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Storia di Clara Banya e di come si è salvata dall'HIV

Storia di Clara Banya e di come si è salvata dall'HIV

Malawi - Clara ha scoperto nel 2004 di aver contratto il virus HIV e si è potuta curare grazie ai programmi del Fondo Globale contro AIDS, tubercolosi e malaria

Silvia Vaccaro Martedi, 02/08/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Settembre 2016

Clara Banya viene dal Malawi, un piccolo stato africano di 16 milioni di abitanti. Il 10,3% di loro è affetto da HIV, uno dei livelli di diffusione della malattia più alti di tutto il continente. Sono proprio le morti per AIDS che determinano un'aspettativa di vita di 54 anni e otto mesi come media nazionale. Tradotto per noi significa che in Malawi si muore quando normalmente in Italia si hanno davanti ancora venticinque/trent'anni di vita. 

Clara di anni ne ha 37 e nel 2004 ha scoperto di aver contratto il virus. "Lavoravo in una clinica per pazienti sieropositivi e malati di AIDS. Ho pensato di fare anche io il test e purtroppo ha confermato le paure che avevo ma che speravo fossero infondate. Ero scioccata e ci ho messo del tempo ad accettarlo. Ho aspettato tre mesi prima di parlarne con mio marito. Temevo molto in una sua reazione negativa perché in Malawi dieci anni fa lo stigma nei confronti delle persone sieropositive, e in particolare delle donne, era ancora molto alto. Invece con mio grande sollievo lui mi ha detto ‘d’accordo, cosa facciamo adesso?’”.

Clara è arrivata in Italia pochi giorni dopo la conferenza stampa di rifinanziamento del fondo globale per l’AIDS, la tubercolosi e la malaria che dal 2002, anno della sua istituzione, ha salvato 17 milioni di vite, che al termine dell’anno in corso saranno diventate ben 22 milioni. La sua storia è la testimonianza concreta che senza le cure fornite dal fondo globale non sarebbero bastate le premure del marito e la sua straordinaria forza interiore a salvarla. 

“Quando mi sono ammalata io, lo stato del Malawi seguiva delle linee guida restrittive per ottenere l’accesso alle cure, e io non ero considerata idonea a riceverle perché non avevo ancora sviluppato la tubercolosi, né la diarrea, né altre infezioni. Nonostante questo apparente stato di buona salute generale, io sentivo di non stare bene, e chiedevo di essere curata. Per farmi accettare ho dovuto fare un esame, in un centro a 400 km da dove vivevo, che attestava che le mie difese immunitarie erano crollate e avevo diritto alle cure. Grazie al fondo globale ho potuto iniziare a prendere le medicine che da sola non avrei potuto pagare". 

Oltre a fornire le cure, il fondo globale si impegna nel miglioramento della consapevolezza e della partecipazione delle popolazioni negli Stati in cui interviene, con programmi dedicati anche alle donne e alla salute materno-infantile, operando con una logica di gender mainstreaming, ovvero applicando la prospettiva di genere in tutti gli interventi programmati, favorendo la scolarizzazione delle donne e la partecipazione della popolazione femminile nei processi decisionali. “Non è una questione solo di prendere le pasticche per curarsi - continua Clara -. Nulla accade senza il nostro coinvolgimento in prima persona. La partecipazione nei processi di cura e di conoscenza della malattia, attraverso le iniziative del fondo globale, ci ha permesso come società civile di fare pressione sul governo perché garantisca la trasparenza e il monitoraggio dei risultati delle cure. In Malawi fattori socio-culturali ci pongono, come donne, ancora a un livello ancora molto basso nella società. E rispetto all’hiv, abbiamo tre volte di più la possibilità di contrarre il virus".

Come accade in molti altri paesi anche in Malawi ci sono politiche e leggi che sulla carta garantiscono la gender equality, ma nella pratica la strada da fare è ancora molta. "Abbiamo fatto dei passi avanti, anche grazie alla ex Presidente Joyce Banda e alle donne ministre che hanno fatto un enorme lavoro. Ci vorranno ancora molto tempo e molta pazienza per raggiungere una piena gender equality, ma ce la faremo. La cosa più importante è che le donne accedano all’educazione, perché ancora troppe ragazze non studiano". L'educazione come chiave dello sviluppo umano e come protezione da malattie è ancora una volta la strada da percorrere insieme alla necessità di garantire i finanziamenti al fondo globale per il prossimo triennio. 





I dati del Fondo Globale

Dal 2002, anno della sua istituzione, il fondo ha salvato 17 milioni di vite, che al termine dell’anno in corso saranno diventate ben 22 milioni. I finanziamenti sono serviti per somministrare a oltre 8,6 milioni di persone terapie antiretrovirali, fornire cure a oltre 15 milioni di malati di tubercolosi e dotare singoli e famiglie di 600 milioni di zanzariere impregnate di insetticida per combattere la malaria. La prossima Conferenza di rifinanziamento, che si terrà a settembre in Canada, sarà dunque decisiva per stabilizzare questi risultati o al contrario, se i fondi dovessero risultare insufficienti, per disperdere questo straordinario capitale di salute globale costruito in meno di vent’anni. Per il nuovo triennio 2017-2019 servono 134,5 milioni di dollari per combattere le tre epidemie, il 12% in più delle risorse rispetto al triennio precedente. Se i fondi infatti rimanessero invariati, le tre epidemie potrebbero tornare a diffondersi fuori controllo.

Della dotazione complessiva del fondo (oltre 29 miliardi fino al 2015 di cui il 95% di fondi pubblici) il 53% è stato utilizzato per la lotta all’AIDS, il 28% contro la malaria e il 16% contro la tubercolosi. Gli interventi, che per il 63% finiscono nell’Africa sub-sahariana, per il 26% in Asia e per il 6,5% in America Latina, con le quote residue distribuite negli altri continenti, servono a permettere l’accesso alle cure ma anche a creare sistemi sanitari sostenibili e resilienti, oltre che a rafforzare i servizi per le comunità. Un dato molto importante è quello relativo ai paesi in transizione, che stanno passando da un PIL basso a un PIL medio e quindi non godono più della quantità di fondi di cui disponevano negli anni precedenti ma hanno ancora grandi necessità in termini di sostegno al sistema sanitario. In questi casi, ad esempio in Romania, Georgia e Yemen, il fondo ha lanciato dei nuovi bandi per sovvenzionare la società civile affinché porti avanti azioni di advocacy e di pressione sui governi locali.



Il ruolo dell’Italia

Non è un caso che proprio a Roma nel 2005 si sia svolta la prima riunione dei donatori per ricostruire le risorse del Fondo Globale. Infatti dall’anno di istituzione del fondo, il 2002, al 2008 l’Italia è stata uno dei principali paesi donatori, con donazioni di oltre 790 milioni di euro, terza dopo Stati Uniti e Francia. Nel periodo compreso tra il 2009 e il 2013, anni di crisi economica e istituzionale molto forte, la tendenza è però mutata completamente e l’Italia non ha più mantenuto gli impegni né ha annunciato il proprio contributo durante la terza conferenza di rifinanziamento. Nel 2013 è stata nuovamente invertita la rotta e il Governo ha stanziato 100 milioni di euro per il triennio 2014-2016. Posto che la salute nel documento di Programmazione Triennale della Cooperazione italiana 2015-2017 è considerato uno dei settori prioritari per la promozione dello sviluppo, i promotori del fondo globale spiegano che per l’Italia investire sul Fondo è un ottimo modo per finanziare le aree geografiche e tematiche prioritarie per la cooperazione italiana. Il Presidente del Consiglio, che aveva annunciato di voler diventare il quarto paese tra quelli del G7 per milioni di euro donati, ha annunciato una donazione al Fondo Globale per il prossimo triennio di 130 milioni di euro.

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