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Un certo genere di cittadinanza

Un certo genere di cittadinanza

SOS Filosofia - “Un’ignota compagnia/ solo col tempo viene giudicata. Ognuno ha lingua svelta e ingenerosa/ verso lo straniero” (Eschilo, Le Supplici)

Francesca Brezzi Venerdi, 01/07/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Luglio 2016

Quante volte in questi mesi mi è risuonato nella mente (ma anche nel cuore) questo passo, e ritengo che la filosofia debba affrontare, almeno nei nodi essenziali, il fenomeno migratorio, che si presenta come un grande groviglio, una matassa difficile da dipanare, significativa e ricca di tanti fili, avvenimento prismatico. Da un lato la visione desolante di donne, uomini bambini, in cammino che ogni giorno si offre al nostro sguardo incredulo, ma anche inattivo, dall’altra le teorizzazioni, spesso violente, aggressive, razziste, sì che la voce della ragione (e del cuore) è troppo lieve e inascoltata.

Una domanda irrompe: chi è per noi l’altro, il diverso, lo straniero? ricordando subito che l’umanità non esiste come un unico corpo politico, ma si presenta divisa in comunità multiple, nelle quali alcuni/e vi appartengono come membri, altri/e sono stranieri, divisione che non va confusa con amici/nemici, e legata, questa, alla guerra e alla pace.

La prima annotazione proviene dalla Bibbia Ebraica che rovescia la domanda affermando che noi stessi siamo stranieri gli uni agli altri, perché per rendere ragione della nostra identità collettiva, abbiamo bisogno di paragonarci con gli altri e qui nascono i problemi.

Più in profondità vorrei ricordare il contributo apportato dalla riflessione femminista, iniziando da Simone de Beauvoir che definiva la donna come l’altro, secondo sesso rispetto al primo, per concludere con l’invito dei post colonial studies (Spitvak in particolare): “non si può parlare per l’altro”, cioè la necessità di abbandonare un’ottica eurocentrica; così come è urgente che il fenomeno stesso dello straniero e delle migrazioni vada contestualizzato e storicizzato, perché esso non consente uno studio astratto, il cui risultato sarebbero stereotipi falsanti, quali l’idea di un’Europa assediata, di una “Fortezza europea”, ma va colto come trama di vissuti, sentimenti, prassi, focalizzabili in una serie di parole chiave, che sgorgano l’una dall’altra e mostrano una complessità in se stesse: identità, donne e identità, viaggio, confini, frontiere, soglie, margini, infine Europa, perché corre sotterraneo il tema della cittadinanza europea.

Temi vastissimi che riassumo: le donne sono frontiere di genere, e insieme ‘genere di frontiera’.

Tralascio, pertanto, altri confini, reali e simbolici, spaziali interni o esterni, tra mondo femminile e mondo maschile, tra giovani e vecchi, e delineo la donna come frontiera di genere, per i suoi tanti attraversamenti: la soglia della diseguaglianza culminata nel ‘68 - il cosiddetto primo femminismo emancipazionista - e successivamente la frontiera della differenza grazie al secondo femminismo ed infine la decostruzione ultima del soggetto, la distruzione dell'identità presente nella queer theory, che rifiuta la risposta sostanzialistica alla domanda: cos’è una donna? mostrando come il concetto stesso debba sostituito a favore del ruolo che ogni essere umano recita o interpreta. Soggetto come farsi e non come fatto, intreccio di identità e differenza, l’io nomade secondo Rosi Braidotti.

Circa le donne come genere di frontiera, in via previa si deve rilevare come esse aggiungono all’invisibilità che è frequente nei confronti dello straniero una seconda invisibilità, in quanto donne che vivono in situazioni di maggiore isolamento. Ma si può sottolineare come proprio dalla riflessione femminista sia derivata una riformulazione dell’ideale universale dei diritti umani che ha influito sulle politiche nazionali portando all’adozione di nuovi strumenti per il miglioramento dello status delle donne, attuando politiche per l’eliminazione di discriminazione fra i sessi e prevedendo forme specifiche di tutela. Dalle analisi sociologiche poi sappiamo che alcune donne cercano nuovi cammini di fronte ad una società estranea e difficile, creando e partecipando a reti associative, reti che rappresentano anche un luogo di confronti e negoziazioni, con enti pubblici e istituzioni, ma insieme mantengono i contatti con i paesi di origine, quindi un continuo passare e attraversare frontiere. Da qui deriva una declinazione positiva del termine frontiera, non come muro, ma ricordando Kant che coglieva una differenza tra barriera (schranze) o confine (grenze): l’una chiude, l’altro apre. Frontiera, quindi, come scambio di saperi e comunicazione di esperienze, poiché ci si deve collocare all’incrocio tra Oriente e Occidente, interrogando questi concetti da tanti punti di vista: geografico, storico, sociale e culturale. È questo il difficile viaggio del divenire soggetto del cittadino/a, che consente un nuovo modo di concepire la cittadinanza, cittadinanza non indifferente, i cui caratteri sono ridisegnati dall’ingresso dei migranti nello spazio europeo. Cittadinanza che non solo superi discriminazioni sociali e politiche, e affermi la effettiva parità fra le persone, ma risolva esclusioni, e allarghi il concetto di cittadinanza compiuta a categorie storicamente emarginate come le donne e gli stranieri, e esprima il riconoscimento della differenza. La conclusione può essere la pagina kantiana de La pace perpetua, in cui si disegna il diritto di visita, cioè l’“ospitalità universale”, l’uguaglianza delle condizioni, che riequilibra la disimmetria iniziale. Impegno, questo, etico e politico.

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