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Molestie? Una volta le chiamavano complimenti

Molestie? Una volta le chiamavano complimenti

Il succo della storia sta tutto qui. Nel fatto che una volta - non troppi anni fa – le molestie sessuali commesse nei confronti di una donna venivano chiamate complimenti. Ed è attraverso questa frase che il film di Marco Tullio Giordana “Nome di don

Lunedi, 12/03/2018 - Il succo della storia sta tutto qui. Nel fatto che una volta - non troppi anni fa – le molestie sessuali commesse nei confronti di una donna venivano chiamate complimenti. Ed è attraverso questa frase che il film di Marco Tullio Giordana “Nome di donna” ci racconta cosa sono le molestie sessuali commesse dagli uomini contro le donne sui luoghi di lavoro.
Perché funziona così: una donna ha bisogno di lavorare, per mantenere se stessa, la propria figlia e per non dover dipendere da nessuno, soprattutto da un uomo. Per questo, per assicurarsi la propria indipendenza economica in un mondo capitalista in cui senza denaro è vietato vivere, accetta qualsiasi lavoro, anche uno che non rientra tra le sue aspirazioni e che non rispecchia le sue migliori capacità. Ma non ha alternative, e lo accetta con gioia, ce la mette tutta, si impegna, fa ilo suo dovere. E poi, una sera, il suo capo, un uomo, un uomo verso il quale lei istintivamente nutre un timore reverenziale perché è colui che le paga lo stipendio e le consente di avere la vita dignitosa di cui si parlava prima, alla fine di una giornata di lavoro qualunque, la molesta sessualmente, le si avvicina accostando il suo corpo a quello di lei facendole sentire la propria eccitazione. Lei ha la forza di scappare, di non accettare quel ricatto che tante prima di lei – e anche dopo – accettano.
Molti direbbero che il peggio è passato, che in fondo non è successo niente di irrimediabile, che lei è riuscita a fuggire in tempo. Ma è davvero così? È davvero rimediabile quello che è successo?
Invece il peggio viene dopo: arriva quando Nina – interpretata magistralmente da Cristiana Capotondi, che torna dopo “Io ci sono” ad interpretare una pellicola importante per i diritti delle donne – si sente dire dalle sue colleghe, altre donne che per prime dovrebbero essere solidali con lei e supportarla, “Forse hai capito male”.
Ma cosa c’è da capire? Se sono qui è per lavorare e per null’altro. E perché dovrei accettare come parte del mio lavoro, come effetto collaterale del ricevere uno stipendio, i comportamenti sessualmente espliciti del mio capo? O anche solo delle avances non volute? La risposta è solo una: perché siamo donne. Ed è vero che prima di combattere la mentalità degli uomini dobbiamo cambiare la mentalità di noi donne. Perché fino a quando non ci convinceremo – tutte, nessuna esclusa – che abbiamo la libertà di dire no, sempre, in qualunque circostanza, in qualunque condizione, nei confronti di chiunque, anche da cui dipendiamo, allora avremo sempre perso, e perso senza combattere una battaglia, anzi una guerra, che da secoli vincono gli uomini.
“Ma cosa ti è venuto in mente?” si sente dire Nina quando, con un coraggio che poche hanno, decide di denunciare quanto accaduto e di portare alla luce della cronaca e dell’umana giustizia i comportamenti, certamente non occasionali, del suo datore di lavoro. Già, come fa a venire in mente di affrontare le critiche meschine ed ignoranti di chi ha sempre coperto, sempre avallato, sempre giustificato, sempre sminuito? Perché in fondo gli uomini sono fatti così. E allora sono fatti male. Ed è solo con una nuova educazione che potranno essere fatti meglio. Ma, ed è questo il punto, deve trattarsi di un’educazione che coinvolga entrambe le parti, uomini e donne. Finché gli uomini non verranno educati a rispettare, e noi donne, per converso, non ci convinceremo che il rispetto degli uomini ce lo meritiamo solo per il fatto di essere vive ed umane, allora nulla cambierà.
E allora la sentenza di condanna che conclude il film, forse, si spera, potrà diventare non solo un sogno cinematografico ma realtà. O, meglio ancora, non serviranno più condanne e tribunali perché l’educazione avrà avuto la meglio. Ma fino ad allora non finirà mai. Uno verrà condannato, ma cento, mille, a un metro da lui faranno lo stesso e peggio. Ed è proprio questo ciò di cui si rende amaramente conto la giovane giornalista che chiede conferma al proprio capo di aver fatto un buon lavoro raccontando il processo iniziato da Nina, e in cambio riceve una mano sotto la camicetta.

Nome di donna
Diretto da Marco Tullio Giordana. Scritto da Cristiana Mainardi e Marco Tullio Giordana.
Con Cristiana Capotondi, Valeria Binasco, Bebo Storti, Anita Kravos, Stefano Scandaletti, Adriana Asti, Michela Cescon, Laura Marinoni, Renato Sarti, Patrizia Punzo, Patrizia Piccinini, Vanessa Scalera, Linda Carini, Stefania Monaco. 113 min. Italia, 2018.

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