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Romain Rolland, pacifista e libertario, raccontato da Fiorenza Taricone

Romain Rolland, pacifista e libertario, raccontato da Fiorenza Taricone

Storico, musicista, drammaturgo, scrittore insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1915 nel saggio di Fiorenza Taricone

Domenica, 08/04/2018 - Caratteristica ogni volta sorprendente in Fiorenza Taricone, nella sua lunga indagine e produzione politologica e storiografica, è l’attualità dei temi trattati tramite le vicende di personaggi, spesso dimenticati dalla Storia, che hanno contribuito alla formazione del sapere complesso proprio della nostra epoca e che, per dirla con Hobsbawm, sono vittime del concetto di “presente permanente” che distrugge la memoria storica e i meccanismi sociali che “connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti”.
Così, in un periodo quale quello in cui viviamo, dove le spinte autonomiste e neonazionaliste sembrano voler disgregare l’ideale europeista ma anche contraddire l’idea sociologica del glocale sull’onda dei populismi, le vicende di Romain Rolland (Clamecy 1866/Vezelay 1944) non soltanto fanno parte del fondamento delle inquietudini del secolo breve, ma anticipano temi odierni così ampiamente sentiti: pacifismo, globalizzazione, estetica.
Focus di questo studio - "Romain Rolland pacifista libertario e pensatore globale", ed Guida - è una chiara definizione del suo pensiero politico, diversificandosi in ciò dagli studi settoriali riguardanti la sua produzione letteraria, musicologica, teatrale. Storico, musicista, drammaturgo, scrittore insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1915 (premio assegnato nel ’16 per le critiche alla sua posizione neutrale durante la Grande guerra), tradotto in Russia, in Giappone, in America latina, amato in India, conosciuto in Inghilterra, Italia, Olanda, Stati Uniti, apartitico, europeista, la personalità poliedrica di Romain Rolland, trasferitosi con la famiglia dalla provincia, si formò al Liceo Louis-le Grand di Parigi. Molta importanza rivestono i suoi rapporti epistolari che nello studio di Fiorenza Taricone, fanno parte di una vasta cerchia amicale a livello internazionale. Nel 1887 iniziò la corrispondenza con Leone Tolstoj (suo modello di vita insieme a Beethoven), sul quale pubblicò nel 1911 Vie de Tolstoj, Maxim Gorki, Albert Einstein, Albert Schweitzer, il Mahatma Gandhi, Henryk Sienkiewicz, Benedetto Croce, sono soltanto alcuni dei suoi contatti che in gran parte si trasformeranno in amicizie e collaborazioni decennali sul fronte del pacifismo. In età giovanile si era avvicinato al pensiero di Mazzini. Al contrario di Mazzini però, non credeva nelle associazioni e rifiutò sempre di farne parte seguendo il pensiero di Tolstoj: “chi marcia nel gregge assume la mentalità del gregge”.
Visse i decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento, attento osservatore e critico dei rivolgimenti sociali e culturali della Belle Epoque. Viaggiò in Germania, in Italia, in Svizzera. Nel 1889 arrivò a Roma con una borsa di studio e conobbe Malwida von Meysenburg (1816/1903) esule dopo la rivoluzione del 1848, d’idee liberaldemocratiche, impegnata sul fronte dell’emancipazione delle donne, che aveva coltivato amicizie con Herzen, Nietzsche, Wagner, Mazzini e che incarnava il corrispettivo dell’amatissima madre, presenza costante nella sua vita. A Roma, che visitò a più riprese, conobbe la Duse e D’Annunzio col quale ebbe un rapporto di amicizia fino alla prima guerra mondiale. Nel 1892 sposò Clothilde Bréal, musicista, colta borghese di cultura ebraica, dalla quale divorziò nel 1902. La sua passione per la musica s’intersecava costantemente con la scrittura sia di opere teatrali sia di letteratura. Attivissimo sul fronte musicale, quando ottenne la docenza in Storia della Musica alla Sorbonne nel 1904, dirigeva già l’Ecole de Musique, e aveva fondato la «Revue d’histoire critique et musicale». Si era avvicinato molto presto alle teorie socialiste ma restò sempre apartitico. Non fu mai un sostenitore del Partito socialista francese, bensì difensore del sindacalismo operaista rivoluzionario nella minoranza sindacalista. L’Autrice mette in evidenza, nella vasta bibliografia dello scrittore, il suo capolavoro Jean-Christophe, l’opera che gli valse il Nobel, edito tra il 1904 e il 1912 in dieci volumi, e apprezzato dalla Luxemburg durante la prigionia; come avvertiva lo stesso Rolland, non è un romanzo autobiografico, ma vi si innestano gli ideali di internazionalismo pacifista propri dell’autore che, come sottolinea F. Taricone, rappresentano la guerra all’odio e il suo manifesto politico. Iniziato in anni lontani dal conflitto, funzionerà anche come “atto d’accusa retroattivo” allo scoppio della guerra, per le posizioni neutraliste e pacifiste di Rolland. Secondo la Taricone, Rolland dimostrava quindi le sue idee pacifiste e antimilitariste ben prima del conflitto e presagiva la rottura fra Germania e Francia. Ma il romanzo è anche affresco di una società in ebollizione.
L’Autrice mette in evidenza gli accenti che ricordano la misoginia proudoniana, nel criticare la società cosmopolita in cui brillava la supremazia femminile dedita soltanto al piacere, che si traduceva in Rolland nella critica ai salotti borghesi parigini, si esprimeva negativamente sul suffragio femminile, ma apprezzava le donne contadine ed operaie. Rolland secondo Taricone, auspicava una via di mezzo tra la donna borghese e la donna emancipata: una donna di intelligenza sana e ferma e moralmente energica. Ma il vero manifesto pacifista di Romain Rolland è la raccolta di articoli Au-dessus de la mêlée, pubblicata nel 1914 e tradotta in italiano nel 1916 con il titolo Al di sopra della mischia a cura delle edizioni «Avanti! ». Il volume gli diede una risonanza mondiale e Rolland vi ribadiva le colpe degli intellettuali che si erano fatti trascinare dall’odio ed avevano lasciato che politici e stampa ingannassero le persone oneste. Nel loro cieco realismo erano caduti nella trappola dell’imperialismo. Ma colpevoli sopra ogni dove erano cristianesimo e socialismo, definiti da Rolland “apostoli rivali dell’internazionalismo religioso e laico”.
Nel ’22 lascerà definitivamente la Francia per stabilirsi in Svizzera. Durante la sua permanenza nel paese elvetico entrò a far parte dell’Agenzia internazionale dei prigionieri di guerra a Ginevra, costituita sotto l’egida della Croce Rossa Internazionale. Lo studio di F. Taricone rivela come l’essere apartitico e apolide di Rolland non fosse stata una mera equidistanza tra le posizioni dei belligeranti. Rolland interveniva nei dibattiti su riviste e giornali, si prodigava in appelli per la pace, nel suo impegno all’Agenzia riannodava i rapporti tra prigionieri di guerra e le loro famiglie tramite le loro lettere, ma anche con lo scambio di feriti gravi. Il conflitto sarà vissuto da Rolland come suicidio europeo, il fallimento della religione dell’umanità e dell’internazionalismo delle anime ostacolato dai confini nazionali. La pace per Rolland era una cattedrale che riposava sul giusto equilibrio delle forze nemiche. Criticava il ruolo della Chiesa, lui che aveva perso la fede e si era allontanato fin dall’adolescenza dal cattolicesimo, Chiesa troppo romana, “dove S. Pietro da pescatore è divenuto barcaiolo della diplomazia”. Considerato traditore della Francia, continuava a sostenere quanto la guerra fosse fenomeno di patologia collettiva. In Inghilterra era considerato a capo del partito germanofilo, in Francia calò il silenzio sul suo nome mentre in Svizzera fu collegato ad ambienti dell’internazionalismo rivoluzionario. Rolland intesseva raccordi con le principali organizzazioni pacifiste fungendo da raccordo come afferma Taricone, per la reciproca conoscenza. Ebbe quindi rapporti con intellettuali catalani, della Società degli Amici dell’Unione morale dell’Europa, e della Union of democratic control fondata da Charles Trevelyan nel ‘14, laburista e pacifista, nella persona di Vernon Lee (Violet Paget), saggista, che aveva proposto la candidatura di Rolland al Nobel, e con il Consiglio olandese contro la guerra, una delle più vaste organizzazioni in questo campo. Sempre in Inghilterra, Rolland aveva contatti con Mary Sheepsanks, Segretaria di Ius Suffragii, organo inglese dell’International Women Suffrage Alliance, internazionale attiva dal 1904 al 1945, che si stampava in lingua inglese e francese e dove scrisse anche Clara Zetkin, che gli chiedeva un articolo per il numero speciale che si sarebbe pubblicato in occasione della Conferenza Internazionale delle donne all’Aja, il 5 marzo 1916. Ma non furono rose e fiori: anche il fronte femminista era spaccato tra interventismo e neutralismo; la diffidenza di Rolland si trasformava, ad esempio, nel rifiuto alla richiesta di Cristabel Pankurst di sottoscrivere un articolo per il suo giornale «The Suffragette» che Rolland definiva un disco assordante di guerra a oltranza e la Pankurst nemica giurata dei pacifisti della Union of democratic control. Nel ’17 entrò in contatto con Gorki, ma non si reputava né socialista né bolscevico.
Taricone mette in evidenza nel suo studio, proprio riguardo ai rapporti con la rivoluzione, le contraddizioni del pensiero di Rolland. Contrario al fanatismo rivoluzionario e al gretto materialismo economico, il marxismo per Rolland costituiva un sistema di giusta redistribuzione della ricchezza ma non un’etica: al marxismo mancava la spinta della religione che rendeva l’uomo partecipe dell’universo. Dopo gli anni Venti del Novecento, furono suoi interlocutori Gandhi e Freud: il primo, che incontrerà nel ‘24, per la non violenza nella risoluzione dei conflitti sociali e del diritto degli oppressi, il secondo, per l’entrata in scena dell’inconscio, che poteva spiegare in maniera scientifica “le pulsioni dell’aggressività scatenate nella guerra mondiale”. Taricone mette ben in evidenza l’esigenza di Rolland e il suo grande sogno di unire Occidente e Oriente, “una sintesi produttiva tra fede e ragione” in un’unica spiritualità slegata da ogni dogma e da ogni Chiesa, in quello che chiamerà “sentimento oceanico”, uno spirito religioso che accomunava tutta l’umanità, tradotto da Rolland in strategia politica. Il 28 giugno del ’35 incontrò Stalin al Cremlino; il colloquio durò un paio d’ore in presenza di Marie, la giovane moglie russa. La rivoluzione sembrò a Rolland fin dall’inizio un coraggioso tentativo di far crescere una società più giusta non solo dalle macerie della guerra, ma anche dal rifiuto di un imperialismo economico aggressivo e privo di contenuti spirituali. Rolland secondo l’Autrice, aveva visto nella rivoluzione sovietica una possibile riconciliazione fra élite e popolo, quella cinghia di trasmissione di cui aveva parlato Lenin, ma che ormai non coincideva più con un potere personalizzato come quello staliniano, né con il culto della personalità. Dal ‘37 infatti, secondo F. Taricone, ebbe una chiara percezione di essere stato fuorviato. Il regime staliniano era arbitrario e incontrollato. La firma del patto tedesco-sovietico fu per Rolland il colpo di grazia. Vedeva la Russia caduta nella trappola machiavellica che Hitler le aveva teso e dopo l’invasione della Polonia, si convinse dell’errore di aver pensato che un nuovo mondo si potesse edificare in Russia su nuove basi. Quando ebbe inizio l’occupazione nazista, nel ’40, si trovava nella sua casa di Vezelay, a poca distanza da dove era nato. Non fece in tempo a mettere in atto la decisione, presa con la moglie Marie, di andare via. La sua casa era piena di amici rifugiati; si bruciarono carte e documenti compromettenti, per coloro che li avevano inviati. Morì nel gennaio del 1945, avendo assistito da pacifista instancabile a due guerre mondiali.

Romain Rolland pacifista libertario e pensatore globale
Napoli, Guida, 2017, pp. 331, € 20,00


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