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Noi Rete Donne sul commento di Marco Gervasoni alla copertina con Elly Schlein

Noi Rete Donne sul commento di Marco Gervasoni alla copertina con Elly Schlein

Richiesta al Ministro Gaetano Manfredi di intervenire sul Twitter sprezzante e offensivo di Elly Schlein: "Ma che è, n'omo?"

Martedi, 08/09/2020 - Gentile Ministro dell’Università e Ricerca, Gaetano Manfredi
e, p.c.:
Gentile Ministra per le Pari Opportunità e per la famiglia, Elena Bonetti
Gentile Magnifico Rettore dell’Università degli Studi del Molise, Luca Brunese
Gentili Componenti del Senato Accademico dell’Università degli Studi del Molise

Signor Ministro,
confidando sulla Sua sensibilità riguardo al tema dell’equilibrio di genere, certificata dal Suo sostegno sia in qualità di Rettore, sia di Presidente del CRUI al cd. Bilancio di genere, desideriamo segnalarLe un episodio che contravviene qualsiasi traguardo di modernità e di rispetto fin qui raggiunto nel mondo accademico (ma anche in una migliore società nazionale… contemporanea). Noi Rete Donne, network fra numerose competenze femminili in posizioni autorevoli nelle istituzioni e nel giornalismo, operante da vari decenni sui temi del riequilibrio dei generi, desidera ragguagliarLa e chiederLe un esplicito pronunciamento in merito al commento coram populo via Twitter di Marco Gervasoni, ordinario di Storia contemporanea all'Università degli Studi del Molise, all’indirizzo della vicepresidente dell'Emilia Romagna Elly Schlein, apparsa sulla copertina de L'Espresso. Lo sprezzante "Ma che è, n'omo?" con cui la lapidava e nel quale si avverte tutto il dileggio e il bullismo mediatico, indegno di un docente, non è solo l’espressione di una mentalità becera e misogina, ma anche la cifra di una maschilità retrograda, arcaica, miseramente ripiegata su se stessa.
Per lasciarci entrambe tali misere cose una buona volta alle spalle converrebbe forse passare commenti come questo sotto silenzio. Ma il silenzio rafforza e convince i superomisti ad alzare sempre più il tiro, certi di farla franca. Riteniamo perciò che l’attenzione prestata alla vicenda dagli organi d’informazione e da un’ampia parte della società civile sia un sensore di indignazione e di civiltà, e che occorra adesso anche una presa di posizione netta da parte Sua, oltre che della ministra per le Pari Opportunità, che avremo cura di coinvolgere (così come Rettore e Senato accademico dell’Università del Molise). Perché in Italia un Gervasoni, che valuta le donne solo in base al loro aspetto fisico, non costituisce un caso isolato, ma la punta di un iceberg dalle dimensioni molto estese e dall’identikit ricorrente e… contagioso. Un virus, insomma. Da tempo, rilevazioni come la Mappa dell’Intolleranza (Vox-Osservatorio Italiano sui diritti) e il Barometro dell’odio (Amnesty International) indicano nelle donne uno dei bersagli preferenziali degli odiatori on line. Il commento di Gervasoni è, inoltre, paradigmatico della trasformazione dell’hate speech sessista – in particolare di slutshaming e bodyshaming – in strumento di delegittimazione delle avversarie politiche e delle figure femminili che, a diverso titolo, occupano la riserva maschile teocratica della sfera pubblica. Una vera e propria lesa maestà a danno di quei vertici maschiocentrici che donne di talento e di successo compiono agli occhi degli ultimi depositari del patriarcato quale sommo dei peccati. Questi ‘ominicchi’ sciasciani colpiscono, dunque, le donne pubbliche, tacciandole di mancata aderenza ai canoni del femminile (estetici o di condotta sessuale) allo scopo di “rimetterle al loro posto”, ricordando loro cioè che prima di essere politiche, comandanti di navi, giornaliste, sono donne, alias sottospecie. In tutto il mondo i bersagli di slutshaming e bodyshaming sono quasi esclusivamente femminili, ma, come dimostrano gli ormai numerosi studi empirici in tema, purtroppo l’Italia detiene un triste primato: queste pratiche non sono diffuse solo tra la gente comune, ma anche tra politici, giornalisti e sedicenti intellettuali, traendo da ciò ulteriore forza e legittimazione sociale. Che in questo caso si tratti di un docente universitario appare particolarmente grave e degno di censura, considerando la missione educativa dell’istituzione a cui appartiene e l’importante ruolo che la stessa dovrebbe ricoprire nella formazione della coscienza individuale e sociale e nella costruzione di una sfera pubblica caratterizzata da rapporti sani e equilibrati tra i generi. Ci uniamo a chi si chiede quale sarà lo stato d’animo delle studenti che frequenteranno i corsi – alcuni certamente obbligatori – impartiti dal Gervasoni e che da costui dovranno essere esaminate. Come si sentiranno, in particolare, quelle tra loro che non aderiscono o pensano di non aderire ai canoni estetici dominanti o graditi al docente? Ci chiediamo se non sia consapevole, il Gervasoni, che affermazioni come le sue costituiscono atti di violenza simbolica e psicologica contro le donne. E ci chiediamo infine: ma questo che è, un professore universitario, ovvero il componente di quella che si ritiene un’elite? Certe di poter contare su una Sua esemplare pronuncia, in collegamento con il Rettore dell’Università del Molise, professor Luca Brunese e il Senato accademico, attendiamo fiduciose una Sua risposta, corredata da facta concludentia. Con viva stima e considerazione. Per Noi Rete Donne Daniela Carlà, Marisa Rodano, Annamaria Barbato Ricci, Mia Caielli, Marina Calamo Specchia, Laura Onofri

gervasoni.pdf

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