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UNA MADRE E' COME IL PANE DI CASA, rec. di Maria Cristina Nascosi Sandri

UNA MADRE E' COME IL PANE DI CASA, rec. di Maria Cristina Nascosi Sandri

Una lirica struggente di Don Umberto Pasini, figura di sacerdote, didatta ed intellettuale ferrarese di rilievo, per ricordare la figura della Madre

Domenica, 12/05/2019 - Se uno di voi sarà più dolce con sua madre, una sera, per causa mia e di mia madre, non avrò scritto invano (A.Cohen).A Ivana.

La frase in incipit, una delle tante e pregnanti che lo costellano e lo informano, fa parte de Il Libro di mia Madre di Albert Cohen, scrittore ebreo ed intellettuale immenso che ebbe il coraggio di pubblicare il testo a distanza di 11 anni dalla scomparsa della madre, un lutto elaborato a fatica, forse mai metabolizzato del tutto, divenuto un canto d’amore nel tentativo di sottrarla all’oblìo, di fissarla in immagini struggenti e dolci che ne restituissero la semplicità, l’ingenuità e le piccole quotidiane debolezze, la dedizione alla famiglia ma, soprattutto, l’amore per l’unico figlio: un amore totale, assoluto, come è quello di ogni madre. Un amore che i figli sanno forse comprendere pienamente solo quando le madri non sono più.

Più sereno e rasserenante, ad un tempo, il ricordo invece che Don Umberto Pasini, grande figura di mèntore, docente e sacerdote portuense/ferrarese scomparso da tempo, dedicò alla propria madre, una lirica delicata transustanziata, se si passa il neologismo, in un simbolo da sempre parte della nostra cultura cristiana e cristologica, il pane.

Buono come il pane fatto in casa, si diceva una volta, facendo riferimento ad un cibo, ad una leccornia o, più metaforicamente, ad una persona dotata di particolari qualità, umanamente parlando: e cosa c’è di più buono di una madre, di ciò che una madre ‘fa’ per il figlio nel corso della sua esistenza?.

E in fondo, ellitticamente, anche la madre cui è dedicata la poesia che segue è, al di sopra di ogni religione o fede una madre a tutto tondo, una yiddishe mame come quella di Albert Cohen che per il figlio sarebbe morta…

IL PANE DI CASA

Mi lasciavi, mamma,

quando il mattino

m’era compagno

dei sogni.



Nel buio della stanza

s’ingigantivano i fantasmi

per turbarmi il sonno,



ma la tua voce

di sotto, accanto al fuoco,

mi riscaldava

– lo sai –

dolcemente.



Ogni tuo gesto

che indovinavo nel buio

mi amava

di tenere carezze.

Il babbo – una volta

almeno ricordo

che c’era –

condivideva quell’alba

ancor troppo lontana.



Un rito di lievito

ed acqua,

un’intimità coniugale

più arcana,

consumata sul desco

in cucina.



Era come per generarmi

un’altra volta

che le vostre mani

si congiungevano

in silenzio

a gramolare un impasto

che poi diventasse

il pane.



Ancora lo avverto,

adesso ch’è tardi,

spezzandolo,

il dolce profumo

di buono

che allora inondava

il mattino

levandosi

caldo il forno

come una carezza

di sole.



Mi sazia

quella fragranza

di albe

conservata dai giorni

lontani



Ed oggi che amara

è la mia solitudine

più forte mi tenta

– nell’ora di cena –

la voglia di bimbo.



Mangiamolo insieme

ancora una volta

– in piedi tu, madre,

e babbo al suo posto –

quel pane di casa.

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