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Il vegetarismo come stile di vita individuale e la ‘Carta di Milano’

Il vegetarismo come stile di vita individuale e la ‘Carta di Milano’

Parliamo di Bioetica - Nel 2030 non vi sarà più terra coltivabile disponibile, se non distruggendo le foreste pluviali (o ciò che ne resta), con un degrado irreversibile dell’ecosistema.

Massimo Terrile Lunedi, 31/08/2015 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Settembre 2015

 Il tema della sostenibilità ambientale collegato alla produzione di cibo per l’umanità è dibattuto ampliamente da decenni, e la stampa internazionale non fa che riportare annualmente le stime della F.A.O. che avvertono di pericoli ormai incombenti relativi alla scarsità di risorse, quali la terra e l’acqua, nonché all’aumento dell’inquinamento globale, derivante dallo sfruttamento degli animali, per la produzione dei principali nutrienti, in particolare delle proteine. Tuttavia queste sono ricavabili, ed ancor più i sali minerali, le vitamine, e quant’altro necessario ad una sana e corretta alimentazione, dai vegetali.



Tanto per fare alcuni esempi, mediamente la produzione di 1 kg. di carni (considerando un mix di manzo, pollo e suino), contenente circa 230 gr. di proteine, sufficienti al fabbisogno alimentare specifico per 4,6 persone (in media di 50 gr. pro-capite), richiede 6.700 litri di acqua, 152 m2 di terra, e genera 0,0063 kg. equivalenti di gas serra. La produzione di 1,2 kg. di vegetali (considerando un mix di cereali e legumi), contenenti un’identica quantità di proteine, oltre a molti altri nutrienti, richiede invece circa 1200 litri d’acqua, 6,7 m2 di terra, e genera 0,0025 kg. equivalenti di gas serra.



In sintesi, la produzione di vegetali necessari al fabbisogno umano richiede, rispetto alle carni, solo il 18% dell’acqua, il 4,3% della terra, e genera circa il 60% in meno di gas serra!



Le terre coltivabili ancora disponibili (escluse quindi le foreste pluviali, necessarie al ricambio dell’atmosfera) sono oggi ridotte a meno di 4 Mio. di K2 (milioni di chilometri quadrati), rispetto ai 15 già coltivati. Continuando col sistema attuale, e considerando che entro il 2050 si prevede che la popolazione globale salirà dagli attuali 7 miliardi a circa 9, entro tale data saranno necessari altri 3,8 Km2 di terra. Parallelamente, a causa dell’effetto serra (che genera l’aumento della temperatura globale, lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello del mare), la terra coltivabile perduta sarà pari a quasi 1Mio. diKm2.



Già nel 2030, pertanto, non vi sarà più terra coltivabile disponibile, se non distruggendo le foreste pluviali (o ciò che ne resta), con un degrado pressoché irreversibile dell’ecosistema. Per non parlare dell’inquinamento prodotto dai liquami degli allevamenti intensivi e del relativo disastro ambientale.



Numerosi studi confermano che la sola via d’uscita per poter garantire alle future generazioni la disponibilità di cibo, senza distruggere l’ecosistema e provocare catastrofi umanitarie per l’accaparramento delle risorse e la riduzione dell’inquinamento, è rappresentata dal ricorso ad alimenti di origine vegetale. Tale scelta potrebbe infatti risolvere il problema della fame nel mondo, obiettivo delle Nazioni Unite per il 2030, grazie a un rapporto energetico di produzione enormemente più favorevole, a una trasportabilità e stoccaggio decisamente meno complessi, ad una riduzione a livelli sostenibili dell’inquinamento, e pertanto ad un costo globale decisamente inferiore, rendendo possibile un’alimentazione più sana ed etica.



Tuttavia, i governi dei principali Paesi non pare siano disposti a emanare normative per invertire tale tendenza, e le relative popolazioni pare non desiderino tenere conto di tali aspetti al momento di effettuare le opportune scelte politiche. È pertanto indispensabile rendersi conto il prima possibile di tali realtà, prendendo familiarità con i dati pubblici oggi disponibili e le relative proiezioni negli anni futuri, al fine di poter effettuare quelle scelte individuali e sociali necessarie a realizzare tale cambiamento.

Il vegetarismo, pertanto, non è una dieta: è uno stile di vita, un approccio etico, filosofico, esistenziale, economico, al mondo degli altri animali e degli stessi umani. È parte imprescindibile dell’antispecismo, inteso quale atteggiamento che pone sul confine fittizio uomo/animale quello tra lecito e illecito. Non mangiare gli animali e i loro prodotti è la naturale conseguenza del rispetto loro dovuto. Significa rifiutare alla radice l’atteggiamento predatorio, violento, crudele e ingiusto che è inscindibile dal fatto di sfruttarli e di ucciderli. È quindi nostro intento, nel richiamarci alla fallacia di tali assunti, richiamare l’attenzione sul peso insopportabile che la parte più povera del mondo e l’ambiente si trovano a dover oggi fronteggiare. Chiunque abbia a cuore i principi di giustizia e di solidarietà, senza confini di classe, di razza, di specie, non può mostrarsi disinteressato né distratto.

Considerando gli innegabili benefici per la salute umana del vegetarismo, seppur secondi rispetto a quelli che tale scelta alimentare può produrre a livello mondiale per la pace e la sicurezza internazionale, e per il rispetto degli animali non umani, e tenendo conto degli scopi che le Nazioni Unite si sono dati, i quali contemplano in primis il raggiungimento ed il mantenimento della pace, della giustizia e del progresso sociale nel mondo, si invitano pertanto i responsabili del progetto ‘Carta di Milano’ a prendere in considerazione che gli obiettivi individuati in tale documento potranno essere raggiunti più velocemente, e con certezza, se la scelta del vegetarismo potrà essere privilegiata in ogni possibile occasione.





Movimento Antispecista

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e-mail: ma@movimentoantispecista.org

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