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La ragazza di Marsiglia di Maria Attanasio

La ragazza di Marsiglia di Maria Attanasio

Il ritratto dell'unica donna che partecipò all'impresa dei Mille

Mercoledi, 25/07/2018 - Metti una sera d’estate a Castel Sant’Angelo. Una brezza fuori tempo che solletica i pensieri. Una donna dagli occhi curiosi che presenta il suo libro con una passione trascinante, gesticola, si scatena, insiste sulla veridicità dei fatti, si accalora. Il romanzo (Maria Attanasio, La ragazza di Marsiglia, Palermo, Sellerio 2018) è ambientato in pieno Risorgimento e la protagonista è l’unica donna ad aver fatto parte della famosa spedizione dei Mille condotta da Giuseppe Garibaldi. Il senso di colpa ti restituisce l’espressione sconsolata della tua insegnante di storia che non si capacitava di come la storia proprio non ti entusiasmasse. E allora ti dici che no, il romanzo storico non fa per te, non ti prenderebbe. Però lo compri e te lo fai pure autografare, perché la vicenda di quella donna forte e cocciuta ti stuzzica e magari qualche pagina la manderai giù. E invece è lui che ti manda giù, risucchiandoti in una dimensione lontanissima da cui non riesci a staccarti e hai sete di saperne di più e ancora di più. E allora ti accorgi di come la storia non sia altro che questo, un intricato intreccio di accadimenti di donne e uomini che si sono amati, calpestati, traditi, aiutati.
L’exerga che apre il romanzo non potrebbe essere più azzeccata, una citazione di Julio Cortázar, un autore che sullo sguardo la sa lunga: “Che cosa importava a Van Gogh della tua ammirazione? Voleva la tua complicità, che tu cercassi di guardare come stava guardando lui, con gli occhi scorticati da un fuoco eracliteo”. Perché è proprio questo che l’autrice chiede per Rosalia Montmasson: non già l’ammirazione, ma la complicità, indossare per un attimo le sue vesti e sentirne tutto il peso, faticoso, luminoso e vivo. Con uno stile leggiadro e mai retorico, Maria Attanasio ci invita a disfarci, insieme con Rosalia, del “dissonante suono dell’inutile”, sin dagli inizi, quando s’innamora di Francesco Crispi, che per lei, fiera e umile savoiarda, è semplicemente il suo Fransuà. L’autrice ci mostra con estrema efficacia i sentimenti che attanagliano la protagonista, l’agitazione che la invade quando capisce che con l’ingresso di quest’uomo nella sua vita, tutta la sua esistenza prenderà una virata inattesa: “Rosalìe non riusciva a prendere sonno; avrebbe voluto spingere quella notte di vigilia, costringerla a farsi subito domani. Che gocciolò invece, istante dopo istante, fino all’alba”. Una semplice lavandaia che sente crescere in sé la febbre della lotta per la giustizia, una donna dalla tempra già notevole, che la porterà a dire al suo uomo: “Il rispetto non è obbedienza”.
Seguiamo col fiato sospeso tutte le peripezie attraversate dai due protagonisti e dai loro compagni di viaggio, altrettanto importanti. Spiamo Rosalìe che lava e stira per mantenere il suo Fransuà, li vediamo cambiare alloggio e città, vendere alla svelta mobili e partire, fino a raggiungere finalmente la stabilità, finché Fransuà diventa il grande Francesco Crispi, quando emerge tutta la sua natura di maschio potente arrogante, che come uno schiaffo ci riporta crudelmente alla nostra attualità, in pagine di tristi stridenti analogie. Il ministro degli interni Crispi viene accusato (giustamente) di bigamia: “A gran voce si chiedevano le dimissioni di chi, al governo, invece di far rispettare le leggi, le calpestava, mentre il suo giornale, La Riforma, tentava inutilmente di minimizzare il fatto: una montatura dei suoi nemici politici che utilizzavano il privato per colpire l’uomo pubblico (…) e, Sua Eccellenza, un perseguitato.” Addirittura “Invitato dal re a dimettersi (…) I giornali continuavano ad accusarlo, sollecitando un procedimento penale. Soprattutto Il Piccolo – che per primo aveva innescato quella bomba mediatica – non gli dava tregua, quotidianamente incalzandolo con sei domande (…) Domande che l’accusato lasciò senza risposta”. Vi ricorda qualcosa? Altro che corsi e ricorsi storici, la sensazione è che questo tipo di melma non si sia mai prosciugata.
Numerosi sono i personaggi che incontriamo nel corso della narrazione, piccole ma significative comparse o personaggi di rilievo, di cui ci restano un gesto, uno sguardo, o una frase, come questa: “Essere donna è meglio che essere uomo. Siamo state fatte dopo: siamo perciò più perfette. È tempo che lo riconoscano!” Si seguono col fiato sospeso le vicende, le cospirazioni, le lettere cifrate, le battaglie, le manovre, le ferite, le morti, la miseria e le speranze, fino al giorno della morte di Garibaldi, l’uomo che tutto questo aveva animato. E si avverte pesante un vuoto che rimbomba dentro, ci si sente orfani, tanto che la domanda di Rosalìe “Che facciamo adesso?” assume le sfaccettature di un prisma, divenendo politica, personale, intima e storica insieme. Poco dopo, mentre si reca ad omaggiare la salma del Maestro, di passaggio in una sua casa da tempo disabitata, Rosalìe apre l’armadio dove sono appesi i suoi abiti: “Li passò in rassegna: al buio in quell’armadio, come bambini in castigo, i suoi vestiti e tutta la sua vita”. È un tonfo, fuori e dentro. A seguire, il grande rinnegamento: Crispi disconosce il matrimonio con lei e i venticinque anni trascorsi insieme, forte del suo potere che tutto gli consente, e sposa una giovanissima aristocratica. Il processo per bigamia è una farsa e, a gran sorpresa, Rosalìe non si difende, pur sapendo perfettamente di avere ragione. Il motivo non lo sappiamo, possiamo ipotizzare che l’abbia fatto per non destabilizzare il paese, o per orgoglio, ben consapevole di quanto sia stata importante nella vita e nella carriera di suo marito.
Ma in fondo poco importa. Ciò che conta è l’epopea di una generazione che si è spesa anima e corpo per la causa che conosciamo come Risorgimento, e che ha la voce di piccoli e grandi personaggi che l’hanno reso grande. A narrazione conclusa, Maria Attanasio non chiude il libro, no, insiste: per ben tre capitoli in appendice ci tiene ad avvalorare il suo racconto, approfondendo ritratti e documenti, luci e ombre, fino a rivelarci generosamente i contorni di quel rapporto intimo e delicato che si crea tra autore-biografo e personaggio realmente esistito, quelle incredibili coincidenze che confermano all’autore di essere sulla strada giusta, quel dialogo muto e sottile che fa forza a entrambi, e riempie nuove pagine.
Leggere questo romanzo è provare quell’eccitata emozione che ti si piazza in gola quando una figura speciale è stata strappata dal buio dell’oblìo, e tu hai il privilegio di conoscerla, e saltelli ancor più fiera quando questa persona è una donna. Una ragazza. La ragazza di Marsiglia.

Roberta Yasmine Catalano

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