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PAOLA, PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ/ Marika, IKEA e l’ipocrisia

PAOLA, PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ/ Marika, IKEA e l’ipocrisia

Il logaritmo che gestisce la vita delle persone e il caso di Marika, licenziata nonostante sia madre di un figlio disabile

Marika, IKEA e l’ipocrisia
Sono giorni, questi, segnati da notizie “impegnative” che abbracciano la dimensione internazionale, europea, italiana. Notizie di quelle che certamente segnano il futuro. Dalla Corea del Nord che provoca l’America, rischiando di travolgerci in molti, a papa Francesco impegnato in un viaggio memorabile nella ex Birmania, ed altro come il dramma dell’emigrazione (la Libia e i campi di detenzione), Angela Merkel e le sue difficoltà (a cui guarda l’Europa) per fare un governo fino alla nostra Italia -dove cresce l’orrore del protagonismo di gruppi nazifascisti- mentre l’informazione nazionale lo spazio maggiore lo dedica alle vicende delle forze politiche ed in particolare al raccontare le divisioni a sinistra come uno spezzatino che punta verso il macinato che ci farà a polpette (ma non è questo il luogo di cui parlarne ). Per non dire, poi, della luna piena grande di dicembre che fa parlare di sé tutto il mondo -almeno lei - per il suo splendore.
Notizie che invadono i giornali e che lasciano lo spazio di poche righe e per lo più di un giorno solo a fatti definiti ‘di cronaca’, e per questo destinati ad essere cancellati in tempi brevi senza spesso conoscerne l’ultimo atto. Per me in questo caso il riferimento è alla “storia” di Marika, la lavoratrice di Ikea a Milano, licenziata perché non riusciva a coprire l’inizio orario delle 7 assegnatole dai “logaritmi” che con meccanica intelligenza decidono i turni. Di Erika sappiamo quanto basta per farci un’idea di quanta ipocrisia si spenda sui problemi delle donne, in questo caso da IKEA che proprio in particolare alle donne guarda per sobillare il continuo aumento di consumi di oggetti che migliorerebbero la vita, la casa, il tempo libero e di lavoro e chi più ne ha più ne metta.
Erika lavora lì da 17 anni, quindi deve essere stata considerata brava e adeguata; ha accettato diversi cambi di ruoli e funzioni, incrociando il lavoro ad una vita che non deve essere semplice. Separata, con due bambini di cui il più piccolo con una disabilità al 100% e del quale gestire - leggiamo - cure, controlli o comunque di cui prendersi carico con amore e fatica. I “logaritmi” le assegnano un orario a cui non riesce a rispondere. Lei chiede udienza perché si tenga conto della sua umana situazione. Non ha risposta, e allora, da sola, non sapendo cosa altro fare, va a lavorare seguendo il turno precedente. IKEA a questo stavolta risponde e la licenzia. Una storia dietro la quale si nasconde la vita di una persona che non è né un logaritmo né una cosa, ma che possiamo dire rappresenti la domanda di considerazione, giustizia e di diritti di tante donne che abbiamo visto per ultimo sfilare in migliaia e migliaia solo la settimana prima e nello specifico anche di tanti lavoratori. E forse proprio perché il problema riguarda tutti/e - e se oggi ha colpito lei presto toccherà a qualche altra/o - al richiamo di partecipazione del sindacato hanno risposto in tantissimi colleghi e colleghe di Marika, scioperando perché IKEA Italia riveda la sua decisione e revochi il licenziamento.
Quella di Marika penso la si debba considerare una storia simbolica da seguire e di cui voler conoscere il finale perché ci riguarda tutte e tutti.
Ci si sbraccia parlando di diritti, e di diritti dei disabili, e forse la stessa IKEA magari in Svezia finanzia progetti per auto promuoversi come impresa sensibile e solidale. La verità è che la sua legge invece è solo e soltanto il mercato. Quel mercato in cui si rivolge in primis, come già scritto, alle donne, forse le sue più importanti clienti di cui studiano e sezionano le vite per capire quale sarà l’offerta di successo. A quelle stesse donne che quando sono sue operaie vengono affidate a un logaritmo senza anima che dei bisogni umani poco si cura e che anche per Marika rischia di disegnare immeritatamente una vita da disoccupata povera e senza speranza.
Paola Ortensi

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