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Manuela, una donna abbandonata dal servizio sanitario pubblico

Manuela, una donna abbandonata dal servizio sanitario pubblico

Una storia di realtà con una protagonista di fantasia attesta una particolare condizione della sanità pubblica in Campania, che da una parte nega il diritto alla salute delle donne che decidono di interrompere una gravidanza e dall'altra ric

Martedi, 27/03/2012 - Il 17 marzo, raggiungendo ansimante il Policlinico di Napoli per prenotare l’interruzione di gravidanza, dicevo tra me e me che quel figlio era un lusso che non mi potevo proprio permettere con un marito in cassa integrazione e due bambini da portare avanti con tanta, tanta, difficoltà. Avvicinatami allo sportello per chiedere informazioni, mi spiegarono che il servizio era stato sospeso a causa della presenza di un alto numero di medici obiettori di coscienza e che, conseguentemente, non si effettuavano più prenotazioni. Di rimando chiesi se potessi essere indirizzata ad un’altra struttura della provincia o della regione, ma la risposta al riguardo fu negativa. Tornai a casa sconfortata, ma anche convinta dalla necessità del momento di trovare comunque una soluzione al mio problema. Certo, mi dispiaceva pensare in questi termini ad un (futuro) figlio, ma tant’è che la realtà quotidiana era dura da affrontare! Racimolai un po’ di soldi tra i parenti per potermi rivolgere ad una donna che, a detta di un' amica, nel passato effettuava clandestinamente gli aborti, anche se avrei voluto trovare più denaro per potermi permettere l’intervento in una clinica privata. Avevo, però, paura che qualcosa andasse male, cosicchè ritornai all’ospedale e qui, nello spazio antistante al reparto di ostetricia e ginecologia, mi imbattei in un presidio di protesta organizzato dall’Udi e dalle donne del Comitato legge 194, che nei giorni precedenti avevano presentato anche una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli per interruzione di pubblico servizio. Scelsi di affiancarmi nelle recriminazioni a queste donne, che nei giorni successivi avrebbero ottenuto la promessa che il servizio di interruzione volontaria di gravidanza sarebbe ripreso presto. Ero così giunta al 23 marzo senza poter prenotare alcun intervento e per la mia condizione più tempo trascorreva e più correvo il rischio che i lenti ritmi burocratici mi facessero incorrere nei divieti stabiliti dalla stessa legge. Bruciata dalla fretta, decisi che non potevo più aspettare e che dovevo andare da quella donna, portando dentro di me la netta sensazione di essere stata abbandonata dal servizio sanitario pubblico. Ieri mattina mi sono recata in quell’appartamento, entrandovi come donna timorosa e preoccupata ed uscendovi ombra lacerata di me stessa. Rientrata a casa, mi appoggio sul letto con un dolore forte dentro il ventre, dentro la testa e dentro il cuore. Faccio finta con i bambini di essere stanca, li rassicuro che tra un po’ mi sarei alzata e nel frattempo, per non farli impressionare, sfoglio svogliatamente il giornale. Una notizia mi balza subito agli occhi, nonostante essi fossero ombrati da un sottile velo di lacrime: la giunta regionale campana ha deciso che, entro 30 giorni dalla pubblicazione della delibera, “i direttori generali di tutte le strutture coinvolte nel processo di interruzione di gravidanza disciplinino procedure di informazione ai genitori, evidenziando loro, che, su loro richiesta, possono essere raccolti nel cimitero i prodotti del concepimento di presunta età inferiore a 20 settimane”. Leggo anche che questa “informazione preventiva rende qualsiasi decisione più rispettosa della dignità della persona, oltre che meno traumatica qualora l’informazione è fornita con idonee modalità relazionali”. Il pianto, allora, diventa dirotto, non riesco a fermarlo solo a pensare che, se qualcuno mi avesse proposto di seppellire ciò che volevo che andasse via dal mio grembo e non avessi accettato l’invito, mi sarei sentita una criminale. I miei giudizi corrono veloci alla considerazione che la mia persona non era stata rispettata da quanti, invece di applicare la legge, avevano sospeso il servizio di interruzione volontaria di gravidanza e concludo che gli stessi si erano, invece, preoccupati di onorare la dignità del concepito, che persona non è perché non è nata. E’stato proprio in quel momento che sento di provare rancore per quel probabile figlio, anche se fino ad allora lo avevo idealmente tenuto lontano dai sentimenti, per poter meglio vivere il dramma dell’aborto. Più ci penso, più lo odio e più me ne dispiaccio. In quella tormenta di sensazioni tornano in camera i bambini perché hanno fame e conseguentemente i loro bisogni mi risvegliano alla realtà. Mi alzo dal letto con una consapevolezza forte dentro di me, che è il prezzo di quel dolore che continuo ad avvertire nel ventre, nella testa e nel cuore: semmai un giorno mi vedessi costretta ad abortire nuovamente, non voglio essere informata della possibilità di seppellire l’embrione che manderò via da me attraverso un atto chirurgico. Non potete impormi di sentirmi colpevole di una scelta a vostro dire scellerata, né tanto meno di considerarmi una disgraziata che può redimersi solo seppellendo “il prodotto del concepimento”, come viene da voi asetticamente definito. Rispettate la mia scelta di non essere informata, perché il regolamento, che sottoporreste alla mia attenzione, può salvare la vostra coscienza ma non evitare di sentirmi ancora più male, se solo non volessi far effettuare la sepoltura. E, se proprio vorreste convincermi, consideratemi incapace di intendere, anche se in realtà capisco fin troppo bene che preferite proteggere la dignità del concepito piuttosto che tutelarmi e nel diritto ad essere trattata coscientemente in una struttura pubblica ma, soprattutto, nella libertà di non vedermi imposta per legge una gravidanza.

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