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Sante & Stereotipi. Secondo il volere di Santa Madre Chiesa

Sante & Stereotipi. Secondo il volere di Santa Madre Chiesa

- La santità femminile nella Chiesa cattolica è in sintonia con la società patriarcale e con il no all’autonomia della donna

Stefania Friggeri Martedi, 28/06/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Luglio 2016

Fra i diversi temi sui quali deve misurarsi papa Francesco per alleggerire il peso della tradizione che frena il cammino della Chiesa cattolica verso il rinnovamento, fondamentale è la rivisitazione del modello e del ruolo della donna. Sul conflitto fra i sessi, sullo sforzo secolare delle donne per guadagnare relazioni umane collaborative e soddisfacenti, apre uno sguardo insolito, ma molto interessante, Rudolph M. Bell, col suo “La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi”. L’autore dell’epilogo, W. M. Davis, così sintetizza il risultato dell’analisi di Bell: “la santa anoressia (è) in parte una risposta alla struttura sociale patriarcale del cattolicesimo medioevale”. In effetti la lettura delle vite delle sante anoressiche porta a concludere che, all’interno di una società profondamente religiosa, dove la fede in Dio è l’ossigeno respirato fin dall’infanzia, queste figure femminili, nella loro ricerca di perfezione spirituale, trovano nell’anoressia la strada che permette loro di raggiungere una condizione di autonomia. Giudicando troppo blanda ed insufficiente la disciplina della vita conventuale, la santa anoressica offre il suo corpo in sacrificio a Dio per conquistarne l’amore e diventare sua sposa (“Voglio che in questa vita tu abbia fame e desiderio di me”): sopportando con una volontà ferrea e disumana una vita di crudeli penitenze affinché l’anima trionfi sui vizi della carne, cancellata ogni sensazione di fame, di desiderio sessuale, di sonno, la santa anoressica conquista il privilegio di entrare in comunione con Dio - comunione diretta, senza alcun intermediario, compreso il clero maschile. Vedi ad esempio Caterina da Siena che, stanca delle battaglie contro i famigliari che volevano sposarla, un giorno chiamò i genitori e i fratelli e li consigliò di “ mandare a monte ogni impegno di nozze perché in nessun modo intendo fare il comodo vostro; ed io devo obbedire più a Dio che agli uomini”. E quelli finalmente smisero di ostacolarla. Essere la sposa di Dio, infatti, significa non essere soggetta ad alcuna autorità terrena ma a Dio, l’autorità riconosciuta come la più alta ed indiscutibile. Illuminante anche il caso di Angela da Foligno che per lunghi anni visse così depressa da desiderare la morte perché non sentiva l’Amore di Dio, nonostante le torture che si infliggeva per soffrire come Gesù in croce; mentre curava un lebbroso bevve l’acqua in cui erano caduti dei pezzetti di carne putrefatta “ricevendone la sensazione di aver fatto la comunione” e solo “gradualmente il suo corpo le permise di obbedire alla sua anima e si professò suo servo” (ma anche Caterina da Siena bevve il pus spremuto dal petto di una donna cancerosa). Nel contesto sociale in cui vivono le sante anoressiche medioevali la soppressione degli istinti vitali fisiologici viene interpretata come favore divino, come eccezionale esempio di trionfo dello spirito sul corpo, e la narrazione delle loro vite, si diffonde oltre le mura cittadine condita di miracoli e straordinarie eccentricità. Ma le sante anoressiche non dichiarano guerra solo al proprio corpo, ma a tutti coloro che, familiari o clero, cercano di opporsi alla loro autonomia: siamo nel XIII secolo quando gli ordini mendicanti richiamano la Chiesa ad un rinnovamento spirituale, mandando un messaggio che “conteneva un energico rifiuto della gerarchia ecclesiastica”. Nel clima suscitato dai predicatori francescani e domenicani le donne sono ispirate “ad andare al di là del passivo ruolo riproduttivo di Maria … (cercando) di diventare la sposa di Cristo. In questa loro ricerca i corpi diventano impedimenti, penosi promemoria delle realtà terrene che cercavano di trascendere …. la santa non poteva più essere semplicemente considerata un ricettacolo di grazia divina, sempre bisognosa della guida maschile. Alla donna-oggetto, sprovvista di spiritualità interiore, succedette la donna-soggetto, creatrice del suo destino”. In effetti le sante anoressiche, con le loro forme di comunione diretta con Dio, ponevano una seria sfida alla Chiesa prelatizia maschile che, dopo la riforma di Lutero, timorosa delle tendenze protestanti, guardava con sospetto ogni espressione religiosa; e i chierici, sempre più diffidenti, sorvegliavano strettamente la religiosità femminile “interponendosi fra la penitente e Dio, difendendo gelosamente le prerogative di un clero esclusivamente maschile”. E infatti la Riforma cattolica, restituita ogni autorità al magistero, promosse un modello di santità femminile meno autonomo di quello della santa anoressica e la santità venne a coincidere con la malattia, che solo i chierici maschi potevano accertare. Mutato l’atteggiamento della gerarchia, le anoressiche divennero oggetto di indagini mediche: “La malattia si presenta ora come il tema centrale della (loro) vita … (e) diventa un’alternativa all’eresia, alla stregoneria, alla follia”. Un caso esemplare: Colomba, nata nel 1467 muore affamata a 33 anni, si ispira al modello ascetico medioevale, ma alla fine del XV secolo la sua volontà di unirsi a Cristo non venne riconosciuta come santa ma come diabolica o, come disse l’Inquisitore, “fuori di senno”. Nei testi agiografici ora le sante sono sempre costrette a letto e la loro forza spirituale nell’affrontare il dolore diventa l’elemento essenziale della narrazione: se gli uomini potevano diventare santi andando per il mondo, la santità “confina le donne in fondo ad un letto” (il 61% delle sante del XVII secolo vissero allettate per molto tempo). Ma gradualmente, a partire dal 1600, dopo il modello della santa anoressica, dopo quello della santa sofferente, si afferma il modello della santa benefattrice che si dedica alle opere di carità, all’insegnamento, alla cura dei malati, alle missioni. La lettura di Bell sulla santità femminile nella Chiesa cattolica conferma dunque la completa sintonia fra la società patriarcale e il magistero maschile nel negare alla donna l’autonomia, quella che oggi chiamiamo libertà di scelta o autodeterminazione; e conferma che la Chiesa non ha speso la sua autorevolezza per spegnere il conflitto fra i sessi che vede la donna sottomessa. Le parole di Bergoglio sulla opportunità di dare alle donne un ruolo decisionale all’interno della Chiesa, la promessa di concedere loro il diaconato potrebbero essere l’avvio di un iter che porta al riconoscimento della parità dei diritti anche dentro al corpo tetragono della Chiesa cattolica. Ma la fiducia in una riforma così sostanziale e profonda vacilla: difficile aspettarsi una rivoluzione da un concilio di maschi, età media ultrasettantenni, nati e cresciuti in una dimensione maschilista, sessuofobica e misogina.

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