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La barca che fa paura

La barca che fa paura

Striscia di Gaza - Cosa ha spinto un gruppo di donne a intraprendere un lungo viaggio per aiutare la popolazione di Gaza?

Zenab Ataalla Domenica, 13/11/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Novembre 2016

Non è stata la prima volta che un gruppo di attivisti decide di intraprendere un viaggio di solidarietà per Gaza, ma per la prima volta un equipaggio era composto di sole donne provenienti da ogni parte del mondo con storie e vissuti diversi. Questa era la particolarità del progetto Women’s boat to Gaza, salpato il 14 settembre dal porto di Barcellona.

Nell’equipaggio figuravano: l’irlandese Laureate Mairead Maguire, premio Nobel per la pace nel 1976 per il suo impegno a favore della soluzione del conflitto nell’Irlanda del Nord, Marama Davidson, esponente del Partito dei Verdi in Nuova Zelanda, Cigdem Topcuoglu, atleta e allenatrice turca che ha perso il marito durante gli scontri del 2010 sull’imbarcazione Mavi Marmara, Wendy Goldsmith, attivista canadese, Yehudit Barbara Llany, politica e attivista israeliana ed Ann Wright, ex colonnella dell’esercito americano.

Le tredici attiviste erano unite nel volere esprimere solidarietà alle donne ed ai bambini e bambine di Gaza, territorio considerato una vera e propria prigione a cielo aperto con un milione ed ottocento mila persone prive della libertà di movimento, secondo quanto riportano i dati diffusi nel 2015 dall’Ufficio per il Coordinamento dell’Aiuto umanitario delle Nazioni Unite.

Un piccolo lembo di terra di quasi cinquanta chilometri quadrati al cui interno le condizioni di vita sono andate peggiorando soprattutto a partire dal 2007, quando Hamas è riuscita a vincere le elezioni amministrative, proponendosi come alternativa politica al partito di Al Fatah e di conseguenza all’Autorità Nazionale palestinese che controlla ancora la Cisgiordania.

Con l’intensificarsi degli scontri tra Hamas e l’esercito israeliano negli ultimi dieci anni, centinaia di persone sono morte. Case, scuole, ospedali sono state distrutti e i viveri e le medicine sono diventati irreperibili con un netto peggioramento della condizione di vita della popolazione a causa dell’embargo.

Secondo le Nazioni Unite nell’ultimo attacco militare di Israele sulla Striscia di Gaza nell’estate del 2014 circa duemila persone sono morte, e tra loro ci sono molte donne e bambini.

A marzo 2016 prende vita l’idea di organizzare un viaggio di donne di diversa nazionalità, culture e religioni. Un equipaggio femminile impegnato per le donne palestinesi e consapevole del pericolo, anche alla luce di quanto avvenne nel 2010, quando un’imbarcazione della Freedom Flotilla venne bloccata dalla marina israeliana e negli scontri morirono 10 persone. Le donne della Women’s boat to Gaza avevano deciso di intraprendere il viaggio di speranza e sorellanza muovendosi nella direzione del dialogo e della pace nonostante le difficoltà e i rischi che erano chiari fin dall’inizio. Prima di salpare Wendy Goldsmith, componente dell’imbarcazione Zaytuna, oliva in italiano, aveva dichiarato “se venissimo intercettate dalla marina israeliana, verremmo sicuramente bloccate. Abbiamo paura, ma ne avremmo molta di più se non facessimo nulla”.

E purtroppo così è stato. Il viaggio delle donne per Gaza si è interrotto il 5 ottobre scorso, quando la nave è stata intercettata e successivamente bloccata dalla marina militare israeliana al largo del Mediterraneo in acque internazionali con l’immediato arresto e successivo rimpatrio di tutte le componenti dell’equipaggio nei rispettivi Paesi di origine.

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