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Palcoscenici appassionati e amorevoli. È il Teatro DiLetto

Palcoscenici appassionati e amorevoli. È il Teatro DiLetto

La professionalità e l’umanità di Ivano Malcotti al servizio della medicina narrativa. A Genova un’esperienza innovativa di ascolto e teatralizzazione di storie vere

Sabato, 03/11/2018 - Chitarra, violoncello e tromba sono l’accompagnamento musicale alle parole interpretate calcando immaginari palcoscenici allestiti nella corsia di un Hospice o sul terrazzo di un appartamento. È il progetto Teatro DiLetto ideato da Ivano Malcotti, che sperimenta nuove frontiere dello stare accanto a persone cui una grave malattia ha ormai segnato l’esistenza.
Genova è la culla di questa iniziativa che vede tra i suoi convinti sostenitori l’associazione Gigi Ghirotti, la onlus Città di Genova e l’Istituto Italiano di Bioetica.
Il tutto muove da un’idea in fondo semplice ma per niente scontata, cioè che ogni persona è una storia e ha storie che vale la pena raccontare e far conoscere. C’è un tempo nelle vite in cui arriva il momento di far volare quelle storie restituendo vitalità ai pensieri che potranno viaggiare oltre l’esistenza di chi li ha elaborati. Il progetto Teatro DiLetto è lì ad accoglierli per farli diventare patrimonio di un comune sentire. Un lavoro che, oltre all’umanità, richiede professionalità e capacità di ascolto, doti che non difettano ai protagonisti di questa iniziativa, tutti volontari e animati da un entusiasmo contagioso.
Sbagliato immaginare che il Teatro DiLetto sia semplicemente un’opera caritatevole. “I benefici sotto il profilo della cura sono notevoli, perché la persona malata si sente protagonista di un percorso che le restituisce vitalità in funzione di un obiettivo - spiega Ivana Carpanelli dal suo punto di vista di docente -, non a caso stiamo pensando di utilizzare questa esperienza per redigere un manuale dei caregivers e la vogliamo proporre anche per la formazione degli operatori della cura". La restituzione finale è “l’esito di un lavoro cui si dedica parecchio tempo - spiega Malcotti - e che parte dal rispetto per la persona e per i suoi desideri. Il nostro è un ascolto attivo attraverso cui dobbiamo farci interpreti dei sentimenti e del dolore”.
È stato necessario anche un processo di formazione - tre anni di counselling e un master in programmazione neurolinguistica - per costruire le condizioni interiori di comprensione evitando di oltrepassare la soglia accettabile di un inevitabile coinvolgimento emotivo”. L’ultima iniziativa, per esempio, è stata quella realizzata insieme alla signora M. - deceduta di recente - che ha voluto collaborare alla stesura della sua "Ode alla vita” partecipando con gioia ed emozione alla esibizione avvenuta nella stanza dell’Hospice Gigi Ghirotti di Bolzaneto, accanto ai suoi cari.
“Questa iniziativa è in sintonia con le nostre attività - spiega Luisella Battaglia dell’Istituto Italiano di Bioetica -, lo sentiamo come un modo per continuare il percorso avviato con il Festival di Bioetica, quest’anno dedicato alla felicità”.
Oltre ai citati Malcotti e Carpanelli, collaborano generosamente al progetto: Valeria Stagno, Michele De Ruvo, Claudia Frandi e Maria Pia Di Pietro; ci sono poi, Giorgio De Virgiliis, Andrea Gardella, Graziano Nardini e Cristina Gagino, Flavia Barbacetto, Stefano Cabrera, Luca Pastorino, Carlo Prunali, Chiara Bisso che non fanno mancare il loro apporto di attori e musicisti.
Il progetto si pone nel solco della medicina narrativa, ed è un intreccio complesso, dunque, in cui i molti apporti mirano a dare un sostegno all’elaborazione e alle sofferenze dei vissuti dolorosi restituendoli, attraverso la teatralizzazione, alla dignità di una possibile accoglienza e trasmissione. Assistere un malato grave si traduce purtroppo nel dover stare (assistere in una condizione di apparente impotenza) al cospetto di un processo irreversibile.
Chiunque abbia incontrato questa circostanza conosce il senso di profonda frustrazione che si prova e che si aggiunge al dolore della imminente perdita. Ecco, il poter ‘fare’ qualcosa accanto e insieme alla persona che sa di non avere un futuro è coraggioso e, in qualche modo, rivoluzionario. È un invito a porgere lo sguardo ‘oltre’, valorizzando ciò che è stato e accogliendo ciò che sarà.

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