANDRI

The HUMAN VOICE, l'ultima volta (forse) di Almodóvar con Cocteau - grazie anche a Tilda Swinton

Venerdi, 04/09/2020 - Quando due leoni d’oro alla carriera si incontrano, beh, forse sprizzan scintille, ma, sicuramente, dan vita a dell’ottimo cinema.
Lo scorso anno fu Pedro Almodóvar ad ottenere il premio e quest’anno è toccato a Tilda Swinton, attrice – feticcio del geniale e mai compianto abbastanza Derek Jarman – di cui ieri ha parlato ampiamente in conferenza-stampa di presentazione del meraviglioso ‘prodotto’ realizzato dal suo incontro con Almodóvar.
The human voice, s’intitola, un piccolo e breve capolavoro - un ‘semplice’ monologo, in fondo - molto ‘manipolato’ da entrambi, sia il facitore che l’interprete.
Tratto da un immenso Jean Cocteau, l’opera, pur ripresa da registi ed attrici tra i maggiori del cine-empireo, riesce a stupire ancora, perché dopo trent’anni di gestazione e ripensamenti, ma anche di tante citazioni in quello che più che cinema è (sempre) mèta-cinema, quello di Almodóvar, per l’appunto, un omaggio continuo al cinema di ogni paese ed anche al teatro, in realtà, è comunque un lavoro ‘nuovo’ digerito, come dice lui, metabolizzato e poi ricreato, secondo canoni moderni ed inusuali, seppur sempre di marca almodovariana e, inutile dirlo, anche swintoniana, perché spazio per lei ce ne è stato, eccome, ad iniziare dall’uso della sua lingua, l’inglese, una ‘prima volta’ per il regista spagnolo.
Lei aveva pregato e fatto pregare un monaco benedettino in Scozia, dove vive, a Inverness con la sua famiglia ‘allargata’, per riuscire a lavorare con Almodóvar che ‘amo’ – ha detto – da quando ho visto Donne sull’orlo di una crisi di nervi, 1988.
E guarda caso, proprio in quella pellicola sta una delle citazioni-omaggio a Cocteau che il regista gli ha fatto negli anni.
La prima era stata ne La legge del desiderio, 1987, con la sua (da sempre, insieme con Penelope Cruz) attrice-feticcio, Carmen Maura.
E grande è stata la prova, ma, soprattutto, il confronto, con le precedenti interpretazioni: scritta nel 1930, andò in scena per la prima volta al Théâtre de la Comédie-Française nel febbraio dello stesso anno, protagonista Berthe Bovy.
Fu poi la volta di Simone Signoret, di Gaby Morlay, di Judith Anderson (l’ineffabile signora Danvers in Rebecca di Hitchcock, del 1940), Susannah York, Liv Ullman, anche se il pensiero principe va ad Anna Magnani, forse la più ‘corrispondente’ alle aspettative dell’esigentissimo Cocteau e, forse, non casuale, il realismo, in particolare, sempre grande, visto la storia che tra lei e Rossellini stava finendo per l’arrivo di Ingrid Bergman.
La versione di Rossellini, col titolo appunto de “La voce umana”, è la prima versione cinematografica ed è un episodio del film “L'Amore”. L’interpretazione della Magnani – seguita personalmente in Parigi dallo stesso Cocteau –venne oltre più considerata la più fedele tra quelle, alcune già citate, che la seguiranno.
Una di esse, giusto (?) contrappunto, fu proprio quella della Bergman, protagonista della versione televisiva del 1966 di Ted Kotcheff, poi compagna di Rossellini dal 1949 al 1954 e madre di 3 dei suoi figli.
A teatro - in fondo il testo può bene esser considerato una pièce - ci fu poi anche una sempre grandissima Anna Proclemer, ma non esattamente ‘performing correct’, per lo stesso Cocteau.
Ma per tornare alla versione di Almodóvar e per maggior comprensione degli intenti, piace riportare alcune altre sue affermazioni in conferenza-stampa:
“Due esseri viventi affrontano l’abbandono, una donna ed un cane...Nei tre giorni di attesa di una telefonata da parte dell’amante/amato, la donna esce in strada solo una volta, per acquistare un’ascia ed una latta di benzina, e passa da uno stato d’animo all’altro: dall’impotenza alla disperazione ed alla perdita di controllo. Si trucca, indossa vestiti eleganti come se dovesse andare a una festa, medita di buttarsi dal balcone, finché il suo ex amante non le telefona...E i colori, in tutta la pellicola son particolarmente vivi, saturi, addirittura sgargianti. La Swinton è vestita di un rosso sangue quanto mai simbolico, il colore della ‘camera di sangue’ a cui pensava Cocteau (...). L’unica voce però è la sua: quella dell’uomo non si sente mai.
All’inizio la donna finge di essere calma e di comportarsi in modo normale, ma è sempre sul punto di esplodere contro l’ipocrisia e la meschinità dell’altro. The Human Voice è una lezione morale sul desiderio, anche se la protagonista si trova proprio sull’orlo dell’abisso. Il rischio è una parte fondamentale dell’avventura di vivere e di amare. Il dolore è molto presente nel monologo; come ho detto all’inizio, il film descrive lo smarrimento e l’angoscia di due esseri viventi tormentati per la mancanza del loro padrone”.
Anche qui, quasi paradossalmente – ma non troppo – Almodóvar cita film di altri: chiaro è il riferimento a Sei donne per l’assassino di Lamberto Bava, un capolavoro ‘pop’ del Cinema Italiano del 1964, ma non manca il più ‘recente’ Quentin Tarantino pure lui ‘ricordato’ con il suo Kill Bill (2003), nella scena in cui la Swinton distrugge con l’accetta un vestito dell’amante, un vero e proprio delitto, il tutto un’ulteriore prova provata della cinefilia a tutto tondo del regista spagnolo.
Almodóvar ha poi concluso dicendo che ad ottobre inizierà la pre-produzione del suo prossimo film.
“Nel frattempo ho scritto due sceneggiature che mi piacerebbe fare con lo stesso senso di libertà. Hanno un'aria teatrale, uno è un western particolare, Strana forma di vita s’intitola, ed è come un fado, una sorta di distopia”.

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